Un'opera grande sulle lingue d'ogni età, e d'ogni parte del mondo intraprese il P. Bonifazio Finetti dell'Ordine de' Predicatori, che per difetto d'incoraggiamento non potè eseguire, fuorchè in una piccola parte. Molte lingue hanno fra loro una certa somiglianza, e dirò quasi cognazione, che meritava l'esame degli eruditi. Questa somiglianza si vede nelle declinazioni de' nomi, nelle conjugazioni de' verbi, in certe proprietà della sintassi, e in molte voci; il che talvolta mostra, che una lingua deriva da un'altra, ed altre volte fa conoscere, che una lingua ha modificata, ed alterata un'altra. Dalle quali considerazioni, ove sieno cautamente trattate, dedur se ne possono utili conseguenze intorno alle emigrazioni de' popoli dall'una all'altra contrada. Il P. Finetti dunque nell'opera sua voleva mostrar l'indole d'ogni lingua, ed unendo in un solo capo tutte quelle, che a suo giudizio sono simili, come discendenti da una stessa lingua madre, indicarne la somiglianza. Ne dette egli un saggio nel trattato della lingua Ebraica, e sue affini,[1] perchè fosse quasi il prodromo del suo lavoro. Le affini dell'Ebraica per lui sono solamente la Rabbinica, la Caldaica, la Siriaca, la Samaritana, la Fenicia, la Punica, l'Arabica, l'Etiopica, e l'Amharica. Di ciascuna dà brevemente la storia, accenna le prime regole intorno alle declinazioni e alle conjugazioni, e in essa traduce il Pater noster. In fine aggiunge una tavola comparativa della prima conjugazione del verbo masàr, consegnò. Fa maraviglia a dir vero il novero di tutte le lingue, che si vede nella prefazione p. xix e seguenti, e delle quali egli aveva sufficiente cognizione, o possedeva qualche libro, o sperava d'averlo in breve, onde parlarne fondatamente. Il prospetto però, che dell'opera egli dà in questo libro, non è a parer mio scevro da ogni difficoltà. Non parlo dell'impossibilità di parlare di tutte le lingue del mondo, perchè utilissima impresa ed ammirabile sarebbe stata la sua, ancorchè ne avesse tralasciate molte. Le objezioni, che io fo a quel saggio sono due. Per mostrare la somiglianza delle lingue, e conoscere quali derivino da una, che sia lingua madre non bastano le cose da me accennate di sopra; ma bisogna aggiungere le voci simili, e queste trovar non si possono se non da chi è profondamente dotto nelle lingue. Or questa ricerca egli tralascia del tutto nel suo trattato. Io leggo poi in quella sua prefazione che nel secondo capo voleva unire la lingua Greca all'Armena, alla Georgiana, alla Turca, e alla Persiana, e nell'ottavo voleva parlare della Latina, Italiana, Francese, Spagnola, e Portoghese. Ora io non vedo qual motivo inducesse l'Autore ad unire la lingua Greca con lingue, colle quali non ha veruna affinità, e a separarla così dalla Latina, che è sua figlia. Per indagar poi meglio l'affinità delle lingue sarebbe stato a desiderarsi, che non fosse stato sollecito solamente di unire quelle, che da una come madre derivano immediatamente; ma a quelle prime avesse fatto succeder le altre, che da quella prima provengono per una più remota generazione. La lingua Greca unir si doveva all'Ebraica a mio giudizio, perchè io penso, che nella prima sua origine da questa provenga immediatamente; alla Greca dovevan succedere la Latina, l'Etrusca, e le altre antiche Italiche, ed alla Latina l'Italiana la Francese la Spagnola, e la Portoghese.

All'opposto poi a me pare, che al P. Paolino da S. Bartolommeo, il quale altresì della somiglianza di alcune lingue ha preso a discorrere si possa rimproverare, che della somiglianza delle voci soltanto abbia parlato, e gli altri argomenti adoperati dal P. Finetti abbia negletti. Questo celebre missionario dell'Indie, di cui dovrò favellare lungamente in altro luogo, in una breve dissertazione sopra l'antichità, ed affinità delle lingue Zend della Persia, Samscrit dell'Indie, e antica Tedesca si vale appunto della somiglianza di alcune voci per provare la somiglianza, che esse hanno fra loro, e che la Zend e la Tedesca vengono dalla Samscrit.[2] Parla egli in prima delle lingue Zend e Samscrit, delle quali adduce molte voci simili tratte dai dizionarj d'ambedue, e quaranta ne aggiunge, che gli antichi scrittori Greci, e Latini ci hanno conservate, benchè guaste e corrotte. Passa poi alla Tedesca, di cui però non molte parole registra simili alle Indiane, al che vorrebbe egli aggiungere la storica tradizione. Dice Tacito, che i Germani celebrant carminibus antiquis...... Tuistonem (o Tuisconem) Deum terra editum, et filium Mannum, originem gentis conditoresque[3]. E siccome gl'Indiani hanno nella loro Mitologia un Mannu, che si dice autore e istitutore di questa nazione, perciò il P. Paolino asserisce, che il Mannu Indiano sia lo stesso del Manno della Germania, e che i Germani vengano dall'Indie. Se ciò fosse vero non sarebbe maraviglia, che l'antica lingua Tedesca fosse affine dell'Indiana; ma non pare, che la buona critica sia molto favorevole all'asserzione di quest'autore appoggiata a così debole fondamento. Tanto più che quello dal P. Paolino chiamato Mannu, dagl'Inglesi dotti nelle lingue dell'Indie, e quindi dagli altri Europei si dice Menu, onde vie più si affievolisce il debole argomento fondato sulla somiglianza di questi nomi.

Altri pure posero molto studio nell'indagare la somiglianza che alcune voci delle lingue Orientali hanno con quelle d'altre lingue, e quindi vollero trarre conseguenze talvolta singolari. Il Mazzocchi intento a mostrare che i Tirreni trassero l'origin loro da quelle parti, che si sogliono chiamar Orientali fece uso dell'etimologia de' nomi proprj delle Città, e d'altri luoghi loro, derivandoli dalla lingua Ebraica.[4] Egli da principio promette di condurre le sue ricerche a tal segno di evidenza, che niuno debba dubitarne. Chiunque però con animo scevro da preoccupazione considera quelle derivazioni, e le riflessioni, che le accompagnano, le trova sovente capricciose, e prive di fondamento. Questo difetto stesso, ma in grado anche maggiore si scorge nell'opere d'altri due scrittori, che avevano col Mazzocchi comune la patria, cioè Ciro Saverio Minervino, e il Duca Michele Vargas Macciucca. Il primo in una lettera all'Ab. Domenico Fata sull'etimologia del Monte Volture[5] vuole che i primi abitatori d'Italia fossero Etiopi passati prima in Libia, e poi venuti quì, e che il loro linguaggio fosse affine dei Cinese, Etiopico, Pehlvi, Zend, Malaico, Persiano, Arabo, e Copto. Questa ed altre sì fatte non comuni scoperte voleva egli con somma evidenza provare in altra opera, che non ha mai veduta la luce, sulla religione de' Pagani. Come le lingue Cinese Pehlvi, Malaica si possano associare all'Etiopica, ed all'Araba l'autore non ce l'ha fino ad ora insegnato, e forse voleva insegnarlo in quell'opera, in cui pure dar voleva prove più che convincenti...... che l'Iliade e l'Odissea, e qualche altro libro attribuito ad Omero, furono libri sacri e simbolici de' nostri Sacerdoti Siriti. Colla prima delle quali opere con tanti personificati Eroi e Dei si volle simboleggiare la rovina cagionata in diverse guise nella Troade da' fuochi sotterranei, dopo che avevano fatto sentire i loro effetti nella Grecia; colla seconda si volle tessere una storia simbolica delle rovine fatte dopo la destruzione della Troade in altre parti da' fuochi sotterranei, che faceano gonfiar la terra, e poi scoppiare nel mezzo, o verso il basso, quasi dandole di morso. Si vedranno pur ivi le pruove, che 'l favoloso Omero è titolo dei detti libri, non già personaggio vero, e reale. Intanto in questa lettera egli ci ha date più e diverse etimologie dei nome Volture, e d'altri luoghi del Regno di Napoli, traendole dalle lingue Ebraica, Etiopica, Araba Copta e Zend con una franchezza maravigliosa. In tanto lusso però d'erudizione orientale non si trova mai, non dirò l'evidenza dall'autore promessa, ma nè pure una mediocre probabilità. Dell'Ebraica sola si servì il Duca Vargas Macciucca per indicar quali fossero i primi abitatori di Napoli.[6] Egli pure segue il metodo dell'etimologie, delle quali è così persuaso, che giudica dover rinunziare al senso e ragion comune[7] chiunque pensa in altro modo. Il fatto sta però, che quelle sue etimologie niuno persuadono, tanto sono strane ed arbitrarie. Egli pure volle interpetrare Omero, anzi anche Esiodo in quest'opera, e pretese, che i fatti narrati nell'Odissea e nella Teogonìa fossero accaduti presso a Napoli, e alla Sicilia, il che quanto da lui si faccia forzatamente è inutile il dirlo a quelli, che hanno letti questi due poeti. Ed è da notarsi, che questi due vantatori d'evidenzia trovavano negli stessi libri d'Omero e d'Esiodo cose fra loro discordi affatto. Utilissima cosa è l'indagare l'etimologia delle parole principalmente nelle antiche lingue, e queste possono talvolta servire d'ajuto alla storia: ma conviene usare cautela grande nel rintracciarle, nè si può pretendere, che in vece d'ajuto servano alla storia di fondamento.

Comuni ai tre citati scrittori sono questi difetti: ma l'autore dell'opera sulle antiche colonie venute a Napoli richiede qualche particolare osservazione. Egli mostra non mediocre cognizione della lingua Greca correggendo o spiegando più e diversi scrittori non rade volte felicemente. Ma nel tempo medesimo uopo è confessare, che assai volte lasciandosi trasportare da una fantasia troppo fervida devia dal retto sentiero, ed appoggiato a deboli congetture spiega a capriccio gli autori. Basti un solo esempio, e si prenda dal T. 1. p. 78. e seguenti, dove pretende, che Prometeo inventasse gli specchj ustorj, e vuole che di ciò parli Esiodo nella Teogonìa v. 566. ed Eschilo nella Tragedia di questo nome v. 498. e si adira cogli interpetri, perchè non hanno assai prima spiegati così que' due poeti. Egli è però manifesto, che il primo parla del fuoco da lui involato in cielo, ed il secondo della divinazione per mezzo del fuoco.


Della lingua Ebraica.
Grammatici.

CAPO II.

Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono, facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto, e cominciamo dall'Ebraica, che probabilmente è d'ogni altra più antica. Niuno v'ha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne l'utilità e la necessità. Così a cagion d'esempio il Pasini scrisse un'orazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica, e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo libro de linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia. Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per l'importanza del suo libro non potrebbe senza colpa esser da me trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse un'opera sulle cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura, e lo diede alle stampe.[8] Mostra in questo libro, che i testi Ebraici non sono nè troppo corrotti, nè indegni d'esser consultati; che le versioni, e l'autorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebrei parecchi libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali, aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion d'esempio ciò che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versetto foderunt manus meas, et pedes meos Ps. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni, ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e l'opera riuscì quale aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.

Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad ogni altra l'ingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo di leggere l'Ebraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste si vedono espresse per l'Ebraica nella Bibbia, ed ivi pure non in tutte le edizioni, e per l'Araba nell'Alcorano, per assicurare da ogn'incertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare. Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che l'Alef, He, Vau, Jod, Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplire alla loro mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata la Grammatica del Masclef,[10] il che mostra fra noi pure aver trovato fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai Masoreti nel sesto secolo dell'era volgare, o in quel torno, e che S. Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A, E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di queste lettere si supplisca un A: onde per esempio בראשית si legga barascit, non berescit, come or si legge. Per qual motivo egli supplisca questa piuttosto, che un'altra vocale troppo lungo sarebbe a ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò, lasciando stare ugualmente l'improbabilità, che la memoria, e l'uso si perdesse dell'antica pronunzia, quando la regola era così breve, e facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.

Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce il P. Sacchi dal confronto de' due alfabeti Greco ed Ebraico e del valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua Ebraica e dell'altre Orientali, che si legge negli atti della Reale Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.