Ma usciamo finalmente dagli studj puerili. Il Dizionario di Ambrogio Calepino tante volte stampato, ed accresciuto in guisa, che egli non avrebbe potuto più riconoscerlo come opera sua, aveva tuttavia bisogno di molte cure, e Iacopo Facciolati ve le impiegò ajutato in ciò da Egidio Forcellini, che stato era suo discepolo, e dal P. Lagomarsini Gesuita. Lo stampò egli di nuovo, molte cose aggiungendo, altre levandone con fatica grande di parecchi anni. Quantunque però la diligenza da lui usata fosse molta, e moltissima fosse la dottrina, che in questa lingua aveva il nuovo editore, la sua edizione riuscì imperfetta, e Gio. Francesco Corradini dall'Aglio vi fece un supplimento non senza molta mordacità[312]. Con migliore e più utile divisamento il Gallizioli deposta ogni malignità sempre ingiusta e biasimevole prese a supplire ai difetti del Facciolati, e procurando una nuova impressione di quel Dizionario l'accrebbe di moltissime voci Latine, e di molte delle lingue Orientali, e in questa guisa lo condusse presso alla perfezione[313]. Ma la gloria di dare a questa lingua un Lessico in tutte le sue parti compiuto, era riserbata ad Egidio Forcellini[314]. Egli v'impiegò trenta anni, e la perfezione dell'opera corrisponde egregiamente alla lunghezza di questo tempo. Niuna altra nazione può vantare un Dizionario Latino così pregevole: anzi tutti quelli, che l'hanno preceduto gli sono di gran lunga inferiori. Si hanno quì raccolte le voci Latine tutte quante, i diversi loro significati, il modo di usarle; e gli esempi accennano ciò che appartiene ai secoli migliori, e si può usare volendo scrivere puramente, e ciò che è de' secoli posteriori, e vuolsi evitare. Ma per ciò che riguarda le voci da evitarsi abbiamo ancora un altro Dizionario compilato per opera del P. Marchelli[315]. Egli è stato parco in quest'indice, che dopo il Lexicon Latinae linguae antibarbarum del Noltenio, e dopo l'opera del Vossio de vitiis latini sermonis et glossematis latino-barbaris avrebbe agevolmente potuto rendere molto più copioso. Ma l'autore ha voluto provvedere al commodo de' giovani studiosi, cui la copia soverchia riuscita sarebbe rincrescevole; e piuttosto ha abbondato nella critica con maggior loro vantaggio. Un altro vocabolario in parte di cattiva latinità, ma pur necessario preparò il Baruffaldi di quelle voci che nel vecchio, e nuovo Testamento, nel Rituale, nel Martirologio, e in altrettali libri ecclesiastici s'incontrano, che è rimasto inedito[316].

Ma lasciando la Latinità barbara, e quella che i riti sacri hanno necessariamente introdotta, altre opere devo aggiungere, che in qualche modo appartengono ai Dizionarj. Tali sono in primo luogo le animadversiones criticae, colle quali il Facciolati emendò il Dizionario Latino Francese del Danet. Al genere stesso ridur si può l'aurea operetta del Gesuita Tursellini Particulae latini sermonis. Essa appartiene al secolo XVII.; ma poi nel seguente il Facciolati la prese tra mano, l'accrebbe, la migliorò a vantaggio del Seminario di Padova[317], al quale tante opere eccellenti dobbiamo; o per dir meglio nulla ha dato quel Seminario, che non sia eccellente.

Non son mancati alla lingua Latina i Dizionarj spettanti alle arti. Tre ne ha dati il P. Carlo d'Aquino, cioè quelli dell'arte militare[318], dell'architettura[319], e dell'agricoltura[320]. E Vincenzo Cavallucci insegnò, come latinamente si esprimano le voci degli animali[321]. A questa classe riduco ancora le sigle. Molti avevano nei passati secoli raccolte e interpetrate le sigle latine, e principalmente si era reso celebre in ciò Sertorio Orsato. Ma l'antiquaria è una facoltà vastissima, nuove iscrizioni vengono alla luce, e quindi nuove sigle si trovano, o le antiche si debbono spiegare diversamente da quello che si era fatto; onde era necessario, che se ne desse una nuova compilazione. Il Marchese Maffei nel Museo Veronese l'aveva promessa; ma poi non l'eseguì. Il chiarissimo signor Giovan Domenico Coleti si accinse all'opera, e raccolto quanto in sì fatto genere si ha nelle grandi collezioni lapidarie, o altrove potè trovare, tutto riunì, e lo pubblicò nella Raccolta Ferrarese d'opuscoli T. 14. e seguenti. Egli stesso previde subito che altri vi avrebbe fatto qualche supplimento. Deerunt (dice nella prefazione) fortasse aliqua? Non inficior: erit aliquando, quì augeat, quum. Quicquid sub terra est in apricum proferet aetas. Il supplimento lo ha poi fatto l'Abate Rubbi nel già citato Dizionario d'antichità, dove è inserita l'opera del signor Coleti con parecchie aggiunte di lui. Ma è da dolersi, che sia rimasta interrotta l'impressione di quel Dizionario, che non oltrepassa la lettera M, e perciò fino a questo segno solamente giungono ancora le sigle del Rubbi. Avrei desiderato, che il Coleti ugualmente che il Rubbi non avessero tralasciate le illustrazioni, colle quali l'Orsato accompagnò le sue sigle, ed altre ne avessero aggiunte, ed erano bene da ciò. Ma la grettezza degli stampatori, come sovente avviene, impedì forse una cosa tanto opportuna. A queste compilazioni di sigle una se ne dee aggiugnere non mai impressa. Il signor Conte Polcastro pronipote di Sertorio Orsato coll'Ab. Gennari prese a perfezionare l'opera citata di quel suo bisavolo, correggendo qualche errore, in cui egli era caduto, ed accrescendola di cinquemila segni; ed in questa fatica ebbe gran parte ancora il signor Gianantonio Mussato. Il Cesarotti ne parla in una Relazione Accademica del 1786.[322] e dopo quest'epoca non si è più fatto parola dell'opera loro, nè so se essi abbiano reputato inutile il pubblicarla, da che si cominciarono a stampare le sigle del sig. Ab. Rubbi. Vuolsi pur ricordare il Lessico lapidario, che il Gori meditava di fare[323], e il Lexicon vestiarium sacrum et profanum, che forse aveva già fatto[324]. Porrò quì pure quasi appendice dei Lessici la Calligrafia Plautina, e Terenziana del Ricci[325], alla quale si potrebbe aggiungere quella d'Angelo Rocca[326] e qualche altro libro di simil genere. Sopra tutto si deve aggiungere il Lessico Ciceroniano compilato già dal Nizolio fino dal secolo sestodecimo, ed accresciuto poi di molto dall'instancabile Facciolati[327]. Egli però non impiegò in quest'opera tutta quella diligenza, che era necessaria; talchè non poco rimarrebbe a fare a coloro che dopo lui volessero assumere lo stesso incarico.

Chiuderò finalmente la serie de' Grammatici con uno scrittore d'etimologie. Notissimo è il lessico etimologico latino del Vossio. Il Mazzocchi ne procacciò una nuova impressione in Napoli, cui fece molte aggiunte[328]. Il Vossio trae gran parte delle sue etimologie dal Greco e il Mazzocchi dall'Ebraico. Egli era assai dotto in questa lingua; ma troppo facilmente a dir vero gli pareva di scoprirne le vestigie anche dove non sono. Ne ho dato un cenno nel primo capo di questa parte; e lo stesso giudizio credo, che si debba fare anche di questa per altro ingegnosa fatica di quel grande erudito.


Edizioni degli Autori
Classici, e commentatori.

CAPO XIII.

Usciamo finalmente dalle noje Grammaticali, e passando a cose alquanto maggiori vediamo qual vantaggio abbian recato gl'Italiani alla lingua latina procurando nuove edizioni de' classici scrittori. Quella di molti Poeti fatta dall'Argelati in Milano, ed accompagnata da versione Italiana, la quale chiamerò prima collezione Milanese, e la collezione di tutti gli stessi poeti pubblicata in Pesaro niuna illustrazione presentano, e perciò non debbono aver quì luogo. Celebri sono le edizioni Cominiane; ma debbono la celebrità loro alla nitidezza della stampa, ed alla correzione, non a nuovi comenti; se poche se ne eccettuino delle quali parlerò fra poco. Anche il Loschi co' torchj del Bettinelli stampò nitidamente gran parte de' classici latini con poche annotazioni, le quali però non sono quasi altro che un succinto compendio di quelle de' precedenti comentatori. Parecchi Poeti latini con versione Italiana furono pubblicati dai Monaci di S. Ambrogio di Milano poco innanzi alla fine del secolo, e questa edizione sarà da me chiamata seconda collezione Milanese. In essa i chiarissimi editori accompagnarono il testo d'alcuni autori con pregevoli annotazioni di sobria, ma utile erudizione, e di giudiziosa critica. Lasciando però queste grandi Collezioni parlerò piuttosto dei particolari scrittori, e di Cicerone prima d'ogni altro. Le opere di questo grande Oratore, e Filosofo prese a pubblicare lo stampator Porcelli di Napoli, ed è da dolersi, che la sua ottima edizione non sia compiuta[329]. Quanto v'ha di meglio nelle edizione del Manuzio, del Grevio, del Vesburgio, del Davis, del Pearce, e in una parola di tutti gli editor precedenti, con parecchie altre collezioni inedite si trova quì raccolto. Sono alcuni, ai quali dispiacciono quei lunghi commenti, che nell'edizione de' Classici usurpano la maggior parte d'ogni facciata, concedendo appena poche linee al testo. Questi forse si dorranno dell'editore Napoletano, che è stato copiosissimo nel raccogliere annotazioni. Ma quì la copia non è inutile, anzi è giudiziosa molto, e mal si apporrebbe chi volesse fargli per ciò querela. De' commentatori, che quì si vedono, io debbo nominar quelli soltanto, che sono Italiani, e vissero nel secolo decimottavo. In primo luogo vuol essere ricordato Gasparo Garatoni, che parecchie egregie note somministrò, ora interpetrando alcuni luoghi più oscuri, ed ora presentando nuove varianti utilissime. Il secondo è Marc'Antonio Ferrati, che nelle sue Latine epistole[330] non poco giovò all'intelligenza del testo, ma non fu sollecito di consultar manoscritti per emendarlo. Jacopo Facciolati è il terzo, che le due orazioni pro P. Quintio e pro Sex. Roscio Amerino pubblicò in Padova,[331] e poi in Venezia i libri de officiis e quello di Quinto Cicerone de petizione consulatus[332], corredando queste opere d'ottime sue note, che nell'impressione del Porcelli si vedono almeno in parte ristampate. Molto più di questi, e più d'ogni altro illustratore di Cicerone faticò intorno alle opere sue il Gesuita Lagomarsini. Egli impiegò ben trent'anni a collazionare trecento codici, e trarne le varianti, che in ventisei volumi trascrisse[333]. Ma sventuratamente il frutto di tanta fatica è forse perduto.[334] Certo è almeno, che dopo la morte del Lagomarsini, e dopo che con grave danno della Chiesa, e delle lettere furono soppressi i Gesuiti niuno ha più fatta menzione di quella sua opera, e l'editore Napoletano di Cicerone, che tanta diligenza adoperò per la sua edizione nè pure ha fatta parola di lui[335]. Egli aveva altresì dai Codici Fiorentini raccolto gran numero di varie lezioni per gli autori delle cose rustiche, e in molti luoghi aveva emendata l'edizion Gesneriana, e ciò che egli scrisse e radunò intorno a questa si conserva nella libreria del Collegio Romano[336]. E giacchè è caduta menzione degli autori delle cose rustiche mi viene in acconcio di parlar quì del Morgagni, e del Pontedera. Poco fece il primo in questa parte, ma quel poco è ottimo. Morgagni paucae nimis observationes ingenium suave atque eruditionem egregiam medici peritissimi totae spirare mihi visae sunt dice lo Schneider accuratissimo editore di questi scrittori[337]. Ma il Pontedera non solamente gl'illustrò bene, ma gl'illustrò anche molto. I precedenti editori Gesner, ed Ernesti erano stati verso lui alquanto ingiusti, e v'ha chi asserisce ancora essersi il primo non poco arricchito delle spoglie dell'Italiano Filologo[338]. Il che mal sofferendo l'amico suo Andrea Marano, e facendone con lui amichevole lagnanza il Pontedera si risolvette finalmente di apprestare un'edizion nuova di Catone, Varrone, e Columella. Fu allora che da lui pregato il Lagomarsini raccolse le varianti, delle quali ho fatto parola. La morte interruppe poi il suo disegno, ma non fu inutile ciò che egli aveva apparecchiato, perchè un dotto Padovano raccogliendo le sue carte inedite le stampò non sono ora molti anni[339].

A questi succedano due medici illustrati dal principe de' moderni anatomici, cioè Celso, e Sammonico. Una bella edizione ne fece uscire dai celebri torchj Cominiani Giambattista Volpi ricca di due lettere sopra il primo, ed una sul secondo[340] del Morgagni, il quale però non cessò con ciò di lavorare intorno alle opere di quegli autori. Ma alcuni anni dopo le sue lettere Celsiane aggiunsero al numero di otto, ed a due quelle intorno a Sammonico[341]. Molto fece quel grand'uomo in quest'opera per correggere ed emendare il testo, e v'impiegò tutta la sua dottrina medica, che era somma, e la sua cognizione nella lingua latina che era pure grandissima; ed in ciò l'ajutò ancora il latinissimo Facciolati, che gli somministrò quindici belle osservazioni da lui ivi inserite. Restò però molto a farsi, ed altri medici chiarissimi si affaticarono intorno a Celso. Leonardo Targa dotto medico Veronese, e pieno della più bella letteratura[342] intraprese il viaggio di Firenze e di Roma per consultar codici, e col soccorso di questi ne dette un'ottima edizione in Verona nel 1769.[343] Anche Lodovico Bianconi ebbe in animo di far lo stesso, e ve l'ebbe lungo tempo, perchè molto amava Celso, e frutto del suo amore furono le auree sue lettere dirette al Tiraboschi. Collazionò molti codici Romani, Parigini, Modenesi, Milanesi, Bavaresi, e mandò da Dresda a Firenze un suo Segretario per collazionarne altri. Qual fosse l'esito delle sue carte, e come all'impresa medesima si accingessero il Lupacchini medico dell'Aquila e il Mariotti di Perugia si può vedere nelle citate lettere p. 262. 263.

Difficil cosa era il dare una buona edizione di questo scrittore, perchè richiedeva pazienza molta, e molta cognizione di medicina. Ma più difficile era il far lo stesso per Vitruvio, l'opera del quale con molti errori ci è stata tramandata per la negligenza ed ignoranza de' copisti, ed a correggerli si richiede profondità di dottrina nell'architettura. La possedeva il Poleni, che pensò di darne una nuova edizione, ma con danno grave della Repubblica delle lettere non l'eseguì. Qual sarebbe riuscita per le sue cure si può facilmente congetturare dalle sue Exercitationes Vitruvianae Patavii 1739. T. 2. in 4. e dal giudizio, che Apostolo Zeno ne dà. «Egli (il Poleni) dopo molti anni sta tutto ancora applicato nell'illustrare Vitruvio, sopra il quale ha fatte fatiche incredibili, collazionandone non solo tutte le edizioni, e le versioni, che ne abbiamo alle stampe, ma ancora molti antichi codici, che da varie parti gli sono stati inviati, e corredando l'opera sua di bellissime annotazioni: talchè sono persuaso, che la pubblicazione di quest'opera sarà per fare onore non solamente a lui, ma all'Italia, ed al secolo in cui viviamo»[344]. Lo fece poi il Galiani ristampando il testo latino, che accompagnò con traduzione, note, e varianti[345]. Fece egli cosa utile molto, e lodevole; non tanto però che abbia tolta l'occasione di desiderare un'altra edizione più accuratata, e meglio illustrata. All'architettura appartiene ancora l'opera di Frontino su gli acquedotti di Roma, che il Poleni ristampò corredandola d'un egregio comento, che niente lascia a bramare[346].