—Viva l'Inghilterra! E con pazza gioia scagliata la boccia nel muro, la fece in tritoli; poi guardando Rosina che non dava segni di vita:
Ma che sia morta? (ed accostatasi al letto dell'inferma, sollevò le coltri). Ci è anche il vezzo, esclamò; e scioltolo dal collo dell'infelice, se lo pose in tasca colla velocità propria di un gatto nell'afferrare un salsicciuolo. Avrà anche la borsa dei quattrini, disse poi; una volta che si tocca questo luogo, bisogna abbandonare ogni cosa che venga di fuori.—
Ciò dicendo si accostò a una sedia ove stavano le vesti della Rosina.
—Oh! questa volta puoi stringere il vento, esclamò Vascello ridendo.
—Brava mamma, soggiunse Catraia, me l'hai fatta, non sono più a tempo: ma pazienza! si ha da campar tutti.—
Rosina, scossasi dal suo letargo, pronunziò quelle parole: Ove son'io? da noi riferite nel precedente capitolo, a cui poco dopo le donne che or conosciamo risposero salmeggiando il latino che non intendevano, e non andò guari che entrò nella stanza il funebre corteggio da noi accennato e di cui tanto si spaventò la misera fanciulla. Ma come mai, mi direte, un sacerdote cogli abiti di funzione a quell'ora, in quel luogo infame?
Eh! miei cari, sappiate che quell'uomo, sotto le vesti più venerande, altro non era che quel Catone, giovane scapigliato, che voi vedeste nel primo capitolo di quest'istoria nell'osteria dei Tre Mori.
Costui era un ateo, uno di quei giovani sconsigliati che, per aver letto nei frontespizi di molti libri, credono di saper tutto, di poter censurar tutto; ed era ateo perchè l'ateismo era di moda e si faceva consistere la sapienza nell'incredulità, mentre che l'incredulità è anzi indizio d'ignoranza. Egli si piccava di essere incredulo, irreligioso, gozzovigliatore, libertino, appunto perchè volea passare per elegante; ed appunto onde dar pascolo alle sue frenetiche tendenze, si era associato ai cospiratori nella speranza che un rovescio di ordine sociale potesse affrancarlo dai ceppi da cui gli parea d'essere stretto in forza delle leggi religiose e civili. Figlio di un onesto negoziante, disertava il banco per frequentare i bagordi, amava le sgualdrine più che le merci, il danaro dei settari anzichè il peculio paterno; e la vita di ozio che teneva si persuadeva esser quella degna del suo grado, credendo coprire le proprie nefandità colla divisa dell'amor patrio. Così pur troppo hanno sempre pensato i facinorosi sovvertitori dell'ordine pubblico da Catilina fino ai moderni Bruti e Catoni. Intanto il nostro personaggio non era andato alle catacombe, sebbene vi fosse, come sappiamo, invitato; il perchè è facile imaginarlo. Egli era un di coloro che ostentano gran coraggio ed hanno in cuore una gran paura. All'avvicinarsi dell'ora fatale, Catone, seguendo l'antico dettato «rumores fuge», se l'era battuta, sperando di trovare una scusa ai compagni di congiura, e per tempo introdottosi nella casa di Vascello, aveva incominciato a bere ed era già ubriaco in una delle stanze recondite di quella casa infame. Sedutosi a tavola insieme con altri degni di tal compagnia, con la Catraia, la Cleofe, la Pisellina ed alcune altre di quel convitto, era giunto a quello stato di ebrietà che, lungi dall'indebolire, rende diabolicamente energici e pronti al mal fare. Il perverso giovane, sul finire del pasto, aveva scommesso di levare la ganza ad un garzone di caffettiere per nome Roberto, e questi dal canto suo giurando rifarsi a spese di Catone, erano venuti alle mani, e già da qualche tempo aspramente percuotevansi fra le risate e lo schiamazzio di quelle perdute creature, le quali gl'incitavano a proseguire ed a tirarsi bicchieri, bottiglie ed altri utensili. Sporchi di vino e sangue, alla fine si erano alzati per invocare l'aiuto delle amanti e dei commensali; cosicchè era per divenir generale la pugna. Invano mamma Vascello era accorsa a sedare la lite, chè aveva dovuto ritirarsi al primo urlaccio e alla minaccia di romperle il capo a furia di bicchieri.
La scena avea luogo in una stanza a vôlta ad uso di cantina e profondissima, per modo che al di fuori appena poteva sentirsi quello strepito, e se pure intronava qualche orecchia, non era nuovo che simil frastuono si partisse da quel lupanare.
Siccome io vi diceva, la rissa di Roberto e di Catone incominciava a farsi seria quando questa cessò a causa dell'arrivo di un nostro personaggio. Entrò Narciso tutto attillato, profumato e lindo, sebbene il suo abito ed il suo cappello avessero per il lungo esercizio della spazzola perduta ogni ombra di pelo; costui aveva al solito le mani piene di anelli, un gran spillo falso appuntato al cravattone di raso, con una gran catena d'oro falso al collo ed orologio dell'istesso metallo, con guanti di pelle gialla alle mani; ei s'era fatto in mezzo ai combattenti cavallerescamente esclamando: