Sul mare.

Due mesi dopo la perigliosa risoluzione della Rosina, una nave veliera e di bandiera inglese solcava l'oceano. Marinari e soldati l'occupavano; imperocchè fosse armata da guerra ed appartenesse ad una squadra di crociera. La nave per bizzarra combinazione chiamavasi Rosina. Era una fregata che, per la struttura della sua chiglia, la leggerezza delle sue vele, la squisitezza del suo armamento, incantava a vederla. Essa procedeva maestosa sulle onde come un padrone pettoruto sul suo podere. Nessun passeggero si trovava posto in quel legno, imperocchè mercantile non fosse; eppure su quella fregata Rosina si trovava Rosina nostra insieme con colui dal quale ella ormai più esser non poteva disgiunta.

Rosina e Giovanni si erano ritrovati e ritrovati per non più lasciarsi; ritrovati per amarsi, per dirselo, per soccorrersi. Sono eglino sposi? Lo sapremo, ma fino a che venga il tempo di saperlo non giudichiamo male dell'eroina del nostro romanzo; la sua purezza le dee servire di scudo contro qualunque sinistro pensare. Chi può dire a qual punto non possano elleno far giungere impreviste circostanze? D'altronde il mio racconto non è finito, ed io non voglio precipitarlo. Se il modo di narrare così bizzarro, così a salti, che tiene del misterioso, non piace al lettore, chiuda il libro, che è padrone; se poi vuol continuare, noi ne saremo contenti, perchè alla fin fine terminerà, e saremo sodisfatti maggiormente, io d'avere scritto, egli d'aver letto.

La nave solca l'oceano. È una sera dolcissima; un lieve venticello increspa le onde e tiene la fregata come in panna. L'equipaggio (meno coloro che erano di guardia, militari e marinai) è al riposo. Nella camera del capitano si mirava una lampada sospesa al soffitto di legno di abete, ondeggiante in una custodia di cristallo, la quale rischiarava la stanza che eleganti mobili guarnivano. Presso un letto incavato nel vano dell'intavolato delle pareti stava collocato un canapè ricoperto di velluto, sul quale una leggiadra damina vestita di amaranto, i cui piedini parevano appena toccare il tappeto del pavimento, i cui capelli negligentemente annodati cadevanle sulle spalle alabastrine, il cui volto era di una espressione angelica, stavasene assisa mollemente. Sebbene una specie di mestizia si vedesse su quel volto, d'altronde un fino conoscitore del cuore di una donna avrebbe scorto sui tratti di quel bel viso che se esso non era quello di una persona tranquilla, era almeno quello di persona che dopo lungo volger di procellosi affetti aveva ricovrato la calma.

Dirimpetto alla damina, sopra di un carro di cannone, il quale con una parte del fusto di lucido bronzo faceva un bizzarro contrasto coll'assetto gentile di quella stanza, sedeva un giovane la cui faccia esprimeva l'uomo che in mezzo al contento ha un qualche segreto affanno che lo divora. Ben si scorgea sui lineamenti di quel volto caratteristico che un'anima bollente si celava in quel frate. Chi è mai costui che vestito alla marinaresca tiene alla cintura due pistole ed un pugnale? Costui è il capitano della fregata o, se non vi basta, è il già chiamato Caprone, il cospiratore Giovanni.

I lettori crederanno che la donzella testè accennata sia Rosina, ma io debbo trarle d'inganno, rispondendo essere invece Angiolina.

Angiolina! sento dirmi, chi è costei? come entra adesso nel romanzo? costei, replico io, è la figlia del popolo, bella, interessante, sventurata; poteva io negarle il posto in queste pagine? Vi ricorderete che io poco fa vi narrava come Rosina, tratta misteriosamente dall'incognito della carrozza in quella casa anco più misteriosa, aveva veduto una specie di processione passare presso il suo letto, accompagnante una fanciulla estinta in un feretro. Or bene quella fanciulla è precisamente Angiolina, la quale stassi nel salotto del capitano in molta intrinsichezza con lui. Ma guardate di non far giudizi temerari; il cuore di Giovanni appartiene a Rosina, nè fia che il perda. Angiolina è però l'amica di ambedue ed insieme con essi viaggiava verso il nuovo continente. Vi ho detto esser Angiolina la figlia del popolo, esser bella e quasi quasi una morta risuscitata. Tali notizie hanno certo provocato la vostra curiosità, ed io sono a sodisfarla; tanto più che mi occorre svelarvi chi fosse l'incognito della carrozza e qualche altra cosa di più.

Il misterioso incognito della vettura altri non era se non se il buon padre Gonsalvo, il quale, reduce da Pisa, dopo avere, come sappiamo, inviato il negro alle catacombe, aveva divisato passare la notte come in sentinella dirimpetto all'abitazione de' suoi protetti e sorvegliare ai loro andamenti; ma, pensando come il cacciarsi ritto come un palo laggiù avrebbe destato dei sospetti, pensò provvedersi di una vettura, sempre utile in qualsivoglia emergente; ed infatti acconciatosi col vettore Nardellino*, gli aveva ingiunto di piantarsi là nella via grande col suo legno, di non muoversi senza suo cenno, ed egli stesso il buon frate si era appiattato in fondo alla carrozza, ansioso di veder terminare quella notte senza alcuno di quegli avvenimenti sinistri che ahi! pur troppo il cuore predicevagli. Di fondo al mobile suo nascondiglio aveva veduto uscire dalla casa Guglielmi il signor Basilio fino dalle prime ore della sera e di poi ritornarvi, aveva veduto i soldati ed il commissario introdursi in quella casa ed uscirne avanti la mezzanotte recando agli arresti il giovane Alfredo; del che il buon monaco aveva provato indicibile cordoglio, persuadendosi sempre più che quel biasciapaternostri del signor Basilio, Giuda novello, era il tarlo micidiale che rodeva la famiglia Guglielmi. In mezzo al suo dolore peraltro pensò come Alfredo, non anche compromesso, minor danno avria risentito da quell'arresto che dal girne alle catacombe, e si proponeva il dimani di adoprarsi a pro del giovane con ogni mezzo migliore. Tutte le sue premure si volsero allora a Rosina. Il monaco era vecchio e furbo, nè stentò a credere come, rimaste le due donne in casa in balía di quel mostro, certamente avrebbero corso il maggior dei perigli: pensò allora di non frammettere indugio nell'introdursi egli stesso in casa della vedova, starvi ostinatamente fino a che vi avesse dimorato colui, sperando che il dimani gli permettesse far qualche cosa di più. Stava già per eseguire tal divisamento quando, veduta aprire pian piano la finestra del salotto della casa dei suoi protetti, vide qualche cosa di bianco agitarsi per l'aere e cadere al basso. Gli occhi del frate si velarono per il dolore. Temette il suicidio di Rosina, ma scôrto essersi ella prodigiosamente salvata dalla rischiosa caduta, e vedutala fuggire, pensò volesse irne alle catacombe; onde, fatta muovere sulle tracce di lei la vettura, in un attimo raggiuntala, la tolse seco e posesi a far correre la vettura stessa per la città sepolta nelle tenebre, senza decidersi a nulla, purchè potesse evitare le ricerche e per aver modo durante quel tragitto di pensare al luogo ove condur la fanciulla, onde poi rimanere libero di sventare le trame dell'impostore Basilio. Pensò che non senza grave motivo la fanciulla sarebbesi esposta al periglioso passo: e tanto bastò per fargli respingere la prima idea che gli era venuta in mente, quella cioè di ricondurre la Rosina alla casa materna. Mentre mulinava cento pensieri nella sua testa, si ricordò come nella piazza dell'erbe abitasse una donna sua penitente, la quale avrebbe potuto assumere la custodia della giovane senza obbligarlo a palesare il segreto. Certo di riuscire, fece trottare la vettura in quel luogo verso la casipola della donna. Giunto alla porta di quella, fatto bussare, scese infatti una persona che raccolse e seco trasse la giovane. Ciò eseguito, il buon Gonsalvo si sentì come sgravato d'un gran pensiero, applaudendosi d'aver fatto bene; ma sventuratamente questa volta il religioso avea sbagliato. La donna che aveva ricevuto la Rosina non era l'erbaiola, ma tutt'altra. Costei aveva segretamente aperta quella casa ad equivoche conversazioni. L'avvicinarsi di notte di una vettura la quale contenesse una fanciulla, o rapita o consenziente, per riceverla in quelle mura non le era cosa nuova; cosicchè, senza far motto, prese la misera Rosina svenuta, la quale credette ricevere dalle mani di un amante, non avendo nel buio e nella fretta osservato all'abito ed alla fisionomia del frate. Collocata in letto la giovane, le apprestò dei soccorsi, siccome noi vedemmo, onde rinvenisse, attendendo poi che il conduttore di lei tornasse a trovarla dando a lei buona mancia per il favore ricevuto. Nè faccia specie il silenzio di quella megera e della giovane sua compagna se non risposero alle dimande della Rosina; questo era il loro costume colle persone arrivate di fresco, fino a che non sapessero con chi avevano a trattare; non faccia meraviglia se esse stavano in orazione, perchè quelle anime turpi non rispettavano neppur la Divinità e, per avvolgere agli occhi delle infelici che capitavano in quelle nefande mura una benda che celasse la turpitudine della casa, erano solite far pratiche esterne di religione, e così appunto facevano mentre Rosina stavasi languente in quel letto. Povera Rosina! Oh come avrebbe palpitato di orrore se avesse saputo in qual nefando luogo si ritrovava! Nè avrebbe, crediamo, esitato un momento a cacciarsi dal balcone con certezza di perdere la vita, anzichè restare un istante di più in quell'orribile albergo.

* Padrone di vetture a quell'epoca.

Dal dialogo che andiamo a riferire, il quale ebbe luogo in un momento in cui la sventurata Rosina era immersa in profondo letargo, apprenderanno i lettori di che tempra fossero le anime nere delle due donne che circondavano il letto della sventurata. Una di esse, cioè la padrona di casa, che era quella la quale aveva ricevuta nelle braccia Rosina, si dicea per sopranome Vascello; l'altra era una fanciulla bellissima immersa nel vizio, sopranominata Catraia.