Se poi dalle leggi, che riguardano i sacri riti facciam passaggio alle altre ci si presentano in prima i Consulti legali e dommatici d'Isaia Bassani Rabbino di Reggio, che formano la seconda parte dei Todàd scelamìm impressi in Venezia il 1741. Ed a questo scrittore voglionsi unire eziandio Giuda o Leone Briel, che ho nominato fra i grammatici, e Sansone Morpurgo Medico e Rabbino in Ancona, i quali ottennero in questo genere molta lode. I Consulti legali del primo sparsi si leggono in varj libri, e quelli del secondo vider la luce in Venezia il 1743. col titolo di Scemèsc tzedakà, cioè Sole di giustizia per opera del figlio, che gl'illustrò con parecchie annotazioni. Nè questa è la sola opera, che abbia meritato plauso a Sansone: ma fin dal 1704. egli aveva stampato un comento del Bechinàd olàm da lui chiamato Etz adahad, o albero della scienza, il quale come avverte il signor de Rossi si annovera fra i comenti migliori di questa celebre opera morale.
Fra gl'Italiani finalmente non per nascita, ma per lungo domicilio, si può annoverare Zelig figlio d'Isacco chiamato Margalioth, che il 1715. stampò in Venezia una raccolta di sue osservazioni su varj trattati Talmudici. Ma già abbastanza, e forse ancor troppo a lungo mi son trattenuto tessendo questa nojosa serie di nomi, ed è ormai tempo di percorrere un più vasto campo, e meno ingrato.
Della lingua greca.
Grammatici.
CAPO VII.
La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine all'Ebraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due, che da lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso, che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini all'Ebraica, le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che fo quasi a me stesso un rimprovero d'aver fin quì differito a farne parola. Che la lingua Greca nasca dall'Ebraica, come ho detto, è per mio avviso opinione sicura, cui l'abuso delle etimologie fatto da alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per titolo: Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani Coleti. 1764. in 8. Esamina egli in primo luogo la quistione già da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio discorso è la derivazione della lingua Greca dall'Ebraica. Egli la prova principalmente coll'addurre oltre a quattrocento parole Greche simili di suono ad altrettante Ebraiche d'uguale o affine significato; e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88] sommi Grecisti condannano altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci d'arti, erbe, piante, che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre così solenni maestri; ma da una parte l'indole del mio ragionamento mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per l'altra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento è contrario ancora il Fischer,[89] sommo Grecista egli pure. Essi vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier dovessero le voci più semplici,[90] e che perciò i verbi radicali fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91] Ma per ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili all'Ebraiche, ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era l'Ebraica, o affine all'Ebraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce d'una lingua con quelle d'un altra non è un sicuro indizio, che le une provengano dall'altre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra probabile, che una lingua provenga dall'altra, allora non posso non riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.
Ma torniamo all'opera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse, che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli d'esser da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj. Ατη noxa, peccatum, ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verbo ἀτάω noceo vengono da ἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraico חטה, che significa peccavit, peccatum, peccator secondo i diversi punti, e nella conjugazione Hiphil החטיא, peccare fecit, ad peccandum induxit. Vedo che Arabo, come in Siriaco חטה significano pure peccavit. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, coll'Ebraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere che ne provenga ἂτω co' suoi derivati ἀὰτω, ἂτη, ec.? Manca in Greco l'aspirazione, che si vede in quell'altre lingue; ma è probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesse Ϝατη col digamma Eolico. So che l'Heyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92] Ma egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora non ostante l'alta venerazione, che io ho per un uomo così grande, credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) l'escludono da alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio d'Alicarnasso l'avevano.[93] Che ἂτω, ed ἂτη avessero digamma lo mostra la parola ἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94] e sono d'avviso, che lo mostri il verbo ἀπατάω co' suoi derivati, il quale a me pare che venga da ἀτω, ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora un'idea di moto, onde l'Erpenio[95] lo traduce lapsus est che vuol dire ugualmente cadde, e cadde in qualche fallo; il qual significato pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse l'aveva il Greco, che nell'attivo si potrebbe tradurre fo cadere altri in qualche fallo, o in qualche sventura, cioè nuoccio, e quindi nel medio cado in qualche fallo, o sventura. Αασάμην.... περιέπεσον (ἄτη) dice Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nell'opera del P. Ogerio. Lo Scheid[96] porta opinione che il pronome ἑγώ anticamente si dicesse ἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dall'Ebraico אני. Ma lasciando star questo, almeno il duale νώϊ, nos viene da אנו. Τὺ conservato nel dialetto Dorico, e nel latino tu era probabilmente il vero pronome antico, e pare derivato da אתה. Il pronome della terza persona ὁὖ, οὶ, ἓ anticamente aveva per Nominativo ὶ,[97] che aver dee la stessa origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come l'Aleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio esemplare fino dal primo momento, che l'ebbi in dono dall'umanissimo e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno gravissimo de' buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai volte verbi, ch'essa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle forzatamente, mentre derivar si possono dall'Ebraica con certa naturale spontaneità, che concilia persuasione. All'Ebraica ho unita l'Araba, e la Siriaca non per fare vana pompa d'un'erudizion, che non ho, ma perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle principalmente, che egli trae da' futuri Ebraici. Essi hanno le lettere dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali non possono far parte dei derivati.
Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua, che nel Greco, e nell'Ebraico s'incontrano ugualmente, e la somiglianza del nome e della figura delle lettere dell'Alfabeto. Ma riguardo alle proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha trascurate, come l'uso del verbo medio nel Greco, il quale suole esprimere in qualche modo il ritorno dell'azione nell'agente, il che spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dell'Ebraico; oltre a molti idiotismi, per cui i sacri scrittori del nuovo Testamento sovente sono contro ragione accusati d'Ebraismo, quando que' modi di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.
Dell'etimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione della lingua Latina dall'Ebraica, registrando molte voci, che sono simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione) d'annoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempio aratrum, arceo, aspis, astrum, asylum, aula ec. Queste tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco, ma non così direttamente: per esempio aestas da αἲθω, preterito perfetto passivo ῂςαι, albus da ἀλφὸς, annus da ἓνος onde ἓννος, vetus, ec. Si debbon toglier le parole introdotte ne' bassi tempi, come abbas, cabala, celtis, cherubim, cifra ec. ed i termini d'arti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili all'Ebraiche, ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire l'antichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98] laonde se la lingua Greca aveva molte parole simili῁ all'Ebraiche debbono esserne restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dell'appendice dell'opera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana. Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo indicate per la latina ne resta così scarso numero, che vuolsi disprezzare.[99]
Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a quest'opera, ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei intitolata, litterarum Graecarum potestas et affectiones, che si vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel catalogo delle sue opere affidato all'asserzione del P. Reiffemberg, ma confessa di non averla veduta. Io nè pur l'ho veduta, e non trovandola nell'edizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.
La lingua Greca ne' primi suoi elementi presenta quistioni difficili ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede d'aver ragione, e chiama ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due parti Greci moderni, ed Erasmiani. La questione fu a lungo discussa ne' secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P. Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei Greci moderni;[100] al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101] replicò il Piacentini[102] e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quell'Isola.[103] La loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104] Al contrario nella Storia Letteraria d'Italia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge un bell'estratto dell'opera del Velasti, che credo esser fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi) di quell'autore. Il Velasti è a parer mio il miglior difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri poi per molti anni l'ha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105] Egli però, e molto più il Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che l'Η si pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio avviso l'osservazione, che anticamente la lettera Ε serviva ugualmente per l'E breve, e per quella vocale, che poi fu espressa coll'Η. Or se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà cambiato finalmente in I. L'altro esempio, che mi piace di portare spetta all'uso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la quantità delle sillabe. E' certo che gli antichi pronunziando avevano riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. E' certo altresì, che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce per l'acuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel circonflesso. Nè questa è una congettura d'Erasmo, o de' suoi seguaci, ma un insegnamento di Porfirio, e d'altri antichi.[106] Pare ciò impossibile ai seguaci de' Greci moderni, perchè quest'alternativa di varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica: convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri con lui.[107] Or questo alzamento e abbassamento di voce non s'insegna dai citati scrittori, i quali tutti gli accenti esprimono nel modo stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi l'ultimo vuole, che dalla varia collocazione degli accenti provenga l'armonia nella Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che Aristotele, Dionisio d'Alicarnasso, e Longino[108] fanno consistere l'armonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo l'esaminare, se alcuna cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria causa; perchè niuno m'è avvenuto di trovarne fra gl'Italiani nel secolo decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.