Traduzioni.
CAPO IX.
Dopo aver finquì parlato degli editori vuolsi ora far passaggio ai traduttori. Questi però sono tanti di numero, che reputo conveniente di tralasciare del tutto coloro, che poche, e piccole cose hanno volgarizzate. Degli altri poi parlerò brevemente, tranne alcuni che richiedono più lungo ragionamento. E in primo luogo si dee molto commendare il chiarissimo Sig. Ab. Rubbi, il quale con ottimo divisamento prese a raccogliere le versioni dei poeti tolti d'ogni età, e d'ogni nazione, e solamente è da dolersi, che la morte dello Stampatore Zatta abbia interrotto così util disegno[218]. Nè bastò a lui d'esser giudizioso editore, ma fu ancora traduttore elegante, inserendovi oltre ad alcuni pezzi biblici, (i quali non essendo volgarizzati dall'originale non appartengono alla presente trattazione) la versione del poemetto di Museo sugli avvenimenti d'Ero, e Leandro, che ivi si legge da lui recato in bei versi sciolti. Due sono i traduttori, che per certi riguardi a mio giudizio richiedono special menzione, cioè Anton Maria Salvini, e il Cesarotti. Moltissime son le traduzioni fatte dal primo, parecchie stampate, ed alcune inedite; e sono tante, che appena si crederebbe esser lavoro d'un solo uomo. Egli volgarizzò Omero, Esiodo, Anacreonte due volte, Callimaco, Teocrito, Oppiano, Orfeo, Nicandro, Teognide, Museo, Trifiodoro, Coluto, Senofonte Efesio, Epitteto, Quinto Calabro, Nonno Panopolita, alcune cose d'Euripide, d'Aristofane, di Proclo, di Luciano, di Diogene Laerzio, di Plotino, di Libanio, e di S. Gregorio Nazianzeno, oltre ad alcuni scrittori Latini, Francesi, Inglesi, e a molte altre produzioni letterarie. Egli traduce sempre letteralmente, avendo cura di rendere Italiana quasi ogni parola dell'originale. Lo stesso si dica delle versioni da lui fatte in latino, e di quelle che dal Latino ha fatte in Italiano o in Greco. Ora ognun vede, che traducendo così in versi i poeti debbono le sue versioni esser prive di quella grazia o maestà o forza, che hanno gli originali. E tali sono veramente; onde gran lamento si fa da molti contro a lui per questo appunto. Anzi non v'ha quasi traduttore buono o mediocre (parlo di quelli, che si sono allontanati dal metodo Salviniano) il quale non l'abbia a quando a quando voluto mordere. Ma tanti rimproveri sono poi giusti? Era il Salvini assai buon poeta, come si vede dalle sue rime; e se nelle versioni usò modi triviali, e diciam anche plebei che non usò poi nelle rime, è manifesto segno, che egli non volle in queste esser poeta, e solamente ebbe in mira di giovare a coloro, che hanno bisogno di qualche ajuto per intendere quegli Autori. Laonde il biasimar lui, perchè non ha conservata la dignità la grazia e gli altri pregi de' Greci Poeti, è lo stesso che se altri biasimasse il Cesarotti, perchè non ha espresso nella morte d'Ettore il rigoroso significato di qualche parola, o di qualche espressione dell'Iliade. Ha egli tradotto in versi, perchè forse credeva, che, qualunque sia il fine, che altri si propone traducendo, fosse disdicevole di recare in prosa le opere de' Poeti; non perchè usando la misura de' versi giudicasse necessario adoperar lo stile proprio della poesia: cioè prese dalla poesia tutto quello, che poteva senza allontanarsi dal suo scopo. Un altro fine ancora ebbe egli forse, o almeno un altro vantaggio si ritrae da' suoi volgarizzamenti, ed è il vantaggio della nostra lingua. Molte voci, e maniere di dire, che erano disusate richiamò a nuova vita, molte ne tolse dalla lingua Greca dalla Latina dalla Francese ad arricchire il tesoro della nostra. I suoi contradittori hanno avuto in mira d'emulare quanto era possibile gli originali, sforzandosi di rappresentare con parole, e modi Italiani, o Latini la grazia, la forza, la dignità loro, mentre procuravano di rappresentarne il senso. Quantunque io confessi, che non sempre sia riuscito al Salvini di conseguire i fini, che si era proposti, pure desidero, che i suoi critici non si siano mai allontanati dal loro meno di quello, che egli abbia fatto dal suo.
Ho detto, che al Salvini non è sempre riuscito di conseguire ciò che si era proposto, volendo intendere, che non è stato sempre fedele all'originale. Questo rimprovero gli fece Giuseppe Torelli,[219] al quale però procurò di rispondere il Lami sotto il nome di Accademico Apatista nelle Novelle Fiorentine del 1747. Glielo fece altresì il celebre Ab. Lazzaro Spallanzani, che la sua carriera Letteraria cominciò con due lettere dirette al Conte Algarotti,[220] nelle quali esamina i primi due libri della traduzion dell'Iliade. E in altri volgarizzamenti ancora altri potrà notare qualche difetto. E perchè no? In una notte tradusse Museo, come si vede da una postilla, che egli vi aggiunse in fine. E gli altri suoi volgarizzamenti debbono pure esser fatti con molta fretta, il che si deduce dal loro numero grande, e dal numero pur grande dell'altre cose sue. Che se Omero dormicchia talvolta, come dice Orazio, e chi è discreto, gliele perdona, può ben dormicchiare anche il Salvini. Ma la sua negligenza non è frequente, ed è perdonabile. Pure le sue versioni meriterebbono d'essere alquanto più accarezzate dagli eruditi, e dirò anche studiate, e ne ritrarrebbono ottime emendazioni degli originali. Ognuno se ne potrà di leggieri persuadere, ove solamente si prenda fra mano il Senofonte Efesio del Baron Loccella, che più, e diverse volte lo fa vedere. So che l'Hemsterhusio, l'Abresch, il d'Orville, e sopra gli altri il Loccella hanno molto più del Salvini giovato alla correzione di quel romanzo. Ma essi lo studiarono lungamente a fine d'emendarlo, ed il Salvini lo leggeva per tradurlo, e traducendo faceva quelle emendazioni, che spontanee gli si presentavano alla mente.
Certo è che dottissimo era nella lingua Greca, e il Pope non molto modestamente soleva dire, che due sole persone a' tempi suoi erano al Mondo, le quali sapessero bene questa lingua, cioè il Salvini in Toscana, ed egli stesso in Londra. Io non dirò tanto nè dell'uno nè dell'altro, ma francamente asserisco, che ambedue erano dottissimi, e del Salvini lo mostrano i contrastati suoi volgarizzamenti, fra' quali non tiene l'ultimo luogo quello testè citato di Senofonte Efesio, e tiene il primo per l'eleganza, colla quale ha ottimamente emulato l'elegantissimo originale.
Il Cesarotti è l'altro traduttore di cui vuolsi far, come ho detto, più special menzione. Osserva il Salvini una scrupolosa fedeltà; segue il Cesarotti una libertà or più or meno grande. Non tenne egli questo metodo volgarizzando il Prometeo d'Eschilo nel qual lavoro fu Salviniano anzi che no.[221] Ma poi nella traduzione di Demostene, nel corso di letteratura Greca, ed in Omero fu molto diverso. E quì, se pongo mente alle molte cose, che meriterebbono d'essere esaminate, ed alla riputazione grande, alla quale questo celebre letterato è salito, mi vedo costretto ad entrare in un campo vasto e pericoloso e superiore di molto alle mie deboli forze. Pure dirò ciò che sento, e lo dirò più brevemente che mi sarà possibile.
Volgarizzò il Cesarotti l'orazioni politiche di Demostene, quelle della corona, e dell'ambasceria colle contrarie d'Eschine, e le criminali, e in ciò fare volle essere fedele, ma non servile, prendendo qualche discreta libertà dove non solamente il genio della lingua nostra lo richiedeva, ma ancora qualche piccolo difetto dell'originale pareva a lui, che lo consigliasse. Tutti debbono confessare che le orazioni scritte da Demostene per le cause civili sono inferiori alle altre. Il Cesarotti non le volle tradurre, nè lo condanno per ciò; giacchè non era obbligato a tradurre tutto. Ne fece però l'analisi, e ne tradusse i pezzi più belli, e dobbiamo essergliene grati. Lo stesso fece nel corso di letteratura Greca riguardo a quelle Aringhe dei Greci Oratori che a lui sembrarono meno felici, e volgarizzando quelle solamente che reputava megliori. Ma ciò che non posso non biasimare è un certo disprezzo col quale sovente egli tratta quegli scrittori. In due difetti contrari principalmente si può cadere giudicando gli scrittori antichi, cioè o di stimarli troppo, come se fossero più che uomini, e niente possa essere in loro che non sia perfetto, e in questo errore cadde Madama Dacier, o di sprezzarli troppo, come faceva l'Ab. Terrasson. Il primo errore certamente non è proprio di questa età, nella quale ormai pochissimo si studia la Greca lingua, e non molto la Latina. Quindi il gridare continuamente contro gli scrittori Greci essere deve pernicioso alla gioventù, e non può non alienarla vie più dallo studiare que' gran Maestri. Il Cesarotti protesta, che egli riprende l'ingiusta pretensione d'alcuni, che esaltando gli antichi voglion deprimer troppo i moderni. Ma le sue osservazioni tendono, se non m'inganno, a provare assai più di ciò, che egli dice. Rechiamone un esempio. Nell'analisi dell'aringa di Demostene contro Conone egli osserva, che i giovani d'Atene delle migliori famiglie erano dissoluti, e insolenti; e poi dice così «Dica ora chi ha fior di senno se possa credersi che gli Ateniesi con una tale educazione possedessero esclusivamente quella squisitezza di gusto, quel senso delicato del bello del gentile e del conveniente, che si comunica all'espressioni ed alle parole. La politezza dello stile va del pari con quella delle maniere. Ambedue sono il risultato del complesso delle idee dominanti nel sistema della vita socievole: e queste non si riconoscono più chiaramente quanto dai divertimenti generali d'una nazione. I bordelli, e le taverne sono scuola di tutt'altro che di politezza; nè la decenza può essere du bon ton, ove la sfrenatezza, e la crapula son du bel air.[222]» Se queste parole provassero qualche cosa proverebbono, che gli Ateniesi (e diciam pure de' Greci in generale) non avevano politezza di stile, non senso delicato del bello del gentile del conveniente: di che lascio il giudizio agli uomini sensati d'ogni età, d'ogni culta nazione. Condannerò sempre coloro che frequentano i bordelli, e le taverne; ma credo che fra questi esser possano buoni poeti, buoni storici, buoni Oratori. Se quelle parole provassero qualche cosa proverebbero ancora che non potevano i Greci aver buoni pittori, scultori, e architetti, giacchè non vedo, come non si dovessero applicare alle arti loro quelle riflessioni. A me pare che il Cesarotti dotato d'ingegno acuto talvolta si lasciasse trasportare da questo, e quindi prendesse a sostenere certe opinioni lontane dal comune pensamento degli uomini. Egli era ammiratore degli scrittori Francesi, e dichiara M. d'Alembert autorevolissimo in letteratura, e in filosofia ugualmente.[223] Io lo credo autorevolissimo in mattematica, ma (non parlando della filosofia) poco o nulla nella letteratura. Egli dopo aver condannati parecchi scrittori antichi, ed Omero massimamente chiama poi M. Thomas dittatore dell'arte degli elogi, e quel che è molto più incomparabile[224]. Certo è che chi pensa in questo modo non può esser favorevole agli antichi.
Il Greco scrittore, che sopra ogni altro fu celebrato, è quello stesso che più d'ogni altro è stato criticato dal Cesarotti. Questi è Omero. Prese egli da prima a far traduzione poetica molto libera dell'Iliade, ma poi gli parve così difettoso quel poema, che stimò opportuno di fare un poema quasi nuovo in cui, seguitando in generale le tracce d'Omero se ne allontana quando egli crede, che esso abbia errato, cambiando anche il titolo d'Iliade in quello di morte d'Ettore. Vi aggiunse oltre a molte altre cose la versione in prosa, e moltissime annotazioni erudite, e critiche. In queste si leggono bellissime osservazioni, che possono essere di grande utilità, e degne sono di un uomo grande, com'egli era. Ma nel tempo stesso fra le critiche se ne trovano parecchie, che molti stimano non giuste. Lascio stare la celebre pasquinata, che contro lui fu fatta, perchè odio le satire, colle quali arti non si dee riprender niuno, e molto meno un uomo celebre. Il Chiarissimo Signor Ab. Ciampi ora Professore di lingua Greca nell'università di Varsavia si oppose al critico Padovano in una maniera più nobile, e degna di lui. Non ha egli preso a tessere una minuta apologia d'Omero, che troppo lunga opera sarebbe; ma esaminando le principali accuse ad esse ha risposto senza mordacità, ma con energia[225]. Egli per tanto ha risparmiata a me la fatica di parlare più a lungo di questo oggetto. Dirò piuttosto succintamente qualche cosa delle traduzioni degli Oratori, e di quella in prosa dell'Iliade, che ho già indicate. Generalmente sono queste fedeli, ed eleganti; vi scorgo però talvolta qualche negligenza. Ne recherò due soli esempi per non abusare della sofferenza dei leggitori. Sarà il primo nell'Archidamo d'Isocrate, dove si legge: sovvengavi di quegli antichi Lacedemoni, che fattisi incontro agli Arcadi con una sola banda d'uomini armata di scudo molte migliaja di nemici messero in fuga.[226] Sarebbe alquanto strano, che gli Spartani si esponessero contro i nemici armati non d'altro che di scudo, cioè d'un'arma arma difensiva; nè meno strano sarebbe, che così li ponessero in fuga: e non credo che in tutta la storia militare si trovi esempio di ciò. Il testo Greco dice ἐπὶ μιἆς ἀσπίδος παραταξαμἑνοι. Ora è noto, che ἀσπίς si adopera per denotare il soldato e che la proposizione ἐπὶ con un numero cardinale in genitivo se è declinabile significa spesso ordinanza o di fronte o di profondità. Οι δὲ Θηβαἶοι οὐκ ἒλαττον ἢπὶ πενυήκοντα ἀσπίδων συνεςραμμένοι ᾖσαν I Tebani avevano non meno di cinquanta soldati di profondità dice Senofonte[227]. Quindi le parole d'Isocrate si dovevano spiegare, disposti in una sola fila. L'altro esempio sarà preso dall'Iliade. Teti nel libro 18. dolendosi, che Achille dovesse presto morire dice secondo il Signor Cesarotti così: Lassa: che dopo aver partorito un figlio........ che cresceva simile a pianta, poichè l'ebbi allevato siccome pianta in campo fecondo ec. Ed ivi egli aggiunge questa nota. L'immagine è bella e buona. Ma era poi necessario di replicarla in due versi consecutivi? Il Bitaubè afferma, che questa è una bellezza. Lo creda chi vuole, ma è certo, che in un moderno si chiamerebbe una vera battologia.[228] Ecco ora le parole dell'originale
.......ὁ δ᾿ἀνέδραμεν ἔρνεϊ ἶσος
Τόν μέν ἐγὼ θρέψασα, φυτὸν ὡς γουνῷ ἀλωἦς. κ.τ.λ.ε.
Ερνος in questo luogo è una pianticella tenera, φυτὸν è la pianta già cresciuta. ερνος, ὂ κλάδος dice l'autore del Lessico degli spiriti pubblicato da Valckenaer con Ammonio p. 218. Apollonio nel Lessico Omerico, ἁρνεϊ. δένδρῳ θαλλοντι, ed Esichio, ἔρνος. κλάδος ςέλεχος δένδρον βλάστημα, e in ultimo luogo φυτόν. Se il Signor Cesarotti avesse usato in vece di pianta nel primo luogo il vero significato di ἔρνος, non avrebbe ravvisato quì veruna battologia; ma un'elegante, e necessaria continuazione di metafora. Teti si rammenta delle materne cure da lei usate per Achille, quando nella sua puerizia era quasi tenera pianticella, e si duole, che debbano queste esser perdute ora, che è pervenuto alla giovinezza, ed è quasi pianta vigorosa, e fiorente.
Altri hanno poeticamente tradotta l'Iliade, e l'Odissea. Lascio stare il Lucchese Bugliazzini, che non merita d'esser ricordato per l'infelicissima sua versione[229]. Parliamo piuttosto del Bozzoli del Ceruti e del Ridolfi. Il primo[230] volle usare l'ottava rima, aggiungendo così una difficoltà maggiore, quasi che il mestier di tradurre non fosse abbastanza difficile per se stesso. Volle imitare lo stile dell'Ariosto, cioè lo stile il più lontano da Omero. Io cerco in lui la forza poetica dell'originale, ma la cerco inutilmente: e molte volte vi trovo il senso snervato in una parafrasi, la quale spesso aggiunge ancora ciò che il poeta Greco non dice. Meglio pensarono il Ridolfi e il Ceruti, che usarono il verso sciolto. Del primo non ho veduto che qualche breve squarcio, nel quale ho trovata fedele la versione, ma non abbastanza poetica[231]. Più poetica è l'Iliade del Ceruti, e più commendabile di quante ne ha prodotte il secolo decimottavo, e bene avvisò l'Ab. Rubbi, che la scelse pel suo Parnaso. Pure assai volte non è nè fedele nè poetica, onde rimase ad altri libero il campo di far cosa migliore[232]. Il Marchese Maffei cominciò a trasportar l'Iliade in versi sciolti, e ne pubblicò i primi due libri, ma non è molto a dolersi, che non abbia compito il suo lavoro[233].