Fra i volgarizzatori dell'Odissea oltre al Bozzoli, di cui ho già parlato può meritare qualche menzione il P. Soave.[234] Egli giudicò che due cose diverse si debbano considerare in questo poema, cioè il ritorno d'Ulisse in Itaca e i mezzi da lui usati per vendicarsi de' proci e rimettersi al possesso del regno. Tradusse la prima parte solamente, e in questa pure tralasciò il viaggio fatto da Telemaco per rintracciare il padre, onde dal v. 87. del litro I. salta improvviso al 28. del V. Pare per tanto che il P. Soave condannasse l'Odissea, come mancante d'unità, e l'episodio del viaggio di Telemaco come strano, e non tendente al fine del poema: il che non tutti gli vorranno concedere. In ciò poi che gli è piaciuto di volgarizzare trovo comunemente bastevole fedeltà, non però quell'anima poetica, che si ravvisa nell'originale. Manca dunque una buona traduzione dell'Odissea, e l'aspettiamo dal Signor Marchese Ippolito Pindemonti, che tanti saggi ha dati del suo valore in questo genere, ed è senza dubbio uno dei più illustri poeti, che vanti l'Italia in questa età. Egli ne ha già pubblicati i primi due libri con sommo plauso, ma essi appartengono al secolo decimonono; onde non è di questo luogo il parlarne. Più felici traduttori hanno avuto gl'inni, che portano il nome d'Omero. Quello a Cerere fu egregiamente volgarizzato dallo stesso Signor Pindemonti, e dal P. Pagnini, e quello a Venere da Dionigi Strocchi e da Amarilli Etrusca, cioè dalla Signora Teresa Bandettini celebre ugualmente nel far versi estemporanei, e meditati. Non parlo della guerra de' topi e delle rane, che il Ricci, ed altri hanno recata in versi Italiani; perchè essendo quello un poemetto piacevole, i volgarizzatori hanno forse creduto non doverci impiegare molto studio.
Un altro molto lodevole traduttore dell'Iliade Omerica fu Paolo Brazuolo, ma la sua traduzione non è stata impressa mai. Se io però la commendo ho del mio giudizio due autorevoli mallevadori il Conte Algarotti, ed Angelo Mazza. Il primo ne parla più e diverse volte nelle sue lettere[235] e gli rimprovera d'essere incontentabile nell'emendarla. Ma il rimprovero fu inutile, perchè la rifece tutta, e non contento pure della riforma, l'arse, e finalmente venuto in furore si uccise. Egli tradusse eziandio l'Europa di Mosco di cui l'Algarotti reca qualche verso, come ne ha ancora alcuni dell'Iliade, della quale altri ne reca il Mazza.[236] Questi piccoli saggj accrescono il dolore che l'opera sia perduta, e mostrano quanto egli fosse accurato nel trasportare in Italiano i modi di dire, e dirò ancora le voci stesse del Greco poeta, senza che se ne perda la gravità e lo spirito.
Esiodo fu tradotto dal Salvini, e con metodo quasi Salviniano il Conte Gian Rinaldo Carli dette la Teogonìa, e il Marchese Giovanni Arrivabene l'opere e i giorni. Del primo è inutile il dar giudizio perchè della sua maniera di tradurre ho già detto abbastanza. Gli altri due sono fedeli, non però scrupolosamente.
L'avviso celebre d'Orazio non ha sgomentato alcuni da tentare i voli di Pindaro. Il P. Stellini ne tradusse alcune odi in versi sciolti di varia misura, ed il Gautier tutte le dette in versi rimati. Il primo è assai fedele, quando ha inteso l'originale. Del secondo vuole il Sig. Heyne, che abbia tradotto non dal testo Greco, ma dalla versione Latina, e da quella dell'Adimari[237]. Egli pure non sempre ha inteso l'originale, ed il metro, e la rima l'ha costretto a dir ciò, che Pindaro non ha detto. In niuno poi si cerchi lo stile di Pindaro perchè non se ne troverà veruna traccia, benchè remota. Alcune odi volgarizzò il P. Gius. Mazzari Gesuita che non ho vedute, onde nulla ne posso dire[238]. Ma quello che maggiore impresa d'ogni altro ha tentata, e felicemente eseguita è il Sig. Ab. Costa, il quale tutte le odi di Pindaro ha trasportate in bei versi Latini. L'opera è stampata nel secolo presente[239], e perciò non dovrebbe aver quì luogo; ma fino dal 1787.[240] cominciò egli a presentare all'Accademica di Padova le sue osservazioni su questo poeta, e nel 1792. vi aveva già letta una parte della sua versione[241]; onde io mi credo in diritto d'attribuire al secolo decimottavo la gloria d'avere almeno in parte prodotta un'opera così insigne[242].
Molta somiglianza col Principe de' Lirici Greci ha Eschilo in ciò che spetta allo stile, e molte delle difficoltà, che si hanno nel volgarizzare il primo si provano riguardo al secondo. Ciò non ostante tentarono questo guado, oltre al Cesarotti di cui già ho parlato, il Pasqualoni nel Prometeo e nei sette a Tebe[243], e il Giacomelli altresì nel Prometeo[244]. In primo luogo non so approvare in questi traduttori l'uso de' versi ottonari settenari ed altri simili senza rima nei cori, il che riesce ingratissimo al mio orecchio; e poi i cori essendo affatto lirici pel metro, e per lo stile parmi che richiedano stile e metro lirico, e perciò qualche rima. In secondo luogo questi due volgarizzatori hanno voluto esser molto fedeli, e una fedeltà troppo rigorosa non si può ottenere senza pregiudizio della poesia. Lo stesso io dico della versione dell'Elettra di Sofocle che fece il secondo. Bellissime poi sono le traduzioni che questo dotto Prelato dette di Caritone[245] e dell'opera di S. Giovanni Grisostomo del Sacerdozio[246]. Non ugualmente felice in tutte le sue parti parmi quella di Senofonte dei detti memorabili di Socrate che forse non fu da lui emendata[247]. La prima fu paragonata colla latina del Reiske, e fu dimostrato quanto sia a questa superiore dal P. Antognoli in una bella lettera da lui diretta al Perelli[248]; nè meno pregevole è la seconda per esattezza ed eleganza. Ma torniamo ai Tragici.
Commendabile molto è la versione di parecchie tragedie di Sofocle del Signor Lenzini, che mostra in lui molta cognizione della Greca lingua e dell'Italiana, nella quale è puro scrittore[249]. Commendabile pure è quella che di tre tragedie dello stesso poeta, e del Ciclope d'Euripide ha fatta il P. Angelini in bei versi nobili, e armoniosi. L'Euripide del P. Carmeli è stato da me considerato di sopra riguardo alla illustrazione del testo. Ma la sua letteral traduzione non ha i pregi di quelle del Salvini, e ne ha i difetti[250]. Anche il Mattei volle tradurre qualche squarcio de' tragici Greci; ma i suoi tentativi non furono più felici di quello che fossero nella version de' Salmi. Egli adoperandosi d'accostarsi allo stile del Metastasio affievolisce la forza degli originali, e introducendo qua, e là terzetti, e duetti altera la natura della Greca Tragedia. Darò fine al novero dei traduttori de' poeti tragici con un nome grande. Ennio Quirino Visconti sin dalla fanciullezza dette segno di ciò che doveva essere un giorno. Gli scrittori della sua vita hanno raccontato le prove letterarie per lui date in Roma a quell'età, fra le quali è mio officio mentovar solamente l'Ecuba d'Euripide, ch'egli recò in versi italiani, e stampò a tredici anni[251]. Il libro è raro, nè mi è avvenuto di leggerlo: ma oltre agli allegati scrittori ne parla l'Abate Amaduzzi in una lettera al Brunelli, che può vedersi nel tomo settimo delle Miscellanee stampate a Lucca, e nella lettera, colla quale gl'indirizzò uno degli opuscoli inserito negli Aneddoti Romani[252]. Il Visconti si accinse altresì a volgarizzar Pindaro, e nel tomo secondo del Giornale, che si stampava a Modena si vedono le odi undecima e dodicesima delle olimpiche (ivi per errore dette decima ed undecima) da lui tradotte in versi con brevi annotazioni, e con qualche riflessione sul modo da tenersi volgarizzando questo poeta. Io non dirò che queste traduzioni sieno al tutto scevre da ogni macchia, ma queste son piccole, e vuolsi concedere qualche cosa all'età sua giovanile, ed alla difficoltà della rima.
D'Aristofane, e de' pochi suoi volgarizzamenti ho già parlato, dove degli editori ho tenuto discorso. A queste nulla ho da aggiugnere fuor solamente, che il Bjoernstahel[253] ricorda il volgarizzamento, che delle sue commedie fece Monsignor Giacomelli e che è rimasto inedito[254].
Le grazie d'Anacreonte, che tanto piacciono a chi le legge nell'originale, non potevano esser dimenticate da' poeti Italiani. L'Argelati raccolse le traduzioni d'alcuni fatte da' varj Anonimi[255], che furono poi svelati dal Quadrio, e dal Paitoni, e sono Claudio Nicola Stampa, Francesco Lorenzini, Giambattista Ciappetti, Giovanni Salvi, e Domenico Petrosellini. Le ristampò poi nel 1736. il Piacentini in Venezia col testo Greco secondo le correzioni del Barnes, la versione letterale Latina, e le Italiane poetiche del Corsini, del Regnier des Marais, del Marchetti, e le due del Salvini. Anche Paolo Rolli volgarizzò Anacreonte[256], e verso la fine del secolo il P. Pagnini[257], e il signor de Rogati[258], che vi unì il testo Greco con pregevoli annotazioni. Di queste traduzioni recherò quì il giudizio, che ne dà l'Ab. Rubbi, il quale all'esattezza della critica unisce le grazie tutte dello stile. «Il Salvini fece due traduzioni. La prima con rime. Ma qual venustà danno esse mai al più venusto di tutti i Poeti? L'altra non è rimata; ed ecco il povero Anacreonte spogliato de' migliori abbigliamenti, perchè lo veggiate nudo nudo alla Greca. L'Ab. Conti era troppo esatto, perchè troppo possedeva la Greca lingua, o sia assai più delle grazie Italiane. Il Corsini amò più una parafrasi, che una traduzione, e scelse anche il metro de' Sonetti. Il Marchetti pure egli parafrasò, ma senza ordine, e si rivolse talvolta alla forma de' ditirambi. Fu parafraste il Lorenzini. Il Rolli, che aveva l'anima più anacreontica di tutti gli altri, si attene alla fedeltà del testo, e riuscì snervato con versi sciolti, e con qualche rima per grazia. Il Catalani ha seguito i difetti de' traduttori contemporanei. Lo stesso dite del Ridolfi. Mi trovo il palato insipido dopo tanta lettura. Il Cav. Gaetani si è incatenato nel Sonetto di versi ottonarj. Mal per lui che ha dovuto così talora divider le odi, e i sensi non ricordandosi che il Sonetto è un poema finito. Appena leggete il de Rogati potete cantarlo, e dire; questi è Anacreonte Italiano[259].» Quando il Sig. Ab. Rubbi scriveva così non era stampato l'Anacreonte del P. Pagnini, ed è da osservarsi, che egli come editore doveva giudicare per iscegliere la miglior traduzione. Io debbo avere mire diverse. Senza allontanarmi dunque dalla sua opinione dirò, che il Salvini, il Rolli, il Ridolfi sono ottimi per coloro che abbisognano di qualche ajuto per intendere il testo. Il P. Pagnini ha voluto unire la fedeltà con qualche grazia; ma la sua grazia è arida troppo. Il Lorenzini, e il Marchetti hanno fatte buone parafrasi, e il Derogati è quello, che ha vinti tutti gli altri suoi predecessori[260].