Molti sono i purgati scrittori, de' quali ho parlato fino ad ora, ed altri molti ne avrei aggiunti, se non avessi creduto dovermi alquanto temperare. Nelle facoltà diverse però, che formano la scienza del Dritto, quantunque un gran numero d'uomini illustri possa vantare l'Italia, che le hanno felicemente illustrate, pure è scarso il numero di coloro, che illustrandole hanno scritto purgatamente. Non inutil sarebbe il cercarne la ragione; ma per una parte sì fatta indagine troppo mi farebbe deviare dal sentiero, che debbo scorrere, e per l'altra trattar dovrei materie troppo a mio credere pericolose. Per la qual cosa mi rimarrò da sì fatta considerazione, e senza più nominando quegli scrittori, che a me sembrano più purgati porrò in primo luogo Giuseppe Maria Buondelmonti, di cui l'Accademia Fiorentina approvò il ragionamento sul diritto della guerra giusta.[233] Purissime altresì sono le dissertazioni di Giuseppe Alaleona,[234] delle quali la maggior parte appartengono a questa classe, e trattano delle Romane leggi delle dodici tavole, del paterno imperio, delle leggi civili, delle leggi Romane e Venete. Anche due ragionamenti di Girolamo Baruffaldi spettanti a ragion canonica vogliono aver quì luogo, cioè un voto sulla retta intelligenza della clausula seu alias inserita nel Canone di P. Bonifacio VIII. e nell'altro di Clemente V. intorno alla libera elezione della sepoltura, che egli stampò il 1751. e una dissertazione sopra il significato delle parole fide constitutus inserita nella Raccolta del P. Calogerà T. 37. Il Lampredi altresì celebre Professore dell'Università di Pisa può aver quì luogo pel suo trattato del commercio de' popoli neutrali in tempo di guerra,[235] pel discorso del governo civile degli antichi Toscani, e delle cause della lor decadenza.[236] Altre opere ancora d'altri scrittori si potrebbono unire a queste, ma stimo savio consiglio di trascurarle, e piuttosto passerò a far parola di coloro, che delle arti del disegno hanno scritto, coi quali darò fine a questo capitolo forse increscevole, e lungo soverchiamente. Monsignor Bottari, che tanto fu benemerito della letteratura e della nostra lingua per molte opere pubblicate, tale si rese eziandio pe' dialoghi sopra le tre arti del disegno, per le annotazioni alle vite dei Vasari, e per l'impressione delle lettere sopra la pittura, scultura, e architettura de' più celebri professori. Queste opere sue furono adottate dall'Accademia Fiorentina; talchè altri può trarne in molto numero forme di dire spettanti alle arti belle. Trar se ne possono ancora parecchie dal terzo e dall'ottavo volume delle opere del Conte Algarotti nell'ultima edizion Venata, che tutti si aggirano su questo argomento. Niuno ignora, come egli era dotato di fino gusto nelle arti del disegno, e come trattava la matita lodevolmente. Egli ora instruisce i giovani pittori con ottimi precetti e consigli, ora dà giudizio savio e maturo delle opere de' pittori degli scultori degli architetti, ed or ricorda piacevoli erudizioni, che la storia riguardan dell'arte e de' maestri migliori. All'Algarotti non cedeva nel buon gusto Gian Lodovico Bianconi, e lo vinceva nella grazia dello stile. Le sue lettere sopra la Baviera sono la più cara cosa, che si possa desiderare; nè credo che altra descrizion di paesi si trovi così piacevole, siccome è questa. In essa parla delle arti del disegno, e più ne parla nella vita del Mengs nelle due lettere al Principe Enrico di Prussia sopra Pisa, e nelle otto lettere riguardanti il così detto terzo tomo della Felsina pittrice. Anche il P. Roberti volle trattar di questo argomento. Scrisse in prima una splendida orazione, con che difese le scuole Italiane contro certa diceria del Marchese d'Argens,[237] e poi una lettera sopra Jacopo da Ponte detto il Bassano: e pare che in ambedue le occasioni l'amore del nome Italiano, e di Bassano sua patria, mentre l'animò a prender la penna, aggiugnessero nuove grazie, nuovi fiori alla sua eloquenza. Più parco negli ornamenti dello stile, ma castigatissimo nella lingua il Cavaliere Clementino Vannetti pubblicò le notizie intorno al pittore Gasparantonio Baroni Cavalcabò di Sacco,[238] le quali, come le altre opere sue potrebbono, se non m'inganno, far testo in lingua. Anche Giampietro Zanotti volle esser puro ed imitare gli antichi scrivendo la Storia dell'Accademia Clementina, se non che raccontando talvolta avvenimenti troppo minuti, e di niun conto, e volendo troppo imitar gli antichi annoja il leggitore. Nulla posso dire de' suoi avvertimenti per l'incamminamento d'un giovine alla pittura, e della descrizione ed illustrazione delle pitture di Pellegrino Ribaldi e Niccolò Abati esistenti nell'Istituto di Bologna, che non mi è riuscito di vedere. A Giampietro unirò il fratello suo Francesco per le tre sue orazioni sopra la pittura degnissime di lui, e del Romano Campidoglio, dove la prima fu recitata.

Ma sopra quante opere di questo genere ho fin quì nominate si dee collocare la Storia pittorica dell'Italia dell'Ab. Luigi Lanzi. Essa ebbe il suo cominciamento nell'anno 1792. in cui venne alla luce il primo volume e nel 1796. fu compiuta quantunque poi solo nella seconda impressione del 1809. ricevesse la sua perfezione. Divide egli tutta la trattazione secondo le diverse scuole, ed in ogni scuola distingue le epoche. Accenna i principali pittori di ciascuna, e ne descrive lo stile, nè tace i mediocri, de' quali pure si desidera avere qualche contezza. Ora egli fa ciò con fina critica ed avvedutezza, con abbondanza non soverchia di notizie, e con uno stile vivace, spesso conciso, ed ove la materia il richieda anche eloquente. Non dirò che il Lanzi sia severo nel fatto della lingua; ma qualche libertà da lui usata moderatamente e con giudizio non dispiace, e fra tante cose belle, che allettano e incantano, non sa il lettore fargliene un rimprovero. Anzi io gli so grado di alquante novelle voci e forme di dire da lui adoperate parlando delle arti del disegno e dell'antiquaria, che molti poi non hanno ricusato d'adoperare. Ma i meriti del Lanzi in questa parte della Letteratura sono stati egregiamente esposti da scrittori troppo migliori di me, cioè dal Signor Conte Giambattista Baldelli, e dal Signor Cavaliere Onofrio Boni, ai quali altri potrà ricorrere.[239]

Or dopo la noja per me sofferta nel tessere questa lunga serie di nomi e di titoli di libri, se rivolgo lo sguardo a tanti uomini illustri fin quì nominati, ed a quegli altri molti, che di leggieri aggiunger potrei, mentre per una parte mi conforta e ricrea il pensier della gloria, ch'essi hanno recata al nome Italiano, parmi per l'altra, che si possa quindi trarre un motivo per dileguare un timore insorto nell'animo del Signor Cesarotti. Un uomo scienziato, egli dice, ragionativo, eloquente, ma di coscienza timorata in fatto di lingua, col capo gravido del suo soggetto si mette a scrivere: gli si presenta un'idea nuova che sembra domandar un termine, che non è nel Vocabolario. Che farà egli? Mandi con Dio la sua idea o la storpi con un altro termine il meglio che sa.[240] Or io dico, tanti scrittori insigni da me nominati le scienze e le discipline quasi tutte hanno illustrate con nuovi scoprimenti, con pensieri nuovi, con riflessioni non prima fatte, o le cose già dette da altri hanno esposte in nuova foggia scrivendo purgatamente; nè pare che sia loro avvenuto di stroppiare un'idea per mancanza d'un termine; e forse non avranno voluto sopprimere qualche nuova idea venuta loro in mente. Essi avranno trovato nella ricchezza grande della nostra lingua il modo di supplire alla mancanza d'una voce, o pure hanno usata una voce, che non è nel Vocabolario, la quale se è, non dirò necessaria, ma opportuna, bella, ben derivata, acconcia che nulla più[241] l'Accademia non trascurerà d'approvarla. Si potrebbe ancora dileguar il timore del Signor Cesarotti, negando poter mai accadere, che una parola sia così necessaria per esprimere una idea, che senza quella convenga assolutamente stroppiarla, come egli dice. Ma ove ancora ciò fosse, ove lo scrittor non volesse oltrepassar i confini del Vocabolario, crederei, che nè la sua gloria nè la Repubblica delle lettere patirebbono un danno intollerabile, se l'uso d'un'altra voce o una forma di dire alquanto più lunga venisse a scemar alcun poco la forza o la bellezza di quell'idea. Dall'altro canto se lo studio posto negli antichi dagli scrittor Fiorentini gli preservò nel secolo decimo settimo dal reo gusto in cui tanti caddero miseramente, siccome confessa il Signor Cesarotti, è da credersi, che lo studio medesimo continuerà a produrre un non dissimile giovamento. Ed è da credere ancora, che la diligenza la quale taluno usa per emendare i proprj scritti, onde toglier loro ogni macchia contraria ai canoni della lingua, rileggendoli più volte, e consultando i periti prima di consegnarli alle stampe, produca il vantaggio, che per nuova e replicata riflessione l'autor s'accorga d'altri falli, ne' quali per difetto d'umana natura era caduto. Onde il vantaggio sarà di gran lunga maggiore del supposto danno.


[ Dell'altre moderne lingua d'Europa.]
CAPO XII.

Egli è ormai tempo, che il mio discordo rivolga, benchè brevemente alle altre moderne lingue Europee. E quì dovrei far parola dell'introduzione alle più utili fra queste del Baretti, ma non essendo a me riuscito di vederla nulla ne posso dire.[242] Non parlerò adesso della Turca e della Greca, delle quali più opportuno sarà il tener discorso in altro luogo. Cominciando dunque dalla Francia dirò quel poco che abbiamo meritevole di ricordanza. L'Algarotti in un saggio su questa lingua ci ha data in breve la sua storia,[243] e il signor conte Napione nell'opera già citata, esaminandone l'indole, ha combattuto con evidenza gl'irragionevoli elogj, che ne fa il P. Bonhours, ha ricordato il giudizio, che ne danno gli scrittori più celebri della Francia, ed ha mostrato quale essa fosse prima della riforma introdotta da quell'Accademia.[244] Altri non creda dover collocare fra le opere degl'Italiani il Dizionario non molto pregevole del Veneroni. Egli era di casato Vigneron nativo di Verdun, e per amore della nostra lingua dette forma Italiana al nome di sua famiglia,[245] come altri crede di rendersi più stimabile, prendendo nome Francese. Compatiamo le debolezze degli uomini, e queste massimamente, che sono innocenti.[Pg 149] Italiano era l'Antonini, di cui pure abbiamo un dizionario non migliore di quello del Veneroni. Mal può fare il dizionario di una lingua chi non la possiede perfettamente, e l'Antonini non sapeva abbastanza la Francese, come mostrò traducendo in questa non lodevolmente un opuscoletto del Rolli.[246] Il libro, di cui possiamo gloriarci, è il dizionario dell'Alberti a tutti noto, cioè dell'autore del dizionario enciclopedico rammentato di sopra. Sono circa quaranta anni passati, da che esso venne in luce la prima volta, e in tante edizioni, che ne sono uscite in Italia, e in Francia, non si è mai dovuto farvi considerevoli emendazioni o accrescimenti. Esso ha fatti dimenticare gli altri dizionarj, ed a chi volesse succedergli non ha lasciata molta speranza di far cosa migliore. Nato nel contado di Nizza erano a lui naturali le due lingue Italiana e Francese, nelle quali inoltre pose molto studio finchè visse; quindi colle acquistate cognizioni, e co' dizionarj della Crusca e dell'Accademia Francese potè fare un'opera utile, e degna di vivere lungamente. Il Martinelli ne fece poi un compendio comodo per la sua brevità, in cui le voci tutte del dizionario sono comprese.

Per le altre lingue non abbiamo opere, che a questa si possano paragonare. Per l'Inglese oltre al dizionario del Bottarelli, piccolo in principio, ma poi molto accresciuto,[247] abbiamo la grammatica e il Dizionario dell'Altieri. Questo però è mancante, e quella è non ben sicura nelle sue regole, e di gran lunga inferiore a quella del Barker. Più pregevole assai è la Grammatica e il Dizionario Inglese e Italiano del Baretti, e l'ultimo principalmente dopo che egli vi fece grandi accrescimenti[248]. Nè a lui bastò di provveder con quest'opera a coloro, che apprender volessero una di queste due lingue, ma con un'altro Dizionario si adoperò ancora di giovare agl'Inglesi o agli Spagnoli, che studiano la lingua Spagnuola o Inglese.[249]

La lingua Tedesca mi offre ancora minor numero di cose meritevoli di ricordanza, e il poco che mi offre consiste nella Grammatica e ne' Dialoghi del Borroni, e in un Dizionario del medesimo pe' principianti.[250] La Spagnuola nulla mi somministra fuorchè il Dizionario testè citato del Baretti, giacchè la Grammatica e il Dizionario del Franciosini appartengono al secolo decimosettimo.