Scrittori in Latino.
CAPO XV.

Questi diversi modi d'illustrar la lingua Latina somministrano (come fin quì s'è veduto) parecchi uomini chiarissimi, de' quali si può a gran ragione gloriare l'Italia nostra; ma quello di che essa si può ancor più gloriare è lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino è così proprio degl'Italiani, che Marc'Antonio Flaminio volendo lodar Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano più di lui si accostava a Tibullo.

Natus Vindelicis Philippus oris
Sed tam cultus et elegans poeta,
Tam dulcis lepidusque, ut Italorum
Nemo sit proprior tuo Tibullo[439].

Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono confessare, che per copia, e dirò ancora per isquisitezza di gusto, coll'Italia non possono contrastare. Non è difficile il dar ragione di ciò; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo. Dirò piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere l'Italia ha avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato nè pure nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento. Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo studio de' buoni scrittori Latini scriver com'essi in questa lingua; ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi scrivevano. Fu tra i primi l'Algarotti siccome abbiamo veduto, e il D'Alembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli negherà. Come è impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe l'autore far credere, che fosse impossibile ancora l'intenderlo bene. Quest'errore però non contro il Zambardi, perchè il suo libro fu presto dimenticato, ma contro il D'Alembert combattè vittoriosamente il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse alla vita dell'Ab. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combattè in doppio modo, cioè colle ragioni e coll'esempio, perchè la vita e la lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche dall'antica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a Faenza il 1771. La seconda opinione è del signor Cesarotti. Quella divisione di secol d'oro di secol d'argento e di ferro non piace a lui, e la stima volgar pregiudizio de' grammatici, e vuole anzi che si usino indistintamente parole, e modi d'ogni secolo, e se così piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli usò la voce flexilitatem[441], che non si trova negli scrittori latini, e difese il Flaminio, che adoperò la parola floricomum, nuova anch'essa. Egli dice, che aveva l'anima di bronzo quel latinista che osò rimproverare all'elegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi rispose sensatamente al Zanchi sull'uso di conciar voci nuove in lingua Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici, e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe però piantarla sopra una base più salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che parrebbe un paradosso più grande, ed è meglio tacere contentandosi d'errar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terrò all'opinione comune, che chi vuole aver nome di scrittore elegante d'una lingua morta non deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorità potrò io confermare quest'opinione? Con quella dello stesso Flaminio. Mi sarà grato (scriveva egli ad Ulisse Bassiano) che m'avvisiate dove Cicerone usa, satis superque facere alicui; perchè quantunque io reputi questa locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non lascerò d'usarla, purchè io possa mostrare il luogo a chi mi volesse riprendere; ma non ardirei già d'usar reputo in luogo di puto: se nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro, quì sit bonus latinitatis auctor[443]. Il Flaminio dunque quando aveva agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata da' buoni scrittori. Gli avvenne però talvolta d'usar qualche voce non pura, e floricomus non è l'unica. Egli stesso ne dà la ragione in quella lettera medesima, dicendo all'amico, che non si dee fidare del suo giudizio, perchè da molti anni il suo studio versava tutto nella Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono elegantissimi nelle sentenze, così sono barbari nelle parole: e come si dice a Casa mia, chi pratica al molino s'infarina; però è cosa molta verisimile, che io m'inganni spesso in hoc genere. Le quali parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di taluni, che Marc'Antonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista, quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo medesimo, che altri può essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle parole, e che all'apice della perfezione giunge quello scrittore, che non contento della prima qualità evita con ogni studio la seconda.

D'ambedue queste qualità furon solleciti nella lingua latina alcuni preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi quì annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la Neutoniana; e gli altri due oltre a più altre cose minori fecero le traduzioni, delle quali ho già fatta parola. Quel bizzarro ingegno di Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre è ammirabile. Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista, e degno di lui, cioè il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolare della Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il Farsetti, l'Ab. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti, Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con più altri raccolti in un aureo libretto di versi latini di quell'insigne Religione, il P. Guglielmini delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine degli Arcadi. Taccio d'altri molti per esser breve, ma non posso tacere del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dell'Accademia Genovese, che o scriva versi meditati, o li dica all'improvviso è sempre maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anch'egli (quantunque assai meno colto del Gagliuffi) nell'improvvisar latinamente.

Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio. Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la mia considerazione[445]. Eleganza, e nobiltà di stile, gravità nelle sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purità di lingua sono le doti che io scorgo in quest'opera, la qual sola basta a renderlo immortale. Illustre storico altresì fu Giulio Cesare Cordara Gesuita, che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor più illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheria descrisse egregiamente[447]; e molte altre cose pubblicò in questa lingua. Nè meno celebri sono Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450], con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti furono ancora più insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando io leggo i libri de bello Italico, e più ancora il Commentario de rebus ad Velitras gestis del primo parmi, che se Giulio Cesare risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe diversamente; e Filippo nel suo dialogo de claris Pontificiarum epistolarum scriptoribus parmi, che si accosti tanto a Cicerone, che nulla più. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse, che gli autori sono de' tempi nostri, il modo, con cui è scritta ci farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole d'Italia, di Olanda, e d'Inghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere di Castruccio[451] insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E quando io vedo, che una sola città in poco più d'un mezzo secolo ha prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa questa Città; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria sede le lettere Latine.

Ma non è sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altresì merita molta lode, giacchè in questa, come in molte altre parti della letteratura si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar le grazie e l'eleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di Gesù, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, de' quali pochi ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini dice: Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo conatur[452].