Catullo, Tibullo, e Properzio[401] sogliono unirsi nelle edizioni, nè io li separerò adesso ricordando la versione che ne fece il Sig. Agostino Peruzzi nel Parnasso de' Poeti Classici d'ogni nazione trasportati in lingua Italiana. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente, e per la sua traduzione, che è assai pregevole, e per la modestia, che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in lui l'armonia del verso, la prontezza della rima, la nobiltà dello stile negli argomenti sublimi, e la morbidezza negli amatorj, ed io confermo le sue lodi. Non può piacermi però l'uso de' metri lirici nel volgarizzamento delle elegie. Oltre a ciò mi pare di scorgere talvolta nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni tratti sono meno felici del rimanente. Ne recherò due soli esempi. In Catullo egli usa l'espressione amare alla follia[402], la quale dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.

Sul sasso assisa a piangere
S'udia sue piaghe nuove
Da far pietate a Giove[403].

Il testo dice, Vulnera vicino non patienda Jovi, il che significa l'opposto. L'amorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva eccitar pietà, ma collera in Giove. Più felice nella scelta del metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo più felice nell'eleganza, e nell'esattezza; ma poche Elegie di Tibullo e Properzio, e quella d'Albinovano abbiamo da lui con altre cose, che non appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori; io però per non tesser quì un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi contenterò di ricordar solamente quelli che per la celebrità loro e pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cioè Girolamo Pompei per l'Eroidi, Giov. Batista Bianchi pe' Fasti per le Tristezze e per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il nome Arcadico d'Eschilo Acanzio pe' Rimedj d'amore, l'Ab. Pellegrino Salandri per l'Invettive contro Ibi, pe' Lisci, e per la Pescagione, e l'Abate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la Noce, oltre alle tre lettere d'Aulo Sabino[405].

Coetaneo d'Ovidio fu Fedro liberto d'Augusto, e il P. Trombelli interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali fece precedere quelle d'Avieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi poeti siamo già passati ad un'età meno felice per la lingua Latina. Ciò non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi e de' seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti nella seconda Raccolta Milanese. Più assai del primo è lodevole il secondo. Egli è buon poeta, e se considerar si potesse l'opera sua separatamente dall'originale meriterebbe plauso. Difficile impresa è il tradurre Lucano, perchè se si vuole esser fedele si arrischia di ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono evitare si arrischia di trascurare alcune bellezze, che in lui sono grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.

La civil di Farsaglia orrida guerra
E il fren lentato ai rei delitti io canto,
E un popol forte, che la man vittrice
Armò contro se stesso, e sciolti i nodi
D'ogni amistà le consanguinee schiere
Con l'intere del mondo armate forze
Gareggianti alla pubblica rovina
E tutte contro lor rivolte a zuffa
L'Aquile, i dardi, e le Romane insegne.

Non aggiungo quì il testo Latino perchè è nelle mani di tutti. Ora io non trovo nella versione il plusquam civilia, delle quali parole Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osservò già il Gronovio. Il fren lentato ai rei delitti dice molto meno che jusque datum sceleri. Tralascio per brevità le osservazioni, che gli altri versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove egli dice l'opposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo, Gens si qua jacet nascenti conscia Nilo, e il traduttore, Se v'ha gente sulla foce del Nilo in vece di dire alla fonte, o alle fonti[409].

Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili dell'Argonautica di Valerio Flacco fatte da un'anonimo nello seconda Raccolta Milanese, e da Marc'Antonio Pindemonte[410], e poi la Tebaide di Selvaggio Porpora, cioè del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo però tacere l'autorevol giudizio d'Apostolo Zeno, che nelle annotazioni alla Biblioteca del Fontanini dice: nel volgarizzamento del Cardinal Bentivoglio Stazio è sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza mollezza ec. Anche l'Achilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nell'Abate Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della Tebaide. L'ebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412], Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413] e Claudiano in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa età, che hanno avuto in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio. Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio d'altra versione d'un'anonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel suo Parnasso de' Classici volgarizzati, perchè queste appartengono al secol presente; ma bensì per quella del Silvestri[415]. D'ambedue questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione, in modo però che il sentimento è accuratamente presentato nel nostro volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi è accompagnata da un comentario erudito, in cui illustrandosi il testo molte cose spettanti all'antichità si espongono copiosamente. Due altri volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo è il Salvini[416], di cui ho già indicato abbastanza il modo di tradurre: l'altro è il Soranzo, la versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai de' Poeti; giacchè credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.

Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto oratore mostrò qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori. A lui dobbiamo i tre libri dell'Oratore di belle note arricchiti, e d'una egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle dei miglior commentatori, in parte sono sue; e sì l'une che l'altre sono giudiziose, ed utili all'intelligenza. La versione è fedele senza esser servile, elegante, e scritta con purità di lingua. Il P. Cantova volgarizzò ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti, cioè il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419] de' Servi di Maria, e il P. Leonardo Giannelli de' Chierici Regolari della Madre di Dio[420]. Non esaminerò quì la fatica primo, perchè i pregi degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite, colle quali accompagna l'opera sua. Egli poi traducendo esprime i sentimenti dell'originale con maggior precisione che il Bandiera non fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera è stato forse più sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la dignità, l'armonia, e l'eleganza di Cicerone. Nè bastò al P. Bandiera di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizzò ancora l'epistole familiari[421] l'epistole al fratello Quinto[422], i tre libri degli Officj[423] e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424]. Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cioè Gianagostino Zeviani[425] Matteo Facciolati[426] e il Marchese Luigi de Silva[427], ed uno n'ebbero l'epistole familari nell'Ab. Ciliari[428] che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici furon tradotti, cioè Sallustio e Cornelio Nepote, il primo dal P. Pietro Savi Gesuita[430] dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle altre Opere sue si può dedurre una probabile congettura, vuolsi credere che meriti lode, e certamente sarà scritto puramente, perchè egli era scrittor purissimo. Commendabile è la traduzione del Bianchi, ma troppo resta offuscata da quella dell'Alfieri; che di molto supera tutte le precedenti. Altre forse avranno stile più nobile, e numerose, saranno altre più costantemente fedeli, ma per energia d'espressione, e per una certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P. Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote è stato elegante e fedele, onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dell'altre sue letterarie fatiche. Può contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente per la fedeltà; ma non così facilmente crederei, che lo superasse per l'eleganza.

Minor materia porgono al mio ragionamento l'età seguenti. Nulla posso dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche degli oratori Latini volle darci corrette nel testo, illustrate da annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj d'editore, di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo più emendato, che prima non era. Ma per ciò che spetta alla traduzione, se altri lo avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti Somasco, che l'Ottavio di Minucio Felice diede tradotto, e d'opportune annotazioni lo corredò[437].

Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di agricoltura, il che si eseguì a Venezia colle stampe del Pepoli[438]. Non dirò della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho già fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale di Plinio, cioè il diciassettesimo co' due seguenti; e di ciò credo che debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta bastevol cura d'aggiugnere all'eleganza di quelli antichi. Piace Catone con quella sua semplicità; ma non mi piace ugualmente nella traduzione del Compagnoni. E s'incontrano talvolta in questa parole che non reputo Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ciò egli non di rado distende con molte parole i concetti dell'originale; il che quanto convenga a un traduttor di Catone, altri sel veda. Più felici a parer mio son le versioni di Giangirolamo Pagani, che trasportò nella nostra lingua Varrone e Columella, se si riguarda l'eleganza, e la castigatezza della lingua; poichè quanto allo spiegare il testo nè a lui fo rimprovero, nè al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacchè ne sono in copia fornite queste opere) sono in ambedue ricche d'erudizione; ma quelle del Pagani vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione del testo.