si leggevano i versi de' Manfredi, Ghedini, Frugoni, Paradisi, Bettinelli, e di tanti altri chiari poeti. La celebre ode del Conte Agostino Paradisi, che comincia
A te che siedi immola ec.
fu fatta per una Raccolta, e il gran Sonetto del P. Quirico Rossi Gesuita
Io nol vedrò, poichè il cangiato aspetto
fu letto per la prima volta appeso a una colonna d'un portico di Bologna per una festa secondo la costumanza di quella città. Ora senza quella Raccolta, e senza quella festa la poesia Italiana sarebbe priva di questi due solenni componimenti, che vivranno finchè vivrà o sarà intesa la lingua Italiana, e il buon gusto non sarà spento affatto. Così si dica pure di qualche centinajo d'altri buoni componimenti, che in altrettali occasioni furono scritti. Le Accademie, le Raccolte, le Feste animavano molti a far versi, e fra i molti se ne destavano poi alcuni ottimi, o almeno assai lodevoli, che avevano dalla natura ingegno da ciò, e altrimenti avrebbono intorpidito nell'ozio e nell'oscurità. Fra tanti coltivatori della poesia buoni, mediocri, e cattivi non è strano, che parecchi si applicassero a tradurre i poeti antichi, e quindi che sia maggiore il numero de' volgarizzamenti di questi, che degli scrittori di prosa. Pochi poi dovevano esser coloro, che traducessero gli scrittori Ecclesiastici, perchè ciò naturalmente conveniva agli uomini di Chiesa, e questi sogliono farne uso predicando o scrivendo, ma raro è che li adoprino in altra lingua, fuorchè nella latina, onde una traduzione poteva sembrar loro di non grande utilità. Si aggiunga a ciò, che molti sono d'avviso non doversi trattare gli studj sacri in lingua volgare per togliere alla gente idiota l'occasione di legger ciò che gli antichi hanno scritto in Greco o in Latino. Mi si perdoni questa breve digressione, la quale mi pareva in qualche modo richiesta dal mio assunto, e ritorno all'argomento.
Scrittori in Greco.
CAPO X.
Per compimento di ciò che della lingua Greca per me si doveva dire resta ora solamente, che di coloro i quali in Greco hanno scritto, faccia onorevole ricordanza. Pochi nomi però posso quì ricordare; ma fra questi uno solo domanderebbe lungo discorso. Della Greca traduzione delle Orazioni concistoriali di Clemente XI. ho dato un cenno parlando della lingua Ebraica. Una sola Omelìa dello stesso Pontefice trasportò in Greco Biagio Garofolo, che non ho veduta[290]. Anton Maria Salvini, che tanto scrisse si esercitò ancora in questa parte. A esortazione del Marchese Maffei prese a tradurre in versi Greci le favole di Fedro, ma non le terminò. Terminò bensì la traduzione di Catullo[291], della quale però abbiamo alle stampe solamente l'elegìa, che quel poeta aveva tradotta da Callimaco, e di cui l'original testo Greco è perduto. Il Salvini tien quì pure il suo metodo di tradurre letteralmente, e con ciò appunto mostra quanto possedesse la lingua Greca. A me sembra però che la fedeltà troppo scrupolosa e servile non sia quì commendabile, perchè non può aver quello scopo, che egli si era proposto nelle versioni Italiane. Chi vuol rendere in versi Greci quell'elegia dovrebbe, se non m'inganno, adoperarsi d'indovinare il modo, con che la scrisse Callimaco, e dovrebbe inserirvi que' pochi frammenti dell'originale, che sono fino a noi pervenuti. A maggiore impresa, e più difficile si accinse il P. Carmeli, che nel 1757. stampò un Greco poema in quattro libri in lode di Lorenzo Morosini intitolato Θεῶν ἀγορὰ, cioè il Concilio degli Dei e a me rincresce che non solamente non ho potuto vederlo, ma nè pure m'è riuscito d'averne verun'altro indizio. Il Canonico Checozzi Vicentino tradusse i Salmi in versi greci, come ci assicura il Lazzarini[292]. Di quest'opera rimasta inedita non parla il P. Zaccaria nel suo elogio[293] nè il dizionario storico stampato a Bassano nel suo articolo, e invece parlano di molte sue poesie Latine e Greche unite a quelle del Volpi. Essi però errarono, perchè il Checozzi ivi non ha che un solo epigramma Greco colla versione latina. Ma quello che più d'ogn'altro ha scritto in questa lingua è il Cardinale Michel'Angelo Luchi troppo immaturatamente rapito alla Chiesa ed alle lettere. Le sue lodi sono maggiori di quello che io potessi dir quì, e sono state esposte dal signor Canonico Luigi Ciolli nell'orazion funebre da lui detta in Subiaco ai 2. d'ottobre del 1802. e l'anno medesimo stampata in Roma dal Lazzarini. Molte sono le opere sue, fra le quali settantacinque son quelle scritte in Greco tutt'ora inedite oltre agli Esapli, di cui ho già parlato, e tutte si conservano nella Vaticana. Voglionsi a queste aggiungere due dialoghi stampati, uno sulla vita rustica, e l'altro sulla necessità, che i giovani hanno d'applicare allo studio, e far buon uso del tempo[294]. Egli scriveva queste operette in Greco sopra argomenti d'ogni genere, affinchè i giovani studiosi di questa lingua trovassero in esse raccolte le principali voci, e modi di dire usati dagli scrittori, onde minor difficoltà incontrassero nel leggere l'opere degli antichi, di che gli si dee saper molto grado. Ma lasciam finalmente questa lingua, della quale troppo a lungo forse ho favellato, e a quelle facciam passaggio, che nacquer da lei.