Il Rolli dette anche la versione di Teocrito, Mosco, e Bione, che non ho veduta come nè pure ho vedute quelle che di questi poeti[261] e di Callimaco fece l'Ab. Giambattista Vicini[262], e il breve saggio, che della seconda si ha nel Giornale di Modena[263] non è bastevole per giudicarne. Ho bensì veduta quella, che di Teocrito fece il Regalotti languida, e fredda molto, perchè volle esser servile, e non lo fu però tanto, che basti a coloro che di sì fatti ajuti han bisogno per intendere l'originale[264]. A dir vero a me pare, che tra i volgarizzatori seguaci d'una severa fedeltà pochi abbiano così lodevolmente colto nel segno quanto il P. Pagnini, il quale oltre ad Anacreonte Saffo ed Erinna tradusse ancora Callimaco, Teocrito, Mosco, e Bione[265], e parecchi epigrammi dell'Antologia, nei quali seppe unirla felicemente alla grazia poetica, ed alla eleganza. Non così fece nell'Epitteto, e nel Cebete, ne' quali talvolta ha voluto più presto parafrasare, che tradurre, e (se mi è permesso di parlare liberamente d'un uom così dotto) temo non forse la sua parafrasi sia riuscita alquanto snervata. Anche i Poeti de' bassi tempi Museo, Coluto, e Trifiodoro ebbero i loro traduttori. E il primo come migliore degli altri, n'ebbe più e diversi, cioè oltre all'Ab. Rubbi, di cui ho detto di sopra, il Pompei castigato ed elegante, il P. Caracciolo pedestre, e il Signor Mazzarella Farao Napoletano, che o scriva in prosa o in verso in ciò che spetta allo stile non so commendarlo.

Del Pompei sono pure da lodarsi molto altre poetiche versioni, che abbiamo fra le sue opere, cioè sei Idillj di Teocrito, e due di Mosco con pregevoli note, molti epigrammi dell'Antologia, e i lavacri di Pallade di Callimaco, nelle quali tutte si vede e fedeltà ed eleganza di stile. Di questi pregj medesimi sono arricchiti eziandio i volgarizzamenti del Signor Luigi Lamberti Prefetto della Real Libreria di Milano, il quale dottissimo essendo in ambedue le lingue, e buon poeta, ci diede l'Edipo di Sofocle, i cantici guerrieri di Tirteo, l'inno a Cerere, ed altro[266]; pe' quali niun altro rimprovero gli si può fare se non che sono troppo scarsi di numero pel comun desiderio. Anche della Cassandra dell'oscuro Licofrone ci fu promessa una traduzione per opera del Conte Francesco Montani. Il Giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia l'annunziò nel tomo 31. art. 13. e il Marchese Maffei la registrò ne' suoi Traduttori Italiani. L'Autore però morì nel mese di febbrajo del 1754. senza averla pubblicata. E veramente non so bene quali speranze si potessero concepir di quest'opera. In fatti se nel volgar nostro si trasportassero le maniere di quel poeta essa riuscirebbe oscura per modo, che pochi ed a fatica giunger potrebbono ad intenderlo; se si riducesse ad una conveniente chiarezza si altererebbe l'indole dell'originale. Alcuni epigrammi dell'Antologia furono volgarizzati da Antonio Buongiovanni, e da Girolamo Zanetti,[267] e finalmente il P. Giuliano Ferrari della Congregazione dell'Oratorio tradusse in versi Italiani il poema, che sulla propria vita scrisse il Nazianzeno, come ci avverte il P. Bevilacqua nella prefazione alla sua versione di due Orazioni del medesimo santo. Ma non è a mia notizia, che la traduzione del P. Ferrari sia venuta alla luce.

Altri chiarissimi ingegni trasportarono i Greci Poeti nella lingua del Lazio. Fra questi debbono aver il primo luogo gli Ab. Cunich e Zamagna Gesuiti, Ragusei di patria, ed Italiani per domicilio. Recarono essi egregiamente in versi latini, il primo l'Iliade d'Omero, e parecchi epigrammi dell'Antologia[268], il secondo l'Odissea, le opere d'Esiodo e di Teocrito. E Teocrito incontrò ancora un altro valoroso traduttore nel Sig. Roni di Garfagnana Professor d'eloquenza nel Collegio d'Osimo.

Un altro egregio traduttore è il P. Giuseppe Petrucci della Compagnia di Gesù. Egli in bei versi latini veramente Virgiliani trasportò gl'inni di Callimaco nel 1795. tranne i lavacri di Pallade pe' quali vi pose la versione del Cunich[269]. O si consideri la fedeltà della traduzione, o la purità della lingua latina, o la eleganza e la maestà dello stile poetico pareva che il suo lavoro non lasciasse nulla a desiderare. Egli però ha saputo trovarvi non so bene se io debba dire qualche neo da togliere, o qualche bellezza da aggiugnere, e ne ha data una nuova impressione col testo Greco nel 1818.[270] In questa il P. Petrucci sostituì la sua versione de' lavacri di Pallade a quella del Cunich: e quantunque questa sia ottima, pure quella del P. Petrucci mi sembra e per fedeltà e per eleganza megliore. Egli fin da principio vi aggiunse parecchie note critiche e filologiche pregevolissime, che nella seconda stampa hanno ottenuto qualche accrescimento.

Molti sono i Greci poeti nel passato secolo volgarizzati; e pel numero superano quelli degli scrittori di prosa. Di parecchi ho già parlato, e debbonsi ricordar gli altri. Giulio Cesare Becelli tradusse Erodoto, come dice il P. Zaccaria, ma non ho veduta la sua versione. Il P. Politi tradusse lo stesso storico in latino; ma questa sua fatica è rimasta inedita[271]. Dieci orazioni di Demostene volgarizzò il Gesuita Gio. Battista Noghera con esattezza ed eleganza[272], se non che è caduto in qualche troppo umile espressione, non degna della gravità Demostenica. Il P. Michel'Angelo Bonotto Domenicano trasportò nella nostra lingua i libri della repubblica di Platone[273], ma non seppe conservar la grazia dell'originale. Il quadro di Cebete fu tradotto da un anonimo[274], dai Canonico Gio. Battista Tognaccini, e dal Conte Gasparo Gozzi[275]. A Cebete succeda un altro filosofo assai più celebre, e al tempo stesso storico grandissimo, cioè Plutarco. Il Pompei ne volgarizzò le vite con molta lode[276], l'Ab. Zendrini il Ragionamento intorno all'Amministrazione degli affari pubblici[277], ed altre operette il P. Giovanni Guglielmi[278].

Da un filosofo grave passiamo ora ad uno scrittore, che amava di filosofare scherzando, e derideva ugualmente i costumi degli uomini, e le favole degli Dei del Gentilesimo, ch'erano spesso peggiori degli uomini; voglio dire Luciano. Il Conte Gasparo Gozzi ne tradusse alcuni dialoghi, e Spiridione Lusi altri, e aggiunti ai primi li pubblicò[279]. Essi si sono adoperati di trasportare nel nostro volgare non solo i sentimenti, ma le grazie ancora dell'originale, e vi sono riusciti assai felicemente.

Non fu altrettanto felice il Gozzi nel conservare l'eleganza del suo autore, quando prese a tradurre gli amori di Dafni, e Cloe di Longo Sofista, del quale non vedo in Italiano che troppo languide orme[280]. Degli altri romanzi Greci poi nulla ho quì da dire, giacchè del Caritone del Giacomelli ho già parlato di sopra. Fra i libri storici oltre alle vite di Plutarco e ad Erodoto, di che pure ho già parlato, domandano d'essere ricordati i Cesari di Giuliano volgarizzati da G. F. Zanetti[281], le Storie de' Greci di Giorgio Gemisto Pletone da Antonio dalla Bona[282], e le opere di Giuseppe Ebreo dall'Ab. Francesco Angiolini Piacentino[283]. Dell'Angiolini ho già parlato due volte con lode, e debbo ora commendarlo anche più per questa laboriosa impresa. Pregevole è la traduzione per la fedeltà sua, e per lo stile nobile con cui è scritta, e pregevoli sono le note, che l'accompagnano, e che mentre illustrano l'originale, dove fa di mestieri mostrano la molta dottrina del traduttore nelle lingue Orientali.

Non molto si è fatto pel volgarizzamento degli autori ecclesiastici. Dell'opera di S. Gio. Grisostomo del Sacerdozio tradotta dal Giacomelli ho già fatta menzione di sopra. Le altre non sono di gran momento, e perciò non farò che accennarle. Dobbiamo dunque a Giov. Maria Lucchini alcune Omelìe de' Santi Giovanni Grisostomo, e Basilio[284] ed altre pure di S. Basilio, e di S. Gregorio Nazianzeno con un Ragionamento di Plutarco ad Angelo Maria Ricci[285], il Pastore di S. Erma[286], l'orazione di Taziano ai Greci con un frammento di Bardesane sul destino[287] al Gallizioli. Il P. Francesco Colangelo della Congregazione dell'Oratorio di Napoli ha elegantemente, ma alquanto liberamente tradotto il trattato di S. Gio. Grisostomo, che Cristo sia Dio[288] e vi ha aggiunte parecchie dotte annotazioni, le quali però essendo dirette solo a combattere i miscredenti non appartengono al presente mio instituto.

Sarà forse alcuno cui recherà maraviglia osservando, che molti essendo i traduttori de' poeti, pochi sieno stati quelli di prosa, pochissimi quelli degli scrittori ecclesiastici. Non è però difficile a mio giudizio, il rendere di ciò ragione. Quantunque le parti tutte de' buoni studj siano state dagl'Italiani nel passato secolo ben coltivate, pure fra quelli delle umane lettere, se non m'inganno, la poesia è quella, che ha ottenuto un maggior numero di seguaci. E a ciò contribuirono le tante Accademie, che erano in ogni città, e dirò quasi in ogni borgo. Vi contribuirono pure quelle malagurate raccolte, che ad ogni matrimonio alquanto illustre si consacravano, e in certe città ad ogni Laurea dottorale, ad ogni celebrazione di nuova Messa, ad ogni sacra Vergine, ad ogni buono, o mediocre Predicatore, anzi si profanarono per fino alle Taidi del ballo e della musica teatrale. Fra tante migliaja di versi degni solo d'esser portati

In vicum vendentem thus, et odores,
Et piper, et quicquid chartis amicitur ineptis
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