Il padre Gonsalvo partì e di lui appena qualche volta giunser lettere dall'Indostan alla Rosina ed a Giovanni. Il caldo clima, l'abbandono delle antiche abitudini avevano così affievolito quel grand'uomo che i suoi amici avrebbero penato a riconoscerlo.

Il signor Basilio non erasi altrimenti dato al chiostro; ei si era fatto pregare, scongiurare di restare al secolo, ed acconsentì alle generali preghiere. Eh! un tant'uomo non poteva lasciarsi nel segreto della cella; di lui aveva bisogno il mondo, ed al mondo resti.

All'epoca in cui trovasi il nostro racconto, cioè nel 1836, in Livorno più non parlavasi della signora Guglielmi e dei già narrati avvenimenti. Nuovi fatti tocca la nostra istoria, nuovi fatti i quali non vanno disgiunti dai narrati; e di vero, se non fosse ciò, il libro sarebbe terminato, ed altro nuovo ne comincerebbe.

Prima peraltro di trasportare il nostro lettore sopra scena europea, non posso del tutto staccarlo dall'America, ed è qui che con esso mi soffermo nel palazzo del nostro governatore.

Era un bel giorno di state nel 1836. Sul declinare quel dì era stato limpidissimo oltre l'usato, ed il clima tutto fuoco veniva rattemprato da fresco venticello marino; una festicciuola domestica aveva avuto luogo in quel giorno, ed in essa si erano moltissimo rallegrati danzando coi negri Antonio, il giovinetto Carlo e la vaghissima Ofelia, tutti e tre figli di Giovanni e di Rosina. Sotto le benefiche ombre dei banani e dei cocchi, nel parco del palazzo, aveva avuto luogo la danza. Quando il sole si avvicinò all'occaso una frugale refezione era stata imbandita ai danzatori sull'erba fiorita. Mille augelli di variopinte piume facevano risuonare l'aura di melodiosi concenti. Sotto un padiglione di verzura stavano assisi il governatore e Rosina col ciglio umido per pianto di tenerezza nel mirare tanto allegri i teneri figliuoletti; e la stessa eternamente malinconica Angiolina si era quasi lasciata abbandonare dalle tetraggini, a quelle amabili scene. Dalle vicine boscaglie ad un tratto si era udito il suono flebilissimo di un liuto ed una voce di donna soavissima aveva intonato la seguente patetica canzone:

Per il mondo vanno errando
Madre e figlio abbandonati,
Nulla, ahi! nulla omai sperando
Fuorchè sterile pietà.

Nelle membra di Rosina corse un brivido di tenerezza: essa ricordava il sogno fatto a Malta tanti anni addietro; la canzone era italiana, italiana la musica. Giovanni pure sembrò altamente commosso. Il canto proseguiva:

Madre sono e son fanciulla,
Ed il figlio, ahimè! non ha
Genitore: ah! dalla culla
Chi sia il padre, ah! no non sa.

—Quali parole! senti tu, mio Giovanni?

—Il mondo è pieno di sfortunati, rispose questi, ed alzatosi accennò verso donde veniva la patetica voce dal bosco.