—Ci mancò poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello più che d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perchè, a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che sonno! bisognò chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia, nelle scarpe; parevo un migliaccio.

—Dovevi esser bello, Topo!

—Son cose strane, o camberati; ma già toccò a me: dunque mi rizzai e, siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di pantaloni di pilord, una giacchetta di satiné e una camicia colla trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale?

—Sì che lo cognosciamo.

—Quando mi visitò, «Oh che hai fatto, Topo? mi disse, è un affaraccio.» È una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, «Bada di non ber vino, mi disse.» Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei Tre Mori a bere un par di fiaschi di verdèa, che è vino da donne. Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo più di niente e andai a portare le balle di baccalà a Ilsmit.

—E la moglie?

—La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant'è, le voleva far fare il tuffo.

—E poi?

—E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma lì nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel signore?

—Chi era?