—Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestirò, ti darò da mangiare e dei bocconi buoni, sai? E così dicendo le faceva delle carezze.

La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina, la trasse nella sua spelonca.

Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse concesso alla penna di fermarsi.

Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahimè! in quali circostanze! Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per più giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perchè, una volta che la fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la autorità, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo con orrore) perchè, vedendo come dalla tenera età si sviluppassero in Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah! diceva fra sè, tal madre, tal figlia; avrò un nuovo podere per la mia tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita. Allorchè seppe come l'Angiolina era giunta all'età di piacere altrui, non esitò l'infame ad affacciare le pretensioni di paternità su colei che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura.

Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era necessario l'uno per non perdere sul più bello il frutto che sperava ritrarre dall'Angiolina.

Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo i più conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa di un Dio! All'età di quindici anni credeva che al piacere fossero consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicità per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e senza tema, perchè il tempo passa e presto, e questo essere il nemico dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua gioventù, con questa educazione, come ognun pensa, si slanciò nella carriera voluttuosa, di cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dirò dall'infanzia (perchè la condotta della moglie di Topo non poteva gran che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone, ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di rispetto alle proprietà, ella aveva (così consigliandola la sua institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo aveva comandato; e così, sua mercè, le cassette della Vascello erano ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per lei, una volta, côlta in fallo dagli agenti della polizia per un fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni! Colà trovò gente non dissimile da quella con cui era solita conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non capì nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata, sentì il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel dì in poi, per le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle più rubare, dicendo che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia.

In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso.

Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava nella casa di Vascello più come serva che come convittrice, e ciò perchè da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto lusinghieri. Ah! sì, infelice! era Iddio che volea toglierla all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla Vascello, odiosa perchè il suo improvviso ritegno le aveva tolto il lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,—Ebbene, le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.—E la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le compagne di una volta l'odiavano perchè ricusava di stare con loro in quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco ai salotti coi canapè e coi sofà a molla coperti di moire o raso amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando.

Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perchè pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva schivarne l'impuro contatto. Per lei non più grazie, non più bellezza, non più piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perchè; quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre. Ma dove andare? Una volta che capitato era colà Topo, si azzardò a parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva detto:—Non ho casa…. sto all'osteria,—e se n'era andato. Ma qual causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla?

Ve lo dirò.