Vas. I birri qua non ci vengono.

Cat. Li chiamerò io: dimani faremo i conti; non ne vo' più. Io lavoro, e tu ti mangi i miei guadagni; io lavoro, e tu t'intaschi i quattrini che ti danno i miei avventori.

Vas. Spilorcia! e hai il coraggio di rinfacciarmi? Chi ti raccolse di sulla paglia? chi ti pulì dal fastidio se non io? Tu fai una vita da signora, io ti do da mangiare, da bere, da fumare, ti pago il mercante, la modista; e tu ti lamenti! qua, meno smorfie, dammi l'orecchino e finiscila.

Cat. Animo via, non vi corrucciate, eccolo qua (leva l'orecchino di tasca e guardandolo esclama). Caspita! non mi par compagno, la piccina gli aveva accompagnati.—

Vascello trasse dalla tasca l'altro orecchino, come per confrontarlo, ma la furba Catraia, dato uno slancio, addentò il braccio di Vascello su cui impresse un terribile morso; il dolore fece sì che le cadesse il gioiello, il quale la donzella destramente raccolse involandosi e, recatasi alla propria camera, li ripose ambedue in un cassetto, che serrò, ponendosi la chiave in tasca.

Vascello era per correrle dietro, ma se ne astenne, pensando che, attesa la sua pinguedine, invano avrebbe potuto raggiungere quella specie di folletto. D'altronde stimò opportuno non lasciare la camera di Rosina e borbottò fra sè: Maledetta Catraia, ti colga il fulmine; ma te la farò scontare: da qui avanti se Bruto o Catone vuol vederla questa briccona, mi rifarò: civetta monella! ti sequestrerò le mance degli ospiti a nolo che ti porta Narciso; è un gran diavolo.

La Catraia ritornata, aveva un riso beffardo da disgradarne Lucifero.

Cat. Orsù non farmi la conia, o Vascello.

Vas. Ti leverò di torno.

Cat. Pagami e poi me ne anderò; o che credi di essere sola al mondo? Pel diavolo! le tue pari non mancano (susurrò un cognome).