Utili altresì alla illustrazione di queste lingue furono que' Missionarj, che le antichità, gli usi, i costumi, e la religione presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il viaggio all'Indie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative al Bengala, e all'Indostan[534] e le notizie laconiche d'alcuni usi, sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino d'Ascoli[535]. Della Mitologia, della letteratura, de' costumi, e degli usi degli Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza che si concilia la persuasione[536]. L'opera sua non appartiene al secolo decimottavo, il quale solo debbo quì avere in mira; laonde contento d'avere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dirò più oltre, e più tosto rivolgerò il mio discorso alla lingua del Tibet, o Tangut, come dicono gli abitanti.
Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue Orientali esortato dal Cardinale Giuseppe Spinelli e da Costantino Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblicò il suo alfabeto Tibetano[537], e lo corredò con tanta profondità di dottrina, e vastità d'erudizione, che poche altre opere si possono vantare a quella uguali. Consultò egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in più altre era dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dell'Accademia di Calcutta signor Iones, al quale è piaciuto d'asserire, che l'opera del P. Giorgi è tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove d'un'accusa così inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma è inutile che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le sue opere attestano abbastanza, ch'egli non aveva bisogno di vestirsi dell'altrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati. Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della religione, della letteratura, e della magia, l'altra al privato commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine v'aggiunge il Pater noster, l'ave Maria, il Credo i precetti del Decalogo, da lui tradotti in lingua Tibetana, sei pubblici documenti di privilegi a favore di que' Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e finalmente la Tabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus Irtis repertis excerpta stampata già negli atti degli eruditi di Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed ora quì dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite annotazioni. A tutto ciò egli ha premessa una lunga dottissima dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta l'erudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue Orientali. L'opera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole, ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS. Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e n'ebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo, che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose l'Amaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu il secondo[542], che volle riprenderlo d'avere acremente criticato il Beausobre, dichiarò improbabile la sua cronologia de' Re Tibetani, e lo tacciò d'aver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai Missionarj Cappuccini, che non dubitò di chiamare impostori; la quale ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora gl'Inglesi autori della storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, l'opera del quale è caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo agl'Inglesi dirò, che gli originali di quegl'impugnati privilegj furono dal Cardinal Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che l'esterior loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di falsità; ed è certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto. Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero diffamato come impostori que' Missionarj, non avendo valevoli prove per farlo; quando non si creda, che co' Missionarj possano gli uomini onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si dee tenere.
Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblicò il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove osservazioni[544]. Dotto altresì in questa lingua fu il P. Francesco Orazio da Penna di Billi nel paese d'Urbino Missionario anch'egli, e Cappuccino, che per ben venti anni la studiò, ed ebbe a maestro un solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli è doppiamente benemerito della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P. Giorgi cita molte volte; e perchè inviò a Roma le lettere tutte di quell'alfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.
Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della quale poco ho da dire. Due soli scrittori debbo quì ricordare, uno de' quali è il P. Giuseppe Cerù Lucchese de' Chierici Regolari Minori, e l'altro è il P. Domenico Perroni Napoletano de' Chierici Regolari della Madre di Dio, di quella Religione cioè, ch'è nata in Lucca da Lucchese Fondatore, per opera de' Lucchesi è cresciuta altrove, e benchè fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi nelle lettere, de' quali la massima parte è Lucchese. Ambedue furono Missionari alla China. Il Perroni visse colà 19. anni, dette opera diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non è stampato[546]. Il P. Cerù stampò a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto ascetico pe' Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa lingua parla con lode il P. Viani nel Diario delle cose operate alla Cina da Monsignor Mezzabarba. Se si potesse prestar fede al P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi può credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?
[CONCLUSIONE]
Questi son gl'Italiani pervenuti a mia notizia, che nel passato secolo illustrarono le antiche lingue, o le moderne. La scarsità dell'ingegno, e la mancanza di moltissimi libri mi ha impedito di rispondere degnamente al mio assunto. E tengo per fermo, che molti nomi illustri, e molte opere degne di ricordanza sono rimaste a me ignote, o dimenticate; talchè non porterebbono retto giudizio coloro, i quali dalle cose per me dette fin quì il valore e lo studio degl'Italiani in questa materia volessero misurare. Supplito avrebbe pienamente al mio difetto un uomo dotto molto, e felice posseditore d'una splendida libreria, che voleva cortesemente somministrarmi buon numero di notizie, che a me mancavano, ed avrebbe altresì emendati gli errori, ne' quali sarò caduto. Ma le moltiplici sue occupazioni, e la mal ferma salute gli hanno impedito di compiacermi. Ciò non ostante ancor solo da quel poco, che mi è riuscito di raccogliere parmi di poter dedurre le seguenti riflessioni. In primo luogo per ciò che spetta alla illustrazione della propia lingua non debbono gl'Italiani temere il confronto delle straniere nazioni. Anzi se mal non m'appongo niun'altra nazione al pari di noi ha illustrati gli autori, che nel fatto della lingua son classici. Che se alcune vanno superbe di molti fra i loro scrittori noi pure ne vantiamo parecchi eleganti e puri, nè temiamo il confronto. Riguardo alle straniere moderne lingue d'Europa non vedo qual vocabolario si possa paragonare a quello dell'Alberti per la Francese. Vantar potranno i Francesi le molte lor traduzioni dall'Italiano dal Tedesco dall'Inglese, e noi (lasciando star quelle prezzolate pe' libraj) ricordando i Mazza, i Paradisi, i Cesarotti ardiremo vantarle non inferiori di pregio, se sono inferiori di numero. E quì aggiugnerei volentieri il Milton del signor Papi, se non temessi d'esser rimproverato, che per servire alla mia causa io nomini gli scrittori del secolo decimonono. Lo studio della lingua Etrusca si può dir tutto nostro, nè abbiamo in ciò contradittori. Nel Greco siam vinti dai Tedeschi dagli Olandesi dagl'Inglesi in ciò che direttamente riguarda l'illustrazione della lingua e degli Autori, perchè quantunque abbiamo il Mingarelli l'Ignarra e qualche altro, che ho nominato[548]; questi son pochi; il che avviene non per la mancanza di dotti Grecisti, ma per la scarsità di uomini pazienti, o perchè i nostri sono intenti a studiare le cose che contengono, o ad ammirarne lo stile, e quindi sono meno solleciti di tormentare il testo con sempre nuove mutazioni. Pe' volgarizzamenti però dal Greco non dubitiamo di contrastare cogli altri. Nel Latino vinciamo qualunque nazione, niuna potendo opporci un lessico simile a quello del Forcellini, nè tanti e così puri, ed eleganti scrittor Latini, come abbiamo noi. Per le lingue Orientali finalmente ci gloriamo d'un De Rossi d'un Caluso d'un Bugatti d'un P. Giorgi, oltre ad alcuni Missionarj, ed altri, che possiamo opporre ai più celebri stranieri senza timore[549]. Resta adunque che nel secolo decimonono non si arrestino gl'ingegni Italiani, e raddoppiando i loro sforzi faccian conoscere, che
.......Secundis usque laboribus
Romana pubes crevit[550].