Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11] e il P. Arizzara.[12] Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse, e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e l'altro per l'uso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì, che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il tempo introdusse quelle varietà, che ora vediamo, e che della Caldea hanno fatto un dialetto dell'Ebraica. Qualche strana opinione sostenne questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei scrivessero da sinistra a destra,[13] a sostegno della quale opinione ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14] Di quest'avviso fu pure il P. Ogerio,[15] il quale sull'orme del Nanclero attribuì ad Esdra l'aver introdotto l'uso di scrivere da destra a sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il P. Fabricy[16] a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico Francesco Perez Bayero.[17] Nè meno strano è l'altro suo divisamento, con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dall'alfabeto parecchie lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere, che abbiamo presentemente, e coll'ordine stesso. Il P. Arizzara si è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato ne' sacri libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della Scrittura, o dall'odio degli Ebrei contro i Samaritani, e quindi da certe parole d'Isaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.
Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano, che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro Sisti, che ha per titolo la lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni.[18] Per l'università di Napoli aveva egli pubblicata una breve grammatica[19], e poi l'Officio Pentaglotto a vantaggio di quella gioventù. Ma per agevolare vie più l'apprendimento di questa lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e l'espose in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune tavole pe' suffissi de' nomi, e de' verbi e per le conjugazioni, certe industrie nella maniera d'espor le regole, di combinare, e riunire quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi, che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni, ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni ne' giovani più perspicaci d'ingegno. Nè con ciò s'impara la lingua, il che sarebbe impossibile, come ognun vede; ma solamente la declinazione de' nomi, i pronomi, la conjugazione de' verbi, i principali precetti intorno alla mutazione de' punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi, come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un piccolo cenno, perchè si risvegli l'idea di più altre cose, che a quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo il metodo del Sisti non è nuovo il vanto d'insegnar questa ed altre lingue in tempo brevissimo.[20] Non può negarsi a questi metodi la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con altri più diffusi precetti. In ordine autem, et modo disciplinae, diceva Bacone da Verulamio, illud in primis consuluerim, ut caveatur a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant. Ho quì voluto notare queste parole, affinchè l'autorità di tanto scrittore serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron l'Italia ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia d'avviso a coloro, che con simili arti vogliono fare de' giovanetti tanti prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano de' prodigj d'ignoranza.
Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità, e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal Buxtorfio.[21] Discreta e sufficiente quantità di precetti, chiarezza, e precisione nell'esporli sono i pregj di questa grammatica, che a ragione vien molto adoperata in parecchie scuole d'Italia. Molte eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico, e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia s'incontrano. Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega la sintassi, e niuno crederebbe d'aver bene insegnata questa lingua, se ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare d'aver bene insegnata l'Ebraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che l'uso in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina all'uso si vuole unire l'abbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor dell'Ebraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente, ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22] Essi hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li credo ne' primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo poi, che ai compendj debba succedere più copioso insegnamento o d'una grammatica più diffusa, o della viva voce d'un dotto Precettore, quali sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva a' suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua Ebraica spiegava secondo gl'insegnamenti dello Schultens, e degli altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato d'essergli successore.[23]
Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab. de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo dolerci, che gli siano mancati gl'incoraggiamenti per pubblicarle.[24] Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P. Zaccaria negli annali letterarj d'Italia T. 3. p. 505.[25]
Non mancarono i Lessici all'Italia. Primo di tempo, se non di merito è quello del Bouget.[26] Egli non era Italiano, ma nato a Salmur, e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca nell'Università di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico, ed una Grammatica.[27] Egli lasciato l'ordine delle radici segue l'alfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo, che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza d'esempj, e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre all'esecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.
Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono l'ordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani della gioventù i lessici degli Eretici, ne' quali v'ha sempre più o meno nascosta qualche parte de' loro errori. Il primo lo fece pel Seminario di Padova.[28] Egli è diligente nel registrare i significati diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni de' nomi, e le costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia Sagra, dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto d'accusare più volte di plagio quest'autore, ma non posso dire, se simil taccia abbia meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29] professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico di Roma ha usato anch'egli la maggior diligenza nel porre tutte le modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci, ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta d'Aquila di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini all'Ebraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo, che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo l'ardir degli Eretici autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia coll'ebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo Schultens, il Michaelis, il Simonis, l'Eichorn, ed altri: ed ove ciò si faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi de' costumi, e la Santa Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi manuscritti nella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl ne' suoi viaggj parla del P. Conreale monaco Benedettino, che nell'anno 1772. viveva a Monte Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora un saggio,[30] ma non mi è riuscito d'averne ulterior notizia.
Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse rime, e fosse simile alla nostra. V'ha chi la fa consister tutta negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli Ebrei, fuorchè lo stile. L'Abate Biagio Garofolo scrivendo intorno alla poesia degli Ebrei e de' Greci difese la seconda opinione.[31] Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a negligenza de' copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le bellezze: e finalmente de' principali poeti Greci ragiona secondo i tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, ne' quali scrissero, dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome stampò, squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli Ebrei. Aosta. (Padova) 1709. in 8. E poco dopo una Lettera di *** scritta ad uno de' suoi amici sopra un saggio di critica del signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei. in 8. Il Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo dipende dall'accento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32] Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che vi si trovano alcuni finimenti simili, nella qual confessione crede il Garofolo, che egli si contradica, perchè i finimenti simili sono rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti, che tralascio d'indicare, perchè niun utile ne venne per decidere la questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio Romano nella sua breve dissertazione de divina poesia sive de psalmis, canticis, deque omni re poetica. Romae 1751. in 4. Ma distingue due sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni ne' cantici, e ne' Salmi; l'altra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. L'Avvocato Mattei, che trattò anch'egli della poesia Ebrea[33] molto saviamente lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina, o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual fondamento, pretende, che essa fosse a foggia de' ditirambi, ne' quali si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.