[APPENDICE]
I. Mentre stampavasi la prima parte di questa mia operetta mi pervenne il ragionamento del signor Giammaria Puoti Napoletano sul trattato degli scrittori del trecento del conte Perticari e sulla proposta di giunte e correzioni al vocabolario della crusca de cav. Monti, stampato in Napoli dal Trani il 1818. in 8. A me non appartiene di dar giudizio dell'opera di questo dotto scrittore, che non ha veduta la luce, e nè pure è stata composta nel secolo da me preso in considerazione: e già non v'ha bisogno d'altrui giudizio, quando essa fu accolta con plauso dalla celebre società pontaniana di quella città. Poche osservazioni però mi sia concesso di fare, che riguardano alcune cose da me dette nella prima parte del mio libro, e sono più presto questioni di fatto, che di ragione. Ho considerato come lingue diverse i diversi idiomi, che nelle diverse parti d'Italia si parlano, e che da altri si chiamano dialetti. Ma il signor Puoti p. 64. dice, che la massa principale di ogni idioma risulta dai nomi, dai verbi, dalla conjugazione di questi, e dalla costruzione del discorso, e che in tutte le parti d'Italia i verbi, la loro conjugazione, i nomi, e la costruzione sono gli stessi. A me pare al contrario, che nomi e verbi moltissimi sieno diversi in queste lingue, e molto diversa altresì sia la conjugazione de' medesimi verbi. Lascio ai signori Genovesi, Piemontesi, Bolognesi, Milanesi, Bresciani e ad altrettali la decisione di ciò. Ma prosegue ivi il chiarissimo autore: che parli un uomo di qualunque parte d'Italia in presenza di abitatori di tutte le altre contrade di questo bellissimo e disgraziato paese; egli sarà inteso da tutti. Si sarà inteso se parlerà quella lingua, che egli ha imparata su i libri, non quella del suo paese. A me è avvenuto assai volte di sentir parlare fra loro cavalieri e dame genovesi, o piemontesi ne' loro natii linguaggi, nè mi è riuscito d'intendere pure una parola. Tornando di Francia nel mese di Maggio del 1799. visitai il vecchio signor marchese di Barol in Torino. Parlando a un italiano credei dovergli parlare Italiano, ma egli dopo poche parole reciprocamente dette mi pregò d'usare il Francese, dicendo, che poca pratica aveva della lingua Italiana. Sono però d'avviso, che sì fatta preghiera non mi avrebbe fatta se avessi parlato Piemontese.
Il signor Puoti aggiugne, che la lingua Italica vaga per tutte le città d'Italia, ed in niuna si ferma. Io non so bene, che cosa egli abbia inteso con queste parole; so che l'Ariosto, (giova il ripeterlo, benchè parecchi altri l'abbiano detto) andò a Firenze a studiar quella lingua, nella quale scrisse il suo divino poema, ed altri fecero lo stesso. Il Tasso era sollecito d'adoperare voci toscane. Nelle sue lettere poetiche io leggo così. Mi pare anco di ricordarmi, ch'in quella stanza io scrissi: Appono. Appongo è meglio, e più Toscano; che pongo dicono: e così credo, che si debba osservare ne' composti. Tas. Op. T. 10. p. 104. ed. Ven. Scorgeano, e scorgono credo toscanamente si dica. Ivi p. 119. Per difendere la voce rediense da redieno porta l'esempio de' Toscani che usano parieno per parevano. Ivi p. 128. Egli per la scelta delle voci cercava esempj degli antichi scrittori, e se non era schivo d'usar voci nuove, almeno aveva cura di foggiarle secondo l'uso de' Toscani. A me pare necessario un freno nell'introdurre voci nuove; altramente temo non forse, volendo troppo accrescer la lingua, traendo le parole da tutti i dialetti dell'Italia, (come vuole il Signor Puoti,) si faccia una confusione, che la guasti. Se ciò che in francese dicesi dessert, in Firenze si chiama messo delle frutte, io non lo chiamerò deserta, come dicesi nella mia patria, che è parola troppo francese, di là forse portata fra noi dai nostri mercatanti. Nè pure lo chiamerò sparecchio, come questo scrittore p. 72. vorrebbe, che significa altro. Così alla voce soglia, o sogliola non sostituirò senza necessità palaja, nè ad albicocca, crisomalo il che pure si propone da lui p. 96.[551] Così non parmi giusto il riprendere il chiarissimo signor Perticari, quando usò la voce governamento, che hanno pure usata alcuni buoni scrittori, e quando adoperò certi modi di dire, pe' quali si determina, o si accresce il superlativo, come tanto ricchissima, e più antichissimi; il che egli chiama fallo usato a discapito del buon gusto, e delle regole eterne della lingua. (facc. 20—22.) Se però sovente i Greci, e non rade volte anche i Latini hanno adoperato così, credo che noi, seguendo il loro esempio, non dovremo temere di far onta al buon gusto, nè a quelle regole. L'arte critica, o, come altri dicono, la filosofia è necessaria alla Grammatica, come il sale alle vivande, che se è soverchio le rende spiacevoli.
II. Alla facc. 30. della seconda parte ho parlato del Mazzocchi, e del suo spicilegium Biblicum. Deesi aggiungere, che in questo libro T. 1. facc. 21. nota 8. parla d'una sua opera de opificio sex dierum, nella quale certamente, come era suo costume, avrà fatto molto uso della lingua Ebraica.
III. Ho mostrato il vivo mio desiderio, che s'intraprenda una nuova edizione dello Scapula. Mentre io scrivo queste cose mi è pervenuta quella fatta a Glascovv dal Duncan il 1816. in due volumi, e vedo che ben lungi dal soddisfare quel mio desiderio, essa non è che un'infelice speculazione tipografica. Quì non si ha che una replica dell'impressione Elzeviriana, cui sono state inserite le aggiunte dell'Askevv, le quali sono quasi tutte di poco o di niun momento. Parecchie migliaja di voci o di significanze si potevano raccogliere senza fatica dall'Appendice dello Scott, dal Tesoro Ecclesiastico del Suicero, dai Lessici dell'Hederico, del Damm, e dello Schneider, da quello di Senofonte, dalle Lezioni Lucianee dello Iensio, dalla ristampa eccellente del Morell fatta l'anno innanzi a Cambridge, e da cento altri libri; ma non vi si vedono.
IV. Era già compiuto questo mio Ragionamento, quando dalla somma cortesia del signor Dottore (Haham) Samuel Coen di Livorno mi è pervenuta la notizia di parecchie opere Ebraiche del celebre Rabbino Ioseph Chaim David Azulai, le quali mi erano ignote. Esse mostrano vie più la molta dottrina di questo instancabile scrittore, che tanto onore ha fatto vivendo all'Ebrea Nazione d'Italia. Non potendo ormai più inserirne i titoli ai luoghi respettivi non debbo almeno tralasciare d'indicarli quì brevemente. Il Signor Coen è un egregio Poeta e fornito di vasta erudizione nell'Ebraica letteratura; e se io avessi avuto agio di consultarlo maggiormente questa mia opera sarebbe riuscita meno imperfetta. Ai titoli delle opere dell'Azulai ho aggiunta la spiegazione in Latino per comodo dei Lettori; il che ho voluto avvertire, affinchè, se qualche errore vi fosse, questo si attribuisca a me. Ad alcuni ho aggiunta ancora la citazione di quei luoghi della sacra Scrittura, che l'Autore ebbe forse in mira nello sceglierli.
1. שער יוסף (Porta addens). Opera sul trattato Horaiot del Talmud. In essa mostra l'Autore una profonda e vasta erudizione ne' suoi giudizj, egualmente che ne' Consulti di Giurisprudenza Teologica aggiunti in fine. Egli era allora in età di soli diciassette anni, e meritò l'approvazione dei dotti di Gerusalemme, e di tutte le principali città.