Alla lingua Ebrea per intima cognazione unite sono la Caldaica, e la Rabbinica, alle quali farò ora passaggio. Di queste volle mostrarsi benemerito lo Zanolini pubblicandone la grammatica e il Lessico,[70] ma in questi due libri egli non fece quasi altro, che copiare il Buxtorf, di che mi ha fatto accorto il signor Peyron dottissimo professore di lingue orientali nell'Accademia di Torino. In fatti l'ordine, e gli esempj sono gli stessi: nella Prassi Grammatica gli squarci del decalogo ricavati da Onkelos, e da Jonatan, e quelli dello Zoar, e del Sanhedrin sono trascritti dalla Prassi del Buxtorf. Dal suo trattato de abbreviaturis è preso ciò che ivi aggiunge sul Talmud, talchè ne ha copiato fino gli errori tipografici onde alla pagina 105. cita il numero פת dei Chetuvoth invece di פא, perchè si ha così alla pagina 255. del Buxtorf nell'edizione del 1640.[71] Così pure dal Filologo Ebreo del Leusden prese molto di ciò che disse sopra Onkelos. E riguardo alle abbreviature fu sì fedele al Buxtorf, che nè pure vi aggiunse il supplimento unito dal Volfio alla sua Biblioteca Ebraica, nè quelle che Giovanni Enrico Majo diede nel catalogo della Libreria Uffembachiana.[72] Molto certamente aggiugnerebbe il signor de Rossi, se si risolvesse di compiere e di pubblicare la sua opera de studio Rabbinico, la quale in cinque libri parla dell'uso, e dell'utilità di questo studio, del modo di leggere ed intendere gli scritti de' Rabbini, e delle oscure loro frasi ed autori. Nè questa è la sola opera che mostri la profonda dottrina sua nella lingua Rabbinica. Perchè oltre a quelle, che intorno alla Ebraica Storia letteraria ho già indicate, oltre a quelle che essendo stampate in questo secolo[73] non appartengono ai presente mio ragionamento, altre molte ne serba nel tesoro de' suoi manoscritti; che ben si debbono con questo titolo designare, siccome quelli che per la moltitudine sono prodigiosi, e tali debbono essere anche più per la loro profondità. Per esserne convinti basta per una parte percorrerne i titoli nel catalogo delle sue opere inedite, che unito si legge alle memorie della sua vita, e per l'altra parte richiamarsi alla mente la vastità della sua dottrina nelle lingue orientali, e nell'Ebraica massimamente. Nel Rapport historique sur les progrés de l'histoire et de la litterature ancienne depuis 1789. presentato a Buonaparte M. de Sacy (giacchè a lui appartiene la parte relativa alle lingue orientali) ricorda appunto il signor Abate de Rossi, come versato nella lingua Rabbinica, e gli dà per compagno il signor Tichsen Professore a Rostoch. Del secondo egli dice, che frequemment consultè par les tribunaux sur des controverses judiciaires dont la decision exige la connoissance du droit actuel des Juifs, a prouvè par ses consultations imprimèes, qu'aucune question de ce genre ne fui ètoit etrangère. Non negherò al signor Tichsen la lode di uomo versato in questa lingua; ma domando, che questa lode si conceda ancora al signor Malanima chiarissimo Professore di lingue orientali nell'Accademia Pisana, il quale non dai tribunali, ma dagli Ebrei stessi litiganti è stato chiamato a difendere le loro cause giudiciarie; ed ha pubblicati dotti consulti, in cui dimostra quanto profondamente egli conosca il Talmud e gl'interpetri suoi.[74] Oltre a ciò i comenti del Rabbino David Kimchi sopra le profezie d'Isaia trasse dai codici, tradusse, e illustrò dottamente.[75] La stessa lode domando pure, che si conceda all'Ab. Poch Genovese, che nel 1772. scriveva in Roma in lingua Rabbinica una confutazione degli error degli Ebrei,[76] quantunque poi non l'abbia forse condotta a fine, o almeno non l'abbia mandata in luce. Finalmente domando la lode medesima per Biagio Ugolini nominato di sopra, il quale nel tesoro dell'Ebraiche antichità tante prove ci ha date della sua perizia nella lingua Rabbinica, ora illustrando nelle sue dissertazioni gli usi di quella nazione, ora pubblicando e traducendo le opere de' Rabbini, come ho già detto di sopra.
Se questi scrittori fra i Cristiani illustravano così la lingua Rabbinica, ragion voleva, che molto più si adoperassero di coltivarla gli Ebrei, scrivendo in essa sopra ogni argomento. Cominciamo dai Grammatici. Io non ho vedute le Instituzioni Ebraiche di Giuda o Leone Briel primario Rabbino di Mantova, nè so se sieno scritte in Rabbinico, o in Italiano. Ma in Rabbinico scrisse certamente Simone Calimani la sua Grammatica Ebraica, che si legge al principio della Bibbia nell'impression di Venezia del 1739. La volgarizzò poi, e in questa nuova forma la pubblicò colle stampe della stessa città nel 1751. Alla Grammatica doveva poi succedere un lessico Ebraico ed Italiano, che fin da quell'anno aveva cominciato a compilare: ma quantunque lungo tempo vi faticasse non giunse a compirlo. Anche i precetti dell'eloquenza furon dettati in questa lingua per opera di Mosè Chajìm Luzzato che gli stampò in Mantova il 1727. col titolo di Lescòn limudim, cioè lingua dei dotti, indirizzandoli al suo precettore Isaìa Bassani, di cui parlerò altrove.
Fra gli Oratori due soli ne trovo in questo secolo, e sono Biniamino Coèn, e Giacobbe Saravàl: giacchè quantunque Abramo Coèn, di cui farò parola in altro luogo, appartenga a quest'epoca, i suoi ragionamenti però intitolati la gloria de' sapienti, essendo impressi il 1700. appartengono al secolo precedente. Di Biniamino Coèn e del Saravàl abbiamo alcuni ragionamenti morali: ma quelli del secondo principalmente non ottennero molto plauso. Maggior lode riscossero gli Ebrei nella Poesia, o il numero si consideri di quelli, che la coltivarono, o il lor valore. Se fra gli oratori del secolo decimottavo non ho potato annoverare Abramo Coèn,[77] posso almeno collocarlo fra i poeti. Una bella parafrasi de' Salmi abbiamo da lui in varj metri, impressa in Venezia il 1719. col titolo di Cheunàd Avraàm, cioè Sacerdozio d'Abramo, per cui egli si meritò uno de' più onorevoli posti nel Parnasso Rabbinico. Non meno di lui degno è di lode Israele Biniamino Bassani Rabbino di Reggio commendato ugualmente per le sue virtù e per la sua dottrina. Ma le eleganti poesie di questo Rabbino, che gli detter nome d'uno de' poeti migliori della sua età fra gli Ebrei, giacciono qua e là disperse, nè mai raccolte furono unitamente.[78] Si loda altresì una Kinà, o poema lamentevole di Giacobbe Saravàl testè mentovato pel funesto accidente della caduta d'un pavimento, per cui nel 1776. rimasero in Mantova morti ad un tratto e sepolti sessantacinque de' suoi; ed un'altra Kinà di Sansòn Modòn in morte di Giuda o Leone Brièl. Più lunga e difficil fatica intraprese Sabtai Chajìm Marini Medico e Rabbino di Padova, che in altrettante ottave Ebraiche tradusse la versione dell'Anguillara delle Metamorfosi. L'original manoscritto si conserva nell'incomparabile libreria del signor Abate de Rossi col titolo di scirè Hahhaliphòth, cioè Canto delle mutazioni.[79]
Niuno scrittore di storia abbiamo in questo secolo, tranne Chajìm David Azulai, che un'opera di Bibliografia pubblicò in Livorno col titolo di scem haghedolìm, cioè Nomi de' grandi per le prime due parti, e di Vahad lachachamim, o assemblea dei dotti per la terza. Essa è ripiena di ottime e non comuni notizie, essendo egli stato uomo erudito, e possessore di parecchi pregevoli manuscritti. Anche Sabbatai Ambron romano[80] voleva darci una Biblioteca Rabbinica, che superasse quella del Bartolocci; ma, qual che ne sia stata la cagione, la sua opera o non fu per lui condotta a fine, o non ha veduta la luce. Il giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia per opera d'Apostolo Zeno[81] gli attribuisce un'altr'opera intitolata Pancosmosofia, in cui prendeva a investigare quanto appartiene alla scienza della fabbrica dell'universo, e di dare una nuova ipotesi del sistema del mondo. Ivi si dice, ch'essa era sotto il pesatissimo esame de' Revisori. Il Mazzucchelli per un equivoco singolare chiamò pesantissimo quell'esame, e ad esso attribuì il non essere venuta in luce. Ciò è falso. Basta vedere in quel giornale il breve cenno, che se ne dà, per conoscere gli errori, di che era pieno quel libro: onde è da credersi, che niuno stampator di Venezia, dove l'autor si recò per pubblicarlo, fosse così poco avveduto, che stampar lo volesse con proprio sicuro danno. Che che sia di questo, se si considera, che l'opera, e le sue diverse parti sono intitolate con nomi presi dal Greco, si crederà, ch'essa non era scritta in lingua Rabbinica, e che perciò non appartiene alla mia indagin presente.
Non vuolsi dunque annoverare l'Ambron tra' Filosofi, che scrissero in questa lingua; de' quali passando ora a favellare trovo solamente Mosè Chefetz, o Gentili, come lo chiama il Giornale citato,[82] oriundo di Trieste. Egli nel 1710. all'età di cent'anni cominciò a stampare un'opera, che ha per titolo Melechèd machascevèd, opus adinventum, che è quasi un comento filosofico del Pentateuco, cui aggiunse più e diverse dissertazioni su gli attributi di Dio, su gli Angeli, su l'anima umana, sul libero arbitrio, su i premj e le pene della vita avvenire, e su l'anima delle bestie, spargendo ovunque non volgari cognizioni della moderna filosofia.
Ma la parte, in cui più si esercitaron gli Ebrei nel secolo trapassato è quella, che riguarda l'Ebraica Religione. Cominciamo dai critici Comentatori del sacro Testo. Non farò quì parola di quei dotti Rabbini di Mantova, Pisa, e Livorno, che si adoperarono di pubblicare ed emendare la Bibbia del Norzi; perchè di questi ho già favellato di sopra. Chiunque è mezzanamente instruito ne' biblici studj sa, che sia la Masora, e quali difetti essa abbia, colpa de' copisti, ed anche dei suoi primi autori. David Viterbo Mantovano la prese a scopo delle sue fatiche, e sopra essa scrisse e stampò in patria il 1748. l'Em lammasored, cioè Madre della Masora, che essendo dal signor Abate de Rossi riputata utile ai sacri Critici, niuno si vorrà opporre alla sentenza d'un giudice così autorevole. I Treni di Geremia interpetrò Biniamino Coèn con un'opera, che dal lamentevole argomento del testo intitolò Allòn bacuth, quercia del pianto, e con un altro comento illustrò i Pirkè avoth, capitoli de' Padri, cioè quella collezione di sentenze morali degli amichi Rabbini, che porta questo titolo. Emmanuele Riki Rabbino Ferrarese prese ad interpetrare i Salmi con un comento cabalistico, che nel 1742. stampò in Livorno col titolo di Chazè Tziòn, cioè Profeta di Sion, del quale scrittore abbiamo ancora il Moasseh Choscèv, o opera artificiosa, che contiene la descrizione dell'antico Tabernacolo, e venne in luce il 1737. co' torchj d'Amsterdam. Un comento sopra i Salmi aveva compilato anche un altro Rabbino, cioè Giosuè Segre di Vercelli, che non è impresso.[83] Non mai pubblicata parimente, e forse nè pure compita è la dilucidazione dell'Ecclesiaste, che fin dal 1772. preparava Giacobbe Saravàl Rabbino prima in Venezia sua patria, e poi in Mantova. In essa egli si assottigliava di mostrare che la voce Koheleth che porta in fronte questo sacro libro, significa Accademia, e che esso consiste tutto in un dialogo fra diverse persone.[84]
Maggior sollecitudine, come ognuno può agevolmente immaginare, adoperaron gli Ebrei nel combattere la santa Religion nostra, o nel difendere i loro errori contro gli assalti de' nostri Teologi. Prese a guerreggiar questa guerra il Rabbino di Mantova con Giuda Brièl co' suoi Assagoth, o Argomenti contro i racconti degli Apostoli, e contro gli Evangelj. Ma quantunque il titolo sia così generale, l'opera però nel codice del signor de Rossi non parla che dei diciannove primi Capitoli del Vangelo di S. Giovanni.[85] Non so, se altri manuscritti ve ne abbia, che meglio rispondano alle promesse del titolo: ma so per testimonianza del medesimo signor de Rossi, che l'autore mostra un'ignoranza grande della lingua latina, quantunque pretenda di chiamar ad esame parecchi luoghi della traduzione del sacro Testo lasciataci in questa lingua da S. Girolamo. Non minore ignoranza e presunzione ebbe il suo discepolo Giosuè Segre di Vercelli, Rabbino di Scandiano, che nell'arringo medesimo volle entrare coll'Ascàm talui, o vogliam dire peccato del dubbio.[86] Non contro i nostri, ma sì contro gl'increduli difese l'Ebraiche dottrine, e le sentenze degli Ebrei Dottori Aviad Basilea Rabbino di Mantova stampando in patria il 1730. il suo Emunàd chachamim, cioè la Fede de' Sapienti. Un'opera liturgica altresì egli compose, facendo l'apologia del rito ebraico della Pasqua contro il P. Carlo da Crevalcore: ma il modo, con che ne parla il signor de Rossi, mi fa credere, che essa sia scritta in Italiano.[87] In Ebraico bensì Isacco Lampronti Medico e primario Rabbino di Ferrara scrisse un amplissimo Dizionario su i riti tutti quanti della sua nazione in parecchi volumi in foglio, i quali non oltrepassano la lettera Teth. A queste voglionsi aggiugnere le Tephiloth, cioè uno dei libri di preghiere usate dagli Ebrei, che Mardocheo Ventura tradusse in Francese, e stampò in Nizza il 1772.