Gratissimo dono fece al pubblico l'Abate Giovenazzi d'un frammento medito di Tito Livio, che ha il solo difetto d'esser troppo breve: ed egli lo ha reso ancor più prezioso accompagnandolo con eruditissime annotazioni[347]. Alla scoperta di così insigne monumento paragonar si potrebbe in qualche modo, benchè molto inferiore di pregio, la nuova edizione di Sesto Rufo, e di Publio Vittore de regionibus urbis, che il Gori nel Tomo quinto delle sue simbole Fiorentine promise, in cui il testo non solamente esser doveva emendato, e corredato di note, ma ancora accresciuto. Egli però non eseguì la sua promessa, e difficilmente mi posso persuadere, che gli accrescimenti dovessero esser molto considerabili. Chiuderà il novero degli scrittori di prosa lo storico Sallustio. Molto egli deve a Gaetano Volpi, che una nitidissima edizione dette delle sue opere dopo averle con diligenza collazionate con ottimi codici, e le illustrò con eccellenti annotazioni[348].

Non parlerò quì delle disquisitiones Plinianae del Conte della Torre di Rezzonico, le quali appartengono piuttosto alla storia letteraria, che al mio argomento. Nè dirò pure d'alcune edizioni d'autori classici accompagnate dalla traduzione Italiana, che mi tornerà in acconcio di ricordare, ove de' traduttori terrò discorso. A parlar de' poeti mi condurrà naturalmente l'Apocolocyntosi di Seneca, mordace Satira mista di prosa, e di versi. Il Guasco ristampandola la corredò di molte e belle annotazioni, e di parecchi pregevoli monumenti[349], con che quell'operetta, che dopo le cure de' precedenti editori era tuttavia alquanto oscura, è adesso chiara abbastanza. Un piccolo saggio, ma lodevole diede ancora il Vannetti del suo valore nell'illustrazione degli antichi scrittori, comentando una scena di Terenzio[350]. Ma passiamo a cose maggiori. Non molta fatica fu impiegata intorno a Virgilio. Le opere sue di propria mano trascritte da Turcio Rufo Aproniano, che fu console il 494. giunsero fino a noi non offese dal tempo, e quel codice prezioso si conserva nella Laurenziana. Il Foggini lo pubblicò nel 1741. pe' torchj del Manni con ottimo divisamento, ed è questa edizione per la singolare antichità del manoscritto la migliore illustrazione, che si potesse desiderare. Orazio ebbe nell'Abate Francesco Dorighelli un buono interpetre, che da' precedenti comentatori scegliendo il meglio, ed aggiungendo le sue spiegazioni ha dato prova non mediocre di giusto criterio e di erudizione[351]. Forse alcuno potrebbe accusarlo di soverchia parsimonia nelle note, ma dove tanti editori sono in ciò copiosi eccessivamente merita scusa quello, che per evitare tale difetto inclina alquanto al difetto opposto. Fra gl'illustratori d'Orazio si dee collocare il Signor Cesarotti per le Osservazioni che si leggono nel tomo trentesimo delle sue opere. Riguardano queste due oggetti diversi. Alcune sono filologiche ed hanno in mira di spiegare alcuni luoghi, che desiderano qualche dilucidazione, altre sono critiche, ed indicano le maggiori bellezze, o riprendono i difetti, ne' quali a suo giudizio è caduto il principe de' lirici Latini. Molti forse non vorranno adottare certe sue spiegazioni, come nel principio della prima ode, dove propone con una nuova punteggiatura una nuova spiegazione. E basti questo cenno solo per brevità, giacchè l'opera è nelle mani di tutti. Che dirò poi delle critiche? Nel primo libro l'ode 13. (secondo altri 12.) Quem virum ec. non è che un accozzamento d'elogi che vanno a terminare in Augusto senza proporzione, disegno ed economia, ed in essa l'auritas quercus è un espressione assai ardita, e che a' tempi nostri si direbbe non a torto secentistica. Nella 16. (ovvero 15.) al v. 3. in vece che Nereo incatenasse i venti a loro dispetto non sarebbe stato meglio l'immaginar che i venti s'arrestassero da se? Così feci nella mia traduzione. La chiusa poi è languida, e il Signor Cesarotti con ammirabile ingenuità ci assicura, che egli ha fatto assai meglio traducendo, Per te fellon fia cenere, come ho accennato di sopra. La 21. (oppure 20.) è un biglietto che non vale la pena d'esser posto in versi. La 24. e la 27. sono cose da nulla, la 39. è una vera inezia. Nel lib. 3. l'ode 4. così vantata a lui pare una fanfaronata poetica piena di luoghi comuni nella quale si è incastrato un episodio mitologico senza appicco, e che in fondo ha più di borra, che d'interesse o di sostanza. La 9. alzata alle stelle generalmente a lui pare una puerilità priva di naturalezza, di interesse, e di grazia. Anche, nella lingua Latina egli vuole che abbia peccato Orazio ora usando qualche espressione, che sente del comico, come uxorius amnis Lib. 1. od. 2. la quale però egli avrà creduta poetica[352], ora adoperando altre espressioni non adattate, come nella 14. (ovvero 13.) al v. 8. lentis penitus macerer ignibus, dove il critico c'insegna che lentus vuol dire arrendevole, ed Orazio forse avrà creduto che avesse ancora altri significati, e fra gli altri quello di diuturno e per ciò non male esprimesse la qualità d'un fuoco, che lentamente lo tormentava; e in questa opinione sarà stato anche Tibullo, quando disse lento torquet amore Lib. 1. El. 4. v. 81. Su queste ed altre simili critiche non farò veruna riflessione, poichè qualunque leggitore saprà farla da se, e senza più parlerò d'un'altro illustratore d'Orazio assai diverso, cioè del Cavaliere Clementino Vannetti. Egli nelle sue osservazioni sopra questo poeta[353] parlando di più, e diverse traduzioni delle sue opere, nel volgarizzamento d'una epistola, nelle lettere sopra il Sermone Oraziano imitato dagl'Italiani e sulle poesie didascaliche di lui ingiustamente condannate dallo Scaligero, nella descrizione della sua Villa, e nel giudizio sopra l'Orazio Bodoniano si può chiamare un perpetuo comentatore; ma un comentatore molto giudizioso ugualmente se ne spiega i concetti, o se ne accenna le bellezze.

Un ampio comentatore hanno avuto nel Volpi Catullo, Tibullo, e Properzio[354]. Egli considera il testo e lo emenda come giudica opportuno, non però con quella insaziabile avidità di mutar sempre per cui certi editori hanno guastate, e guastano le opere de' classici; spiega ingegnosamente i luoghi alquanto oscuri, e sparge a larga mano gran copia di erudizione forse soverchia, raccogliendo i luoghi simili d'altri autori, il che non è senza utilità per l'imitazione ove si faccia parcamente. Parecchi anni prima aveva egli data un'altra edizione degli autori medesimi pregevole anch'essa, e forse più comoda, perchè ivi le note sono più brevi, e perciò meno ricche d'erudizione[355]. Anche Gio. Francesco Corradini dell'Aglio dette un'edizione di Catullo con diffuso comento, che non ha ottenuto molto plauso[356]. Mordace l'abbiam veduto nel suo Lessico contro il Facciolati, e tale è pure in quest'opera contro tutti gl'interpetri che lo precedettero, e contro il Volpi massimamente. Raro è che approvi le spiegazioni e l'emendazioni altrui, e vuol che si seguano le lezioni di certo suo codice, il quale a dir vero ne ha alcune assai buone, non però quante egli vorrebbe. Lodata è l'edizione delle favole di Fedro; che con buone annotazioni, e buona traduzione dette il Padre Trombelli, ripetuta poi molte volte per soddisfare al desiderio comune[357]. Un altro poeta, alquanto più recente di questi, cioè Rutilio Numaziano si dovea pubblicare dal Gori colle illustrazioni di Giovanni Targioni[358] ma l'edizione non si è poi eseguita. Nè pure si sono stampati mai i comenti dal P. Alessandro Politi delle Scuole Pie preparati a Lucrezio, Catullo, Marziale, ed altri poeti Latini, di cui ho fatto parola in altro luogo.

Ho detto di sopra, che tra i papiri d'Ercolano se n'è trovato uno solo Latino, e questo non ci presenta che poche linee. È un poema anonimo sulla guerra d'Alessandria, che terminò colla battaglia d'Azio e colla morte di Cleopatra. I pochi versi, che si sono potuti leggere, sono stampati a Napoli, ma non sono ancora là renduti pubblici. Il Sig. Morgenstern però avendone ottenuto un esemplare lo ha indirizzato all'Accademia di Gottinga con un suo commentario, e M. Millin lo ha ristampato nel Magasin Encyclopédique Ianv. 1812. Noi dobbiamo render grazie all'editore Tedesco d'aver procurato di spiegare alquanto questi laceri avanzi dell'antichità; ma la sua industriosa fatica non appartiene al mio argomento. I versi latini però dell'anonimo autore di niuna utilità possono esser fuorchè per la paleografia, giacchè nell'edizione Napoletana si vedrà la forma degli antichi caratteri, i quali (come si dice) vi sono esattamente delineati.

De' Padri delle Chiesa, e d'alcuni altri scrittori ecclesiastici Latini si sono altresì fatte edizioni di gran pregio. Perchè lasciando stare certe Venete ristampe, che solamente ripetono ciò che prima si aveva, v'ha il S. Leone Magno del P. Cacciari[359] e dei Ballerini[360], S. Girolamo del Vallarsi[361], Venanzio Fortunato del Cardinal Luchi[362], Lattanzio del P. Eduardo Franceschini[363], Sulpizio Severo del P. Girolamo da Prato[364], le Complessioni di Cassiodoro del Marchese Maffei[365], S. Zenone de' Fratelli Ballerini[366], Lucifero di Cagliari de' fratelli Coleti[367], S. Gaudenzio del Gagliardi[368], Rufino del P. Cacciari[369], e del Vallarsi[370], S. Paulino del Mandrisi[371], S. Pier Grisologo del P. Paoli[372], S. Massimo del P. Bruni[373], e Cresconio del Foggini[374].


Traduzioni.
CAPO XIV.

Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal è la copia, che mi vedo costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizzò l'Aulularia, e l'Ab. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P. Brunamonti, il P. Carmeli, e l'Ab. Domenico Ferri ne tradussero alcune commedie con lode, ma il Napoletano Nicolò Eugenio Angelio diede la versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nell'Angelio una particolare accuratezza ed intelligenza de' due idiomi[375], nè in ciò lo contradirò. Credo però che meritino maggior lode il Guazzesi, il Villa, e gli altri testè nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per l'altre commedie hanno prese quelle dell'Angelio. Luisa Bergalli[376], Monsignor Forteguerri[377], e l'Ab. Francesco Bellaviti[378] volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha riguardo alla difficoltà di trasportare nella nostra lingua i sali, le grazie, e certi modi spiritosi e concisi de' Comici Latini: il che si deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perchè non mi è riuscito di vedere le loro traduzioni. Non minor difficoltà forse s'incontra nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ciò non ostante con ammirabile felicità la superò Alessandro Marchetti, la versione del quale è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379]. Commendando però l'opera del Marchetti io intendo dire, che belli sono i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dell'Autore, ma biasimo solennemente i sentimenti d'irreligione e d'Epicureismo, che la Chiesa ha in lui condannati, e da' quali doveva la sua penna tenersi più lontana, come n'era lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha meritato ancora, e l'ha meritato assai più l'Ab. Raffaele Pastore, la versione del quale non ho veduta[380].

Quantunque grande sia la difficoltà, che si prova nel tradurre i poeti nominati fin quì, assai maggiore però a mio giudizio la presentano Virgilio, ed Orazio. Ciò non ostante, o che la stessa difficoltà dell'impresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o che gli abbia allettati la familiarità, che tutti abbiamo fin dall'adolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza rima, unitivi dov'era opportuno altri metri, del Marchese Prospero Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P. Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara è opera egregia; e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti in questo secolo. La prima è del Modenese Cantuti in versi sdruccioli, che basti d'aver nominati. Degli altri sei uno è in ottava rima del Conte Lorenzo Tornieri[384] e cinque in versi sciolti, cioè del P. Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387], del Manara[388], e dell'Abate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri è elegante, ma dalla tirannia della rima spesso è strascinato, anzi che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave è di soverchio abondante di epiteti; l'Ambrogi, il Manara, e il Vincenzi sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidi seguaci dell'originale, e perciò appunto non aggiungono alla maestà Virgiliana; il Bondi non è fedele abbastanza, e anch'egli non si può sollevare fino alla maestà del poeta latino. Anche l'Eneide ha avuti i suoi volgarizzamenti per opera dell'Ambrogi, e del Bondi, de' quali credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle loro Georgiche.

Maggiore è ancora il numero de' traduttori d'Orazio. Parecchi ne sono a me noti, fra' quali due inediti, o al meno promessi. Lascio il Calabrese Ierocades, che è di tutti il più malvagio. Lascio il Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], de' quali non ho veduto nè pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe de Necchi d'Aquila[391], e Gio. Pezzoli[392] hanno usato il verso sciolto, ed anche per ciò solo non saprei commendarli. Ma oltre a questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo letteralmente non ha potuto conservare la forza dell'originale, e l'Aquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia nè pure il pregio della fedeltà. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizzò ancora i sermoni e le Epistole, l'Egloghe e la Georgica di Virgilio, e i Fasti d'Ovidio, il che è rimasto inedito, come dice il Fantuzzi negli scrittori Bolognesi; nè è gran danno. Non molto migliore è il Savelli[393] per certa sua fiacchezza di stile, che troppo è lontana dallo stile d'Orazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente tradotte le satire e le Pistole[394] volle tradurre anche le odi, che morendo lasciò imperfette. L'Abate Bertola le stampò poi e ne supplì più di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da lui[395], ed alcune, non però molte, ve ne ha di bellissime; ma la più parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che tanto si ammira nell'originale. I miglior traduttori d'Orazio sono a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, l'Ab. Venini, che contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri, il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori meritano molta lode, si sono adoperati d'accostarsi all'originale con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non si debbe attribuire a difetto d'ingegno, ma alla qualità dello stile Oraziano, che non può essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno però felicemente delle odi. Luigi Ceretti altresì, e il P. Soave[397] e il P. Pagnini[398] tradussero alcune odi, ed alcune pure il Balì Gregorio Redi, che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il Vannetti tradusse un'epistola, e due nuove versioni annunziò[399], cioè del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata l'opera sua, e l'Abate Godard non si è fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione. Alcune però delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e n'erano degne. Delle versioni della Poetica non fo parola, perchè non posso annoverare tutte le cose più minute, e solamente indicherò quella del Metastasio, non osando però darne giudizio, perchè a me non appartiene il giudicare ciò che ha scritto un uomo così grande[400].