La sètta degli Aissaui, fra gli Arabi di Algeri, deve la sua orgine a Mohamed-Ben-Hissà nel secolo IX, che, capo (cheick) d'una carovana, cinto da tutti i pericoli che porta il deserto: insolazione, simum, ladri e fame, ricorse agli espedienti straordinari del fanatismo religioso là ove la forza umana veniva meno; quando la carovana era affamata, ordinava egli di mangiare scorpioni e serpi in nome di Allah, e quando questi mancavano, insegnava loro il djedjeb, le orazioni, che facevano ammutolire la fame.
Il djedjeb è un moto violento impresso al capo da sinistra a destra, restando penzoloni le braccia, e la gente accompagnando il movimento del tronco e del capo; dopo un'ora di simile esercizio succede una specie di furore o di ubbriachezza, il quale poi si cangia in un'insensibilità singolare. Ma veniamo a maggiori particolari. I settari stanno raccolti in un'apposita sala molto illuminata, i musici battono su enormi tamburi due colpi lenti e uno rapidissimo, allora li accompagnano i fratelli od Aissaui con una barbara canzone:
Dio Dio Dio nostro padrone, Dio nostro Dio,
Ben Hissà ordina l'amor di Dio; il serpe obbedisce a Dio,
Ben Hissà mi fè bere il suo secreto, ecc., ecc.
Questo canto, per quanto sciocco e inconcludente come tutti i canti degli ascetici idolatri, pure, al dire di un europeo, eccita un fremito singolare, un bollimento entusiastico anche nelle vene del più miscredente spettatore.
Allora quelli fra i fedeli che più rimasero colpiti, anzi, dirò, trascinati dal canto, cadono nel djedjeb, o sacra convulsione; il coro allora cessa i suoi canti, ma i tamburi continuano ad accompagnare le contorsioni del forsennato, che canta:
Il tetto è alto. Ben Hissà l'alzò, ecc.
A misura che l'Aissaui s'aggira nella sua danza furiosa, si vede il sangue montargli al viso, gonfiarsi le vene del collo; il respiro non passa che fischiando per la trachea compressa, ogni traccia di canto dispare per dar luogo ad un suono inarticolato, che è l'ultimo sforzo di una respirazione ostacolata. Giunto a questo punto, l'Aissaui arranca una sbarra di ferro arroventato e se ne batte con essa la fronte e la testa, la lecca con la lingua, la morde con i denti. "Ho sentito io — dice l'egregio viaggiatore — la nauseosa puzza che veniva dall'arrostire delle vive carni e il crepitìo della pelle". Non era dunque illusione. Allora il djedjeb si fa generale. Tutti urlano e corrono ferocemente, ferendosi nelle braccia e nelle spalle; alcuni imitano carponi il ruggito del leone e il grido del cammello: chiedono al capo di mangiare, e ne hanno foglie di cactus e vivi scorpioni, che gustosamente deglutiscono. Quindi si flagellano con vipere vive, ecc.
Un addetto al Consolato francese di Algeri, non credendo ai suoi occhi, promise dell'oro ad un settario, se innanzi ai suoi occhi divorava una vipera, che prima aveva uccisi un gallo ed una gallina. L'Aissaui si fe' venire il djedjeb e, arrivato all'atto d'esaltazione, la divorò come fosse una fetta di zucchero.