Delle Lingue
Araba, e Turca.
CAPO XVIII.
Alla lingua Araba appartengono in parte alcune delle gloriose fatiche degli Assemani, delle quali ho parlato di sopra; e ad esse vuolsi aggiungere un breve compendio della Grammatica Arabica di Giuseppe Simonio, che non è però di molto momento[472]. Dagli Assemani non si debbono separare l'amico loro P. Benedetti, di cui ho parlato altrove, e il pronepote di Giuseppe Simonio signor Ab. Simone Assemani dotto Professore di lingue Orientali nell'Università di Padova. Il primo tradusse dall'Arabo le opere di Stefano Aldoense Patriarca d'Antiochia sulla liturgia, e sull'origine de' Maroniti[473]. Il secondo più e diverse cose ci ha date, e tutte pregevolissime, le quali domandano ora il mio discorso. Prima però che io dica di queste debbo far parola d'una turpe, e troppo celebre impostura per lui gloriosamente scoperta innanzi ad ogni altro[474]. Nel 1784. si pretese d'aver trovato il Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi in un manoscritto del Monastero di S. Martino di Palermo. Un certo Abate Vela Maltese Professore di lingua Araba ne fece la traduzione, e il Re di Napoli ne fece fare la stampa. Il 1786. furono mandati i primi fogli di quell'edizione al Professore Assemani, il quale per la cognizione grandissima, che ha di questa lingua, come prima ne ebbe lette poche linee vi scorse errori sì gravi e tali incongruenze, che dette di quel Codice giudizio sfavorevole. Confermò egli il suo giudizio, quando gli fu inviata una seconda, e più diligente impressione di quei primi fogli, i quali disse non essere intelligibili, tranne qualche linea scritta in lingua Maltese piuttosto che in Arabo. Ma il Signor Olao Tichsen Professore a Rostock dette una sentenza contraria, e dichiarò autentico il Codice. Nella diversità delle due opinioni si prestò fede al Professore straniero più che a quello abitante in Italia, al giudizio conforme alle concepite prevenzioni più che al contrario, e l'opera fu mandata in luce e dedicata al Re colla prefazione e le note del signor Airoldi[475]. Nè quì si arrestò l'Abate Vela, ma vantò un commercio di lettere con Marocco e nuovi Manoscritti. Si cominciò un'altra opera intitolata il Consiglio di Egitto, di cui pure l'Assemani avutone un saggio dette giudizio non diverso dal primo. Si volle allora por fine a' contrasti. Fu chiamato da Vienna il dotto signor Giuseppe Hager, che recatosi a Palermo, e veduti que' codici pronunziò esser questi una narrazione dei detti e fatti di Maometto guasta e interpolata, affinchè niuno potesse rilevarne il senso, e la parte leggibile scritta era in lingua Maltese. Scoperta finalmente così l'impostura trionfò la dottrina del Professor Padovano, e lo sciagurato Vela fu condannato alla carcere[476].
Ma l'Assemani dette ancora più altri non equivoci segni delle profonde sue cognizioni in questa lingua. Tale è il saggio sull'origine culto letteratura e costumi degli Arabi avanti il Pseudo-profeta Maometto[477]. Altri prima di lui avevano trattato questo argomento, tra' quali giova quì ricordare il suo grande prozio Giuseppe Simonio Assemani in una dissertazione sull'origine, e religione di questa nazione, che egli aggiunse alla sua traduzione della Cronica Orientale di Benrahebo. Ma ciò che si era detto prima di lui è quì esposto più brevemente, e molte altre pregevoli notizie vi sono, che quegli scrittori o non conobbero, o dimenticarono. Non meno commendabile di questo libro è il Catalogo dei codici Orientali della Veneta libreria Nani[478]. Le opere in essi contenute sono indicate con diligenza, e se ne pubblica ancor qualche parte, come alcuni Calendarj, le vite d'alcuni antichi Filosofi, e la serie de' Monarchi Persiani, Arabi, e Turchi. Egli vi aggiunse la illustrazione delle monete Cufiche[479], e d'alcune tessere di vetro corredate d'iscrizione cufica, che quella nobile famiglia conserva; e quì non solo illustra dottamente le une, e l'altre, ma dà altresì la storia della Zecca Arabica, la quale mostra aver avuta origine nell'anno 76. dell'Egira, cioè 695. dell'era volgare, e parla delle otto Dinastie de' Principi, alle quali le monete Naniane appartengono[480]. Mi rincresce, che non ho veduto, nè in altro modo ho avuta bastante notizia della sua opera sul globo Celeste Cufico del Museo Borgiano, di cui perciò non posso parlare. Per lo stesso motivo debbo contentarmi d'indicar solamente la grand'opera del signor Canonico Rosario Gregorio intitolata, Rerum Arabicarum quae ad historiam Siculam spectant ampla collectio. E forse più altre opere a me ignote avrà somministrate la Sicilia, dove gli Arabici studj si coltivano con molto ardore. Se però son costretto a tacer di questo, ricorderò almeno l'epistola breve, ma dottissima del celebre P. Agostino Giorgi al signore Hvviid, nella quale delle versioni Arabiche del Vecchio Testamento parla con molta erudizione[481]. Debbo altresì far onorevole rimembranza della Romana Congregazione che dicesi di Propaganda, la quale mentre con ogni studio si adopera per diffondere i lumi dell'Evangelio fra i popoli più remoti, con questo intendimento fa comporre grammatiche e lessici delle lingue orientali o in esse fa tradurre più e diverse cose spettanti alla nostra Cattolica Religione. Non ebbero altra origine la breve Grammatica arabica dell'Assemani di cui sopra ho parlato, e le traduzioni in questa lingua d'una dichiarazione copiosa della Dottrina cristiana del 1770. d'un esercizio divoto alla Vergine santissima addolorata del 1763. d'un Breve del Pontefice Pio VI. ai Maroniti dei 17. Luglio 1779. e della Teologia Morale del P. Antoine del 1797.
Per la lingua Saracena posso citar solamente una breve ma bella epistola in saracenicum Theodosii Distichon del Signor Abate de Rossi, che si legge nell'Appendice romana della storia bizantina. Si tratta ivi d'un distico scritto nel decimo secolo in una lingua antica molto, che ha sofferte grandi alterazioni, e scritto da un Greco, il quale probabilmente non la sapeva, e con caratteri Greci che non possono mai rappresentar gli Arabici. Bisognava dunque indovinare, e la divinazione richiedeva le cognizioni grandi dell'autore. La sua spiegazione però non piacque al P. Giorgi, che gl'indirizzò una più lunga lettera ripiena anch'essa di Arabica erudizione, nella quale propone una spiegazion diversa. Chi de' due ha ragione? Si tratta come ho detto d'indovinare, e perciò credo, che difficilmente gli uomini più dotti potranno decidere. Dirò però solamente, che la spiegazione del de Rossi è più naturale.
Questa epistola mi conduce naturalmente a far parola della lingua Turca, della quale molto si è reso benemerito il chiarissimo signore Abate Giambattista Toderini colla sua opera della Letteratura Turchesca[482]. Le scienze, gli ameni studj; le Accademie, le Biblioteche, la storia tipografica di Costantinopoli dal 1726. fino al 1786. tutto vi è accuratatamente, e copiosamente descritto. Troppo dovrei diffondermi se dovessi indicare le cose tutte, che in quest'opera si trovano, degne d'essere specialmente commendate. Basti solo il ricordare il Catalogo della Biblioteca del Serraglio, che niuno ha mai potuto ottenere, ed egli avendolo destramente fatto trascrivere lo ha quì pubblicato in lingua Turca, ed Italiana.
Le lingue Turca, e Greca volgare volle insegnare il P. Bernardino Pianzola Minor Conventuale, ne raccolse le prime regole, e ne fece brevi dizionarj[483]. Ma troppo mancanti sono i suoi Dizionarj e troppo scarse le sue regole grammaticali. Oltre a ciò inopportunamente egli ha adoperate le nostre lettere, che non possono supplire alle lettere turche, e per la lingua Greca debbono produrre molti equivoci.
Alla lingua Turca farò succeder la Kurda; non perchè le sia affine, ma perchè si parla nel Kurdistan provincia al signor Turco tributaria, nè avrei altro luogo dove potessi acconciamente favellarne. Essa trae l'origine dalla Persiana, ma col proceder degli anni, si è in tal guisa alterata, che si è formata una lingua nuova. Era questa ignota all'Europa, e il primo che ne abbia data la grammatica ed il Vocabolario è stato il P. Maurizio Garzoni Domenicano, che stette là Missionario per ben diciott'anni[484]. Non pretende l'autore, che l'opera sua sia perfetta, e che altri non possa un giorno migliorarla. E chi potrebbe esiger tanto, quando egli è il primo a dettar leggi di quella lingua non solamente fra i nostri, ma fra il popolo stesso, che la parla?
Delle Lingue
Etiopica, Persiana, Copta,
Fenicia, e Palmirena.
CAPO XIX.
Fra le lingue, che dall'Ebraica provengono, o hanno con lei qualche affinità, tre ne rimangono, che tuttora sussistono, cioè l'Etiopica, la Persiana, e la Copta, e due che sono perdute, cioè la Fenicia; e la Palmirena. Per l'Etiopica quasi nulla s'è fatto in Italia. La sacra Congregazione di Propaganda fece tradurre in questa la dottrina Cristiana[485], e fece più volte stampare l'alfabeto[486]. Si debbono render grazie a quella Congregazione, che ha ordinate quelle due operette, e ne ha fatta la spesa: l'autor loro però non è Italiano, ma Etiope, cioè Monsignor Tobia Giorgio Ghbragzerio Vescovo Adulitano. L'Abate Amaduzzi nella prefazione, che secondo il suo costume aggiunse all'alfabeto, dà un breve saggio della storia di questa lingua, e parla della differenza, che v'ha fra questo, e quello del Ludolf. Qualche illustrazione di questa lingua abbiamo ancora dal P. Agostino Giorgi nel suo alfabeto Tibetano, dove mostra la somiglianza, che è fra le lettere Etiopiche ed Amhariche, e quelle del Tibet, ed accenna l'utilità che dalla prima si può trarre per intendere parecchie voci Tibetane. Poco pure somministra la lingua Persiana. In primo luogo debbo ricordare l'alfabeto impresso pe' torchi di Propaganda, e preceduto anch'esso da una storica prefazione dell'Amaduzzi[487]. In secondo luogo si dee far menzione della Grammatica pubblicata dallo Zanolini. Ma dirà taluno, costui, che abbiam veduto più volte plagiario, tale forse fu pure in quest'opera? Sì, e la sua Gramatica altro non è che quella di Lodovico de Dieu stampata il 1639., siccome me ne fa avvertito il chiarissimo Signor Peyron.