Molto più ricca messe però coglier potremo per la lingua Copta, o dell'Egitto. Il P. Kircher aveva data le grammatica di questa lingua, commendabile al tempo suo; ma la contezza che ora se ne ha, ci fa conoscere quanto essa è manchevole ed erronea. La Congregazione di Propaganda volle una nuova grammatica, e giudicò, che atto a bene eseguirla esser dovesse un nazionale più d'uno straniero. Laonde ne addossò l'incarico a Raffaele Tuki, che già da molti anni viveva in Roma, dove prima l'insegnava nel Seminario di Propaganda, e poi fu eletto a Vescovo Arsenovense. Egli si accinse all'impresa; ma l'esito non corrispose alla pubblica aspettazione[488]. Non può negarsi, che molti utili precetti non vi siano, e pregevoli avvertimenti. Utile altresì è la copia grande d'esempj, che vi si vedono raccolti de' due dialetti Memfitico, e Tebaico, il secondo de' quali si è conosciuto per lui, e prima della pubblicazione di quest'opera era ignoto. Tale però è la confusione di quella sua Grammatica, tanti gli error tipografici, che difficilmente potrà esser utile ad apprendere questa lingua. Egregiamente è riuscito in questo intento il celebre signor Abate Valperga Caluso, che in poche carte sotto il nome di Didimo Taurinense ha dati i principali e più necessarj precetti della lingua Copta[489]. L'ordine, la chiarezza e la precisione, con che quest'uomo sommo gli ha espressi, fanno un vero contrapposto alla Grammatica del Tuki, e formano l'elogio dell'autore, che sapeva mostrarsi sempre grande qualunque fosse l'argomento, che da lui si prendesse a trattare. Nè quì si hanno solo gli elementi Grammaticali, ma nell'epistola al lettore se ne legge la storia, e si indica ciò che i moderni eruditi hanno fatto per illustrarla.

Altri pure hanno esposta se non la storia, almeno l'origine di questa lingua. Domenico Diodati nella sua opera de Christo Grece loquente p. 6. e seguenti aveva stabilito che gli Egiziani a tempo di Tolomeo Lago parlavano Greco, e che la lingua Copta nacque fra loro dall'invasione degli Arabi. A questo errore si oppose validamente il signor Abate de Rossi[490] provando, che è la lingua stessa de' Faraoni, quantunque alterata molto dai Greci che occuparono l'Egitto. Qualche cosa disse pure su questo argomento il dotto P. de Magistris nel suo Daniele p. 371. e seguenti.

Nè di più lunga e più seria confutazione abbisogna l'errore del Diodati. Se però altri volesse pure confermar maggiormente la contraria sentenza, che è la sentenza universale, potrebbe trar profitto dalla bell'opera del Signor Ignazio Rossi sulle etimologie di questa lingua[491], di cui parlerò fra poco. Un altro opuscolo d'Etimologie Egiziane scrisse il Passeri derivate dalla lingua Ebraica[492]. Ma troppo scarso è questo, e in parte le sue derivazioni sono alquanto arbitrarie, come se ne potrà convincere chiunque voglia solamente paragonarle con quelle del Rossi.

Ad illustrare questa lingua molto contribuirono la Congregazione di Propaganda, il Cardinale Borgia, e la Veneta famiglia Nani. Vi contribuì quella Congregazione coll'ordinare al Tuki oltre alla Grammatica la pubblicazione dell'Eucologio Alessandrino[493], e poi il Salterio, e il Diurno pure d'Alessandria[494], le quali opere tutte videro la luce in Copto, ed Arabo. Il Cardinal Borgia vi contribuì coll'aprire le ricchezze del celebre suo museo. Egli da ogni parte raccoglieva i più rari e pregevoli monumenti antichi, e codici d'ogni maniera di lingue Orientali, che spesso faceva illustrare da uomini eruditi. Da questi il Ch. Federigo Munter di Coppenaghen stampò un saggio delle versioni di Daniele Memfitica, e Sahidica, e alcuni frammenti dell'epistole di S. Paolo a Timoteo[495]. Le quali edizioni ho volute indicare, perchè mentre si dà lode allo straniero dottissimo editore, si commendi altresì quel Porporato, amplissimo Mecenate degli studj Orientali, che le promosse. Ma se il Munter è forestiero, Italiano è il P. Agostino Giorgi, che due altre opere di questo genere pubblicò ripiene di dottrina, e d'erudizione, le quali provengono pure dal Museo Borgiano. E' la prima un frammento del Vangelo di S. Giovanni in dialetto Tebaico preso da un codice del quarto secolo[496]: contiene l'altra la narrazione de' miracoli di S. Coluto, e parte degli atti del Martirio di S. Panesniu[497] da un Codice dello stesso secolo. Lascio stare l'erudizion Teologica Liturgica e di storia Ecclesiastica, che quì si vede grandissima: lascio l'invettiva contro il P. Paolino da S. Bartolommeo, che abbiamo nella seconda opera p. CCI.—CCCV. e che meglio era il togliere, e parlo solo di ciò che spetta al mio argomento. Il frammento del Vangelo di S. Giovanni è scritto in un terzo dialetto, che era ignoto prima di questa edizione. Conferma egli nella prima opera l'opinione del signor Ab. Caluso, che la primitiva lingua dell'Egitto sia affine dell'Ebraica, di che si vedono alcuni vestigj anche adesso, non ostante la molta corruzione, che ha sofferta: parla dei dialetti Memfitico, e Tebaico, e del terzo ora scoperto, e mostra la differenza, che è tra loro: chiama questo Barmarico, o Psammirico, o Ammoniaco come proprio degli Ammoni nella Libia: ne accenna l'origine, e quanto è possibile, le vicende. In questa poi ugualmente che nella seconda reca molti Egiziani monumenti inediti, e tutto spiega, e rischiara mirabilmente, talchè a ragione il Munter dopo aver nominati i La Croze, gli Scholtz, i Woide, e gli altri più solenni maestri di questa lingua chiama il P. Giorgi in hac literaturae orientalis provincia facile principem[498].

Non si distinse meno la Veneta famiglia Nani. Essa possiede nella sua celebre libreria parecchi manoscritti Copti, e incaricò il P. Luigi Mingarelli di farne il Catalogo. Egli nè pur l'alfabeto conosceva di questa lingua, e in pochi mesi l'apprese, copiò i codici, li tradusse, e gl'illustrò con note[499]. Diligenti sono le osservazioni paleografiche sopra ogni codice, dotte le annotazioni grammaticali intorno alle parole, che meritano qualche dichiarazione. Talvolta egli ha creduto di scoprir qualche errore in altri scrittori, e specialmente nel P. Giorgi. Questi però che non era molto facile a cedere il campo ai suoi contradittori, e darsi per vinto, rispose a quelle critiche nell'edizione de' miracoli di S. Coluto e negli atti di S. Panesniu, e pare che le sue risposte sieno vittoriose.

Dottissimo in questa lingua è il Signor Abate Ignazio Rossi Exgesuita. Il P. Caballeros[500] c'insegna che da un testo a penna della libreria Angelica di Roma egli ha copiata la versione Copta de' Profeti minori e alcuni frammenti de' medesimi in dialetto Tebaico, vi ha aggiunta la traduzione Latina, e parecchie illustrazioni. Manca solamente un benefico favoreggiatore de' buoni studi, che voglia mandare alle stampe questo suo dotto lavoro. E già della sua perizia in questa ed in altre lingue orientali abbiamo una nobile testimonianza nel suo Etimologico Egiziano[501]. Questo ha veduta la luce nel secolo presente, ma, essendo apprestato qualche tempo innanzi reputo non disdicevole al mio istituto il favellarne. Molta è in quest'opera l'erudizione nelle lingue orientali dalle quali si trae l'etimologia d'un numero grandissimo di voci Copte. Il che per mio avviso egli fece con gran ragione ricorrendo massimamente alla lingua araba. Perchè se dell'ebraica si fa grande uso per ispirare molte voci Copte, come non dovrà farsi altresì molto uso dell'Araba, la quale ha coll'Ebraica grandissima affinità? Come non si dovrà dir lo stesso dell'altre orientali, che parimente le sono affini?

La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno ignora: ma l'esser perdute presentando una difficoltà maggiore, anzi che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad illustrarle. Sono fra questi l'Abate de Rossi, e il P. Giorgi, i quali in ciò che alle lingue Orientali appartiene, se l'erudizione e l'ingegno può bastare a superar le difficoltà, son sicuri di trionfarne. Il primo in una lettera all'Abate Amaduzzi spiegò un'iscrizione Fenicia[502] scoperta in Cagliari. La spiegazione è naturale, i supplimenti (giacchè la lapida è mancante) sembrano necessarj; il che è tutto ciò che si può desiderare. Lo stesso è da dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirene fatta dal P. Giorgi[503]. L'Abate Barthelemy nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni di Parigi T. 26. dette l'Alfabeto Palmireno, ma poco felicemente. Felice però è la sua scoperta che quelle lettere sieno Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo Danese Adler ottenne un'esatta copia di quelle iscrizioni che i precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro. Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni in molte parti parrà a tutti felicissimo, e l'alfabeto, che dal suo libro si può raccogliere facilmente, si reputerà superiore a quello del Francese antiquario. Quantunque però io lo commendi altamente per questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte. Meriterò forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar macchie nelle opere d'un uomo così grande: ma io dubito, che si possa quì ravvisare qualche cosa arbitraria sì nella lezione, come nella interpetrazione. Che che sia di ciò certo è che il libro è ricco, di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua divinazione o è vera, o è prossima alla verità.