Molto più felice di tutte quante le traduzioni fin quì nominate è la Cantica d'Evasio Leone.[55] Essa a dir vero non è tratta intieramente dall'originale, ma in gran parte dalla volgata, alla quale il dotto autore ha avuto molto riguardo. Siccome però non ha mai perduto di mira il testo Ebraico, e questo nelle annotazioni ha egregiamente illustrato, deve aver quì luogo. Egli ha conosciuto con altri, che l'opera ha una forma drammatica, ma divisa, in varie parti, che noi diremmo cantate. Ha per ciò usati i versi drammatici, tali però, che sono degni del Metastasio. Lo stile dunque è bellissimo, e solamente alcuno potrebbe credere, che fosse troppo molle principalmente per un sacro argomento. Egli previene questa objezione (opere T. 3. p. 140.) indicando il fine, ch'egli si era proposto in questa sua fatica, e ricordando gli esempj di quelli, che l'avevano preceduto. Il suo scopo era di opporsi all'empio autore del Precis sur le Cantique des Cantiques, e al non meno empio volgarizzatore Italiano di quel librettaccio Francese, il che richiedeva fedeltà nella traduzione. Nel metro stesso ha egli tradotti i treni di Geremia ottimamente, ma dubiterei, che per questo non fosse adatto il metro drammatico da lui usato anche quì; ed a me pare, che con miglior consiglio il Menzini adoperasse la terza rima, e il Manzoni quello delle Canzoni Petrarchesche. Un altro valoroso traduttore ancora ha avuto la Cantica, ed uno Giobbe; la prima nel celebre signor Abate Valperga Caluso nascosto sotto il nome di Euforbo Melesigene, e il secondo nel signor Ab. Ceruti,[56] i quali hanno mostrato, come si possa esser fedele traducendo, e meritarsi nel tempo stesso il titolo di buon Poeta.

Nella illustrazione delle lingue meritano onorevol menzione gli editori de' Classici, di che ora debbo parlare. Passerò sotto silenzio le molte edizioni del testo Ebraico del vecchio testamento, che non hanno verun pregio particolare per essere commendate. Ma non tacerò quelle di Mantova di Livorno e di Pisa con ottimo avvedimento emendate secondo le correzioni del Norzi. Non è di questo luogo il dire qual fosse la diligenza usata dal Norzi nel secolo sestodecimo per richiamare il testo Ebraico alla primitiva lezione, e come in gran parte riuscirono commendabili le sue fatiche; di che ha già parlato abbastanza il dottissimo signor Abate de Rossi.[57] Il suo comento con troppo superbo nome intitolato da lui Gomér peretz, cioè Riparatore della rovina fu finalmente posto in luce co' torchj di Mantova il 1742. insieme col sacro testo da Raffaele Chajìm Basilea, che vi aggiunse ancora alcune sue utili note, e l'esame di ben novecento varianti, che il Vander Hoogth aveva raccolte da altre edizioni della Bibbia. Questo dotto editore intitolò il comento del Norzi più modestamente Minchad scai, cioè oblazione liberale, e presso che sempre emendò il sacro testo secondo l'avviso di quell'antico Rabbino. L'edizione Mantovana della Bibbia fu ripetuta in Livorno nel 1780. e poi in Pisa nel 1803.[58] Ma i due Editori non la ripeterono servilmente, avendo essi ora seguiti ed ora abbandonati i consigli del Norzi, quando il Mantovano Basilea aveva fatto altramente. Il signor de Rossi colla sua profonda dottrina ha già mostrati parecchi de' pregj e de' difetti di queste edizioni, e a lui potranno ricorrere gli studiosi della lingua Ebraica.[59]


Scrittori d'antiquaria, e di bibliografia.
Scrittori in Ebraico.

CAPO V.

Illustratori di questa lingua chiamar si debbono anche coloro, che i suoi riti spiegarono, gli usi, e i costumi, e le leggi, e tuttociò che sotto il nome d'antichità si suole intendere, come pure quelli che trattarono della Bibliografia dei libri Ebraici, e della storia letteraria. Gli scrittori, e i raccoglitori d'opere d'antiquaria allora illustrano una lingua, quando o scrivendo in questo genere entrano ne' misteri di quella lingua, o danno in luce opere d'antichi autori, che in essa hanno scritto. Tale appunto è Taddeo Ugolino, che nel suo tesoro dell'Ebraiche antichità[60] parecchie opere di Rabbini raccolse, o quelle d'altri, che all'intelligenza della lingua Ebrea, della Caldea, e della Rabbinica sono vantaggiose. Noi dobbiamo saper di ciò molto grado a lui, che con molta fatica e dottrina eseguì così nobile impresa, e all'immortal Mecenate, che per solo amore dei buoni studj la promosse, e ne sopportò la spesa, voglio dire il signor Francesco Foscari nobile Veneziano. Nè fu egli editor solamente, ma dieci sue dissertazioni v'inserì, ad alcune di altri fece considerabili aggiunte, e le opere de' Rabbini tradusse, illustrò, ed arricchì di sue appendici. Lo Schooetgenio nelle sue ore Ebraiche, e Talmudiche lo biasimò per aver quì pubblicate alcune opere del Rabbino Maimonide, di cui parlò con sommo disprezzo. Gli rispose però l'Ugolini, e per avere nella questione un giudice, cui l'avversario non potesse ricusare diresse la sua risposta al celebre Cristiano Benedetto Michaelis, e la stampò in Venezia nel 1748. Due soli oltre all'editore sono gl'Italiani, che in questo tesoro abbian luogo, cioè il P. Casto Innocenzo Ansaldi con un libro de Forensi Iudaeorum buccina, e il P. Gio. Girolamo Gradenigo con una dissertazione de Syclo argenteo Brixiae reperto.[61]

Per ciò poi che spetta alla bibliografia e alla storia Letteraria ritorna di nuovo in campo il celebre signor Ab. de Rossi, che le origini indicò dell'Ebraica tipografia, la storia della tipografia di Ferrara, di Sabioneta, e di Cremona, non meno, che dell'Ebraica tipografia in generale, e dette il novero degli Ebrei, che scrissero contro la santa Religion nostra, e la descrizione de' codici da' quali trasse le varianti della Bibbia.[62] Dopo questo grande scrittore si dee far menzione altresì del Pasini, Rivautella, e Berta, che il Catalogo ci dettero dei codici della Real Libreria di Torino,[63] fra' quali han luogo pure gli Ebraici; del Canonico Biscioni, che quello ci dette della Laurenziana di Firenze;[64] e dell'Assemani, che tutti descrisse i codici orientali della Laurenziana e della Palatina della stessa Città.[65] Egli con Giuseppe Simonio Assemani quello ancora intraprese della Vaticana.[66]

Vuolsi finalmente fare onorevol menzione di coloro, che alcune cose scrissero in lingua Ebraica, il che tanto più è da lodarsi, quanto più sono rari quelli che possono farlo. Più e diverse cose in questa lingua, ed in più altre orientali ha scritto il Sig. Ab. de Rossi, che ho già lodato più volte, e che non posso mai lodare abbastanza. Nelle memorie storiche de' suoi studj si vedono registrate,[67] il catalogo delle quali troppo lungo sarebbe a trascriversi. Il Cardinal Luchi scrisse un dialogo in questa lingua fra un Cristiano, ed un Ebreo, e prese a tradurre dal Greco in Ebraico il vecchio, e il nuovo Testamento ma la sua versione è rimasta imperfetta.[68] E finalmente l'Ab. Angelini (per tralasciare parecchi altri, che hanno fatto cose minori) alcune sue poesie Ebraiche ha unite alla sua traduzione d'alcune Tragedie di Sofocle.[69]


Delle lingue
Caldea, e Rabbinica.

CAPO VI.