Nulla pure ho da dire dell'altre moderne lingue del continente Europeo. Due però dell'Isole adjacenti all'Italia richiedono da me qualche parola. In primo luogo la lingua della Sardegna fu illustrata dal Sig. Madao con due opere da me non vedute.[251] Nè pure mi è riuscito di vedere la Grammatica e il Dizionario della lingua Maltese, che il Signor Vassalli stampò in Roma nel 1791. e 1796. Egli afferma, che essa è un dialetto dell'Araba. Al contrario il Canonico Agius de Soldanis dopo il Majo, l'Erpenio, il Teinesio e altri aveva preteso che fosse Punica, e fino dal 1750. si era accinto a provarlo, ma se non erro con poco felice riuscimento. Stampò egli una breve grammatica e un saggio di Dizionario della lingua Maltese, cui fece precedere due dissertazioni.[252] Nella prima prende appunto a provare, che la lingua Maltese è l'antica lingua Punica rimasta sempre in quell'isola ad onta de' popoli diversi, che l'hanno soggiogata, e nella seconda parla dell'utilità sua. Ma da una parte nè l'uno nè l'altro argomento vien da lui confermato validamente, e dall'altra parte quantunque io non sappia l'Arabo, e solamente ne conosca l'Alfabeto o pochissimo più, ciò non ostante nelle voci Maltesi da lui registrate in questo libro io scorgo voci Arabe, principalmente della lingua volgare, or più or meno alterate. Arroge a ciò, che il Bjoernstahel ne' suoi viaggi racconta d'aver udito Maltesi ed Arabi parlar fra loro, ciascuno nella propria lingua, e intendersi ottimamente. Da che egli deduce con gran ragione, che la lingua de' primi altro non è che un corrompimento, o se si vuole un dialetto della seconda. Il Canonico Agius promise ancora un ampio dizionario della sua lingua, e la interpretazione di que' versi di Plauto nel Penulo, che furono da lui composti in lingua Punica, ed egli voleva spiegarli colla Maltese; nè so se poi abbia eseguite queste promesse. Utile sarebbe stato il dizionario; ma riguardo ai versi Plautini dubito forte, che egli non sarebbe stato più fortunato degli altri, che prima o dopo di lui si sono posti a questa impresa. La lingua Punica è perduta, tranne poche voci, che S. Agostino ed altri antichi scrittori ci hanno tramandate; e que' versi di Plauto passando per le mani di tanti copisti, che non gl'intendevano, debbono in tal guisa esser guasti e corrotti, che niuna speranza v'ha di spiegarli.
Mentre questi scrittori illustravano queste lingue colle grammatiche, e co' dizionarj, altri le illustravano colle traduzioni. Non è mia intenzione di tessere quì il novero di tutto ciò, che dagl'Italiani s'è fatto in questo genere nel passato secolo, il che sarebbe impresa da non venirne mai a fine. Le traduzioni in prosa, dal Francese massimamente, sono innumerabili, ed ove si tolgano ancora tutte quelle, che invita Minerva si son fatte per traffico,[253] ove ancora si limiti il discorso a quelle, che hanno meritata lode per esattezza, e per lo stile, il numero sarebbe tuttavia immenso. Si aggiunga a ciò, che facile essendo la lingua Francese e comune, pare che in questa mal si possa dar nome d'illustrazioni alle traduzioni. Le traduzioni poetiche dal Francese sono in piccol numero, nè di molto momento, se si eccettuino il poema sulla religione di M. Racine tradotto dall'Ab. Filippo Venuti, quello del Re di Prussia sull'arte della guerra tradotto dal Sanseverino, alcune tragedie volgarizzate dal Cesarotti, dal Paradisi, dal Frugoni; e poche altre. Riguardo alle traduzioni dalle altre lingue mancano in gran parte tali ragioni, e però non terrò per esse il medesimo silenzio, pure non mi vi tratterrò lungamente, ma con brevi parole rammenterò solo le principali.
Prime sieno quelle dall'Inglese che sono in maggior numero. Milton, l'Omero dell'Inghilterra a se richiama innanzi ad ogni altro il mio discorso. Il grande argomento di quel poema esigeva una mente ardimentosa per ben trattarlo, ed esigeva pure una penna robusta per ben tradurlo. Paolo Rolli si accinse a questa impresa;[254] quantunque però fosse valoroso poeta non aveva forze bastevoli per far tanto. Egli tradusse letteralmente, ed esattamente; ma il poema di Milton restò spogliato di tutta la sua forza, e diventò un perfetto sonnifero. Dopo molti anni il Mariottini stampò in Londra il primo libro d'un nuovo suo volgarizzamento[255] corredato di molte annotazioni sue in parte, e in parte de' precedenti commentatori Inglesi. Non so se poi egli abbia condotto a fine questo suo lavoro. Il verso generalmente è nobile ed armonioso; ma (se mi è lecito esporre la mia opinione, quantunque sia poco istruito della lingua Inglese) a me non sembra abbastanza fedele, e spesso merita il nome di parafrasi. Pure al chiarissimo traduttore si dee non piccola lode, e son pregevoli le annotazioni che v'ha aggiunte. Altri hanno tentato questa difficile impresa nel secolo presente, de' quali non dovrei quì ragionare. Pure non posso temperarmi dal dire, che il miglior traduttore di Milton è un mio concittadino, cioè il Signor Lazzaro Papi, ed il suo volgarizzamento è così in tutte le sue parti perfetto, che niente lascia a desiderare.
Non vuolsi divider da Milton il suo grande encomiatore Addisson, del quale Anton Maria Salvini volgarizzò il Catone. Nè di ciò dirò più oltre, perchè del modo Salviniano di tradurre parlerò altrove più opportunamente. Parlerò piuttosto della bella versione, che del Poema d'Akenside de' piaceri dell'immaginazione fece il celebre Signor Mazza[256] nel primo suo ingresso nella carriera letteraria. Egli seppe maravigliosamente vestire della copia e della grandiosità Frugoniana (giacchè nella prima sua giovinezza questo sommo poeta, seguiva in parte lo stil del Frugoni, che poi se ne è fatto uno bellissimo, e tutto suo proprio) la poesia filosofica dell'originale; seppe esser fedele senza esser servile, emendando anzi que' modi Inglesi, che a noi parrebbono strani: ed essendo allor giovinissimo fece un'opera, che nulla ha di giovanile, fuorchè il calore dell'estro e la vivacità dell'espressioni. In età poi più matura tradusse alcuni lirici componimenti di Parnell[257] e di Thomson egregiamente come si doveva aspettare da un poeta sì grande.
Poco innanzi all'Akenside del Signor Mazza si pubblicò in parte l'Ossian del Signor Cesarotti[258]. Questa dotta fatica di così illustre poeta fu una nuova luce, che improvvisamente apparve sul Parnasso Italiano, ed attirò a se gli occhi di tutti. Un certo calor nuovo di stile, diverso da quello, di che i Greci, i Latini ed i nostri ci offerivano esempj, certe idee nuove, una semplicità congiunta non rade volte a pensieri giganteschi, una straordinaria energia d'espressioni riscosse l'ammirazione di molti, ed eccitò alcuni all'imitazione. Gl'imitatori però cessarono a poco a poco, e rimase la lode; lode che è a lui dovuta per avere arricchita la nostra lingua poetica di molte maniere energiche, grandi, maravigliose, ora terribili, ora delicate, le quali in parte egli prese dal testo, e in parte creò con una fantasia inesausta. Ma fra i pregj di questo volgarizzamento ardirò io cercar difetti? Meriterò forse la taccia di temerità, se espongo qualche mio dubbio contro il lavoro prediletto d'un Cesarotti? L'impresa da me abbracciata lo richiede, nè posso trascurarne una parte. Nulla dirò della condotta de' poemi attribuiti ad Ossian, degli affetti, delle similitudini, ed altrettali oggetti, che non sono del mio instituto. Io debbo parlare della illustrazione delle lingue, onde considererò soltanto alcune cose, che in qualche modo a queste appartengono.
Descrive il poeta la lotta fra Fingal, e Varano, e dice
.........Ai forti crolli,
All'alta impronta dei tallon robusti
Scoppian le pietre e dalle nicchie alpestri
Sferransi i duri massi e van sossopra
Rovesciati i cespugli.[259]
In un'annotazione a questi versi il chiarissimo traduttore osserva, che questo forse è l'unico luogo in tutto il poema di Fingal, che si possa chiamar gonfio, e quindi procura di difenderlo. Ma egli aveva allora dimenticati que' versi, ne' quali parlandosi del combattimento tra lo stesso Fingal, e Cucullino si dice:
.........i nostri passi
Crollaro il bosco, e traballar le rupi
Smosse dalle ferrigne ime radici.[260]
A me parrebbe questo luogo più gonfio ancora dei primo, nè a difenderlo basta il dire, che a quell'età erano gli uomini, più forti molto che noi non siamo; il che è la difesa dal signor Cesarotti addotta pel passo precedente. Ma più altre cose ancora vi s'incontrano, le quali a me appariscono gonfie. Tali a cagion d'esempio sono Cucullino, che sgorga rivi di valore T. 2. p. 150. e tu sgorgasti valore, ivi p. 275. Morna, che rotola nella morte p. 148. la vasta azzurra stellata conca del Cielo p. 241. il sangue del monte Gormallo, cioè il sangue delle fiere di quel monte p. 203. al suo cospetto sfuma la pugna p. 51. ed altre simili maniere di dire. Nè mi dispiace meno la troppo frequente ripetizione di certe espressioni favorite, e specialmente della voce figlio usata metaforicamente.[261] Queste ed altre cose di tal genere non sanno piacermi, e temerei che imitandosi le poesie in molte parti bellissime d'Ossian taluno potesse forse esser trascinato in un gusto non lodevole. Altri pure tradussero altre simili poesie, e fra questi mi piace ricordar quì il signor conte Prospero Balbo. La morte d'Arto, un breve squarcio d'altro poema, e la battaglia di Lava volgarizzò egli dalla prosa Inglese di Giovanni Smith in bei versi Italiani, ne' quali nulla si trova che non si debba molto commendare.[262]