Della lingua
Armena.

CAPO XX.

Affatto diversa da queste è la lingua Armena, che si vuole esser lingua madre ed antichissima, quantunque siasi poi molto guasta e corrotta per l'introduzione di un numero grande di voci straniere e massimamente de' popoli confinanti, ed i suoi caratteri siano inventati solamente nel quinto secolo dell'Era volgare. L'Abate Amaduzzi diede un breve saggio della storia di questa lingua coll'Alfabeto della medesima[504]. Egli ricorda un Dizionario pentaglotto, che il P. Gabriele Villa Cappuccino aveva compilato delle lingue Armena letterale e volgare, Latina, Italiana, e Francese. Ne uscì il prospetto dai torchj di Propaganda il 1780. ma non so che l'opera sia poi venuta in luce. Ma a mostrare il valore degl'Italiani nell'Armeno basta l'edizione delle opere di S. Giacomo Nisibeno del Cardinale Niccolò Antonelli[505] che o si riguardi la cognizione di questa lingua, o l'erudizione nelle scienze sacre e nell'ecclesiastica storia è tenuta in gran pregio. Ma una piccola colonia d'Armeni che si ricovera in Italia, da un Governo Italiano riceve asilo, e protezione, e questa prende a nuova sua patria dando opera diligente agli studj, non deve esser da me dimenticata. Un divoto drappello di monaci di quella nazione col loro istitutore Mechitar il 1702. fuggiti prima dal lor paese poi da Metone in Morea per vivere con sicurezza nella Cattolica comunione, e nella severa osservanza della monastica vita si ripararono nell'isoletta di S. Lazzaro di Venezia, dove molte opere dettero in luce nella loro lingua. Fra queste vuolsi nominare una bella Bibbia assai migliore di quella, che un altro Armeno avea pubblicata in Amsterdam il 1672. Lo stesso institutore Mechitar compilò un Lessico dell'antica lingua Armena lodatissimo, e lo fece uscire da' torchj Veneti in due volumi, e gli altri suoi Monaci molte opere tradussero elementari di grammatica, di rettorica di filosofia, e il P. Giovanni da Sebaste la somma di S. Tommaso[506].

Nè ha cessato mai questo pio e dotto stuolo di rendersi benemerito della letteratura Armena, non meno che della Religione. Il signore Chahan di Cirbied Professore di lingue Orientali a Parigi ci ha dato recentemente un diligente ragguaglio delle letterarie fatiche da esso sostenute negli anni passati e lo ha inserito nel Magazzino Enciclopedico di M. Millin[507]. Hanno quei Monaci eretta una copiosa libreria, ed una stamperia migliore di quante mai furono e sono per quella lingua, corredata ancora dei caratteri nostri, Greci ed Arabi. Da' loro torchj uscirono molte traduzioni dal Latino, e dall'Italiano, alcune grammatiche, le istituzioni della rettorica dell'Arcivescovo Stefano Acontz, l'aritmetica del P. Aghamalian, e parecchi libri sull'educazione. Il P. Ciamciam pubblicò nel 1786. la storia dell'Armenia dalla prima sua origine fino al 1784. in tre volumi in 4. il P. Ingigian nel 1794. la descrizione in prosa e in versi del Bosforo di Costantinopoli, e il P. Bronian nell'anno medesimo un trattato di geometria teorica, e pratica. Nè hanno dimenticati gli antichi autori, ma nel 1790. dettero in luce le favole di Mikitor Kosch autore del secolo duodecimo, nel 1792. la spiegazione del Narek libro di preghiere, o piuttosto di conversazione con Dio, nel 1793. la storia delle guerre tra la Persia, e l'Armenia di Lazaro di Parbo che visse nel quinto secolo, e nel 1796. l'arte dell'eloquenza, o le crie di Mosè di Khorene contemporaneo del precedente scrittore, cui il P. Zonrabian aggiunse molte annotazioni erudite[508]. Nè bastò ciò a quei prestantissimi Monaci, ma non rade volte hanno inviate in Armenia ed ovunque si trovano Armeni persone da essi ammaestrate per ispargere fra que' popoli l'amor delle lettere, e conservarli nell'esercizio della Religione, e della Cristiana Morale. Stranieri erano e sono que' monaci, e perciò i loro studj propriamente non appartengono a questo mio ragionamento. Se però ben si considera, le lettere e le arti si promuovono non solo per opera di coloro che le coltivano, ma ancora pe' Mecenati, che i coltivatori dell'une e dell'altre accolgono, e alimentano, ed incoraggiano. Che se gli scrittori di storia letteraria non credono d'aver bastevolmente descritti i progressi della letteratura, se de' Mecenati non fanno onorevol menzione, ragion voleva che io pure parlassi quì del Governo Veneto e del Cardinal Borgia e della famiglia Nani, per cui tante opere eccellenti relative alle lingue Orientali hanno veduta la luce. E molto più vuolsi dir ciò della Sacra Congregazione di Propaganda, alla quale, oltre ad alcune opere, di cui ho fatto parola si deve la maggior parte di quelle relative alle lingue Indiane, che ora mi restano da ricordare.


Delle Lingue Dell'Indie,
e della China.

CAPO XXI.

Molto debbono all'Italia le lingue Indiane nel secolo, di cui parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P. Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario all'Indie. La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo mantenne all'Indie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A lui dobbiamo la grammatica della lingua Samscrit, che egli chiama Samcsrdam, cioè della lingua antica, e come dicono letterata dell'Indie. Una ne pubblicò col titolo di Sidharubam[509], che vuol dire appunto Grammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere a mente. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza, antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi libri in essa scritti, fra' quali si dà in fine il Bhagavadam in quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi, che desideravan pure d'acquistare qualche notizia di questa lingua si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a loro preghiera una seconda ne compose intitolata Vyacarana[510]. Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani nell'India e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella parte che tratta delle declinazioni de' nomi, e delle conjugazioni, e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili, s'intitola Vyacarana, e perciò questo nome il P. Paolino impose alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano le parti dell'orazione, contenga ancora il trattato della sintassi, e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la mia opinione dirò che dobbiamo rendere molte grazie all'autor suo, perchè finalmente ci si apre l'adito ad acquistar qualche idea d'una lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo, che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di offerirne l'alfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per leggere le opere sue, e convien ricorrere all'Alfabeto Grandonico del P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero, che nel suo breve Dizionario non osserva l'ordine alfabetico, ma sì quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve egli nell'opera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo difetto supplisce in piccola parte un'altra bell'opera sua intitolata Amarasinha. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore, che viveva circa un mezzo secolo innanzi all'era volgare. Questo Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi co' quali si possono indicare, e che ne spiegano l'indole, e la natura secondo l'Indiana Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola parte di questo libro, perchè manca ne' codici Indiani ogni distinzione di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P. Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P. Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.

Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione della lingua Indiana. A quest'oggetto medesimo tendono il viaggio all'Indie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo de' codici Borgiani[513], quello de' Codici di Propaganda[514] i proverbj Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516], sull'affinità della lingua latina colle Orientali[517] e su quella, che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo scitismo sviluppato[520], e la spiegazione d'alcuni monumenti del Museo Nani[521]. Un'altra opera ancora col titolo di Biblioteca Indica[522] aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la storia letteraria dell'Indie, e la mitologia avrebbe illustrata, e nel tempo stesso molti punti relativi all'antica lingua di quelle contrade e a' moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati. Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero, che per decreto della Congregazione di Propaganda de' 19. Luglio del 1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti eseguì[523].

Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno reso celebre fra noi, ugualmente che fra l'estere nazioni. Non è di questo luogo l'esaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla mitologia degl'Indiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P. Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia Indiana sia un'alterazione dell'eresia de' Manichei[524]. Ma se in questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora far parola d'altri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in parte il medesimo arringo.

La moltiplicità delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle, che appartenendo alle antichità ed alla mitologia indirettamente illustrano le lingue, che si parlano nell'India. E prima di tutti richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione de' Caratteri della lingua Grandonica, o Grantham per la stamperia di Propaganda, ne descrisse l'alfabeto, e le regole per leggere, che ivi furono stampate[525] con una erudita prefazione dell'Abate Amaduzzi. E' questa la lingua, che nel Malabar è usata per le cose letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica, intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone e Grammatiche, e Dizionarj[526]. Nè solamente la grammatica si illustrò per essi; ma più e diverse opere ancora si scrissero in quella lingua da' banditor del Vangelo pe' novelli fedeli, ed altre dalle varie lingue dell'Indie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527] alcuni devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, la compendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria (1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato de' Sacramenti del Vescovo Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528] oltre al compendio di moral teologia del P. Paolino testè citato. Ed a mostrar gli errori dell'Idolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico ne' Regni d'Ava e del Pegù scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese Talapoino, ne' quali la religione dei Talapoini si confuta (P. Paol. Cod. Borg. p. 47.) e contro quella degl'Indiani il P. Giuseppe Maria di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla metà del secolo trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un Gentile Indostano sopra la verità di nostra religione, che al Re di Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cioè dal P. Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni d'antiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli somministrate parecchie. Imperciocchè il poema per lui intitolato Salecpuran, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe, Balapurana, o Balagapurana, il che vuol dire storia del fanciullo, cioè del Dio Krshna l'Argianaguita, o canto d'Argiuna, il Dharmashastra, o instituzione alle opere di virtù e di pietà, in cui le principali tradizioni dell'Indiana mitologia s'interpetrano moralmente, il Mulpanu, cioè libro della radice o del fondamento, che una parte delle tradizioni medesime spiega fisicamente, l'Ultercand, che è l'ultimo tomo del gran libro Ramaen, ossia dell'incarnazione Ram, del Dio Vishnu incarnato in Ram per uccidere il gigante Raun, o Ravana[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino volgarizzò. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P. Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Pegù del libro intitolato Kammuva sull'instituzione e ordinazione dei Talapoini; il che è tutto quello che in questo genere è a mia notizia pervenuto[531].