Giovanni, al racconto di lui, teneva il volto accigliato e severo in modo che, battendogli il raggio della luna in fronte, fealo assomigliare a quelle facce di bronzo delle statue di qualche antico guerriero. Fiero e nemico a chiunque si mostrasse avverso alle cose sue e vi s'immischiasse dentro per dar loro un altro corso, gridò:
—E qual diritto aveva colui di quasi rapirmi la sorella, di obbligare a disobbedirmi la donna che dev'essere mia per sempre?
—Il diritto dell'amore, replicò il negro; il vecchio frate vi ha dato la più gran prova di affetto che mai potesse darvi; e se io non veniva, e se invece coloro che amate fossero stati con voi, che sarebbe e di voi e di loro?—
Il fiero Giovanni tacque, esso era calmato; alla sua calma contribuì più certamente l'assicurazione che i suoi diletti non si erano macchiati di tradimento di quello che l'idea di esser salvo ed eglino ed esso. Continuò:
—E chi mai, dimmi, rivelò il segreto delle catacombe?
—Per quanto credo, uno dei vostri complici.
—Sia in eterno maledetto! (indi traendo un pugnale) chiunque sia, morirà.—
I nostri lettori avranno veduto che non era destino di Giovanni il macchiarsi di sangue. Topo doveva morire per altre mani.
Il colloquio del negro col suo padrone non durò oltre, perchè quest'ultimo, bruscamente alzandosi, gli aveva detto:
—Questo padre Gonsalvo, quest'uomo singolare che, dopo avermi tenuto bambino, come mi narri, sulle ginocchia, viene dopo venti anni a occuparsi nuovamente delle cose mie, dove trovasi egli?