La giovane, dando in un dirotto pianto per l'eccesso della gioia, svenne nelle braccia di Rosina.
Il figlio, in vedendo le donne in quello stato, scioltosi dal cerchio dei festeggianti giovanetti, si slanciò presso la madre e, piegato un ginocchio, le prese una mano, che scaldò col fiato. Vi fu un quadro degno del più celebre pennello.
Giovanni, avvisato dall'Angiolina e dalle grida di gioia della moglie, accorse sul luogo: e per la prima volta da quel ciglio di ferro uscirono due calde lacrime di commozione. Egli abbracciava la perduta sorella.
Quali vicende avesse fino a questo punto patite la infelice lo vedremo nel capitolo seguente.
CAPITOLO XVIII.
Lazzeretto.
La vecchia Europa, già tribolata per torbidi avvenimenti, doveva divenirlo più ancora per malattia contagiosa e mortale. Grandi mutamenti politici nella Francia, ove, in mezzo a rivi di sangue cittadino, Parigi, scacciato il rampollo del buon re Luigi, accoglieva Filippo per arbitro dei suoi destini nella estate del 1830; e nella primavera del vegnente si erano rianimate le speranze di quei carbonari che, a malgrado della contrarietà degli eventi, non cessarono in seguito anco da lungi di fomentare il fuoco della ribellione. Dal colmo degli onori e delle agiatezze, Giovanni, cui stava sempre fisso in cuore il pensiero di novità nel terreno natío, se non colla persona aveva con scritti ed oro sovvenuto alle imprese degli antichi compagni, favorito speculazioni rischiose, spedite armi in segreto. Come poteva egli farlo senza rischio? questo è problema.
Alfredo poi, militante per la repubblica di Colombia, al primo annunzio di mutamenti europei si era spiccato dal continente americano onde soccorrere l'impresa col senno e col braccio valoroso.
Ma anche questa volta i disegni di novità andarono falliti. Nuovo sangue grondò dai patiboli. Vi furono emigrazioni, prigionie ed esigli, e l'antico statu quo resse intrepido alla procella progressista. Ma, come sì dura traversia poco fosse alle sciagure dei popoli, un morbo pestifero movendo gigante pel Tibet dalla China, passato il Volga e gli Urali, infestata Russia, Polonia, Germania, Inghilterra e Francia, alla perfine attraversò le Alpi venne a piombare sul nostro paese. Volgeva l'anno 1835, Livorno non fu l'ultima ad esserne afflitta; ed avvegnachè lo squallore, il dolore, la miseria che vi recò un nemico sì distruttore non sia stato estraneo a sollevare altro lembo del velo che copriva i misteri di quella popolosa città, è duopo che i nostri lettori dalle amabili e toccanti scene del ritrovo di Esmeralda, retrocedendo col tempo, ci seguano fra i malati, i morti, i carrettoni e la compagnia della Misericordia di quella città, da cui prese le mosse il nostro racconto. Volgevano gli ultimi di luglio. Ad estate fresca ed umida erano successi giorni di un'afa terribile ed opprimente. Un languore in tutte le membra tribolava giovani e vecchi, una malinconia regnava su tutti i volti; il brio da cui è accompagnato il franco e leale carattere del Livornese pareva intorpidito o perduto; intanto una insolita mortalità incominciò a dare nell'occhio ed in specie in certe contrade popolose e sudicie. Nel quartiere della Venezia nuova, ove noi vedemmo l'osteria dei Tre Mori, nelle vie di San Giovanni e di Pescheria, di Sant'Anna, di Crocetta, si videro ad un tempo attaccate varie persone da certa malattia della quale sul principio o non si sapeva o non si voleva dire il nome. Questo malore assaliva violento e sprezzante ogni rimedio; senza dar tempo all'arte di esercitarsi, colpiva di morte: in pochi dì il mormorio per siffatta sventura era in bocca di tutti; chi ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma nella sostanza ognuno temeva. I dotti si perdevano in indagini, il popolaccio attribuiva a sortilegio ed avvelenamento la moría. Intanto il morbo facea passi da gigante, nè si sapea come venuto in città: chi dicea comunicato da persona infetta venuta da Genova, chi da merce introdotta di contrabbando. Come fosse venuto, poco montava; il terribile chólera era là come un demone invasore, tenace, mortale. Aperte sull'infierir del morbo le case ai medici, agli impiegati, alla guardie di sanità, ai soldati, si svelarono incredibili misteri, e si vide come in Livorno quella gran parte di popolazione che ne forma il nerbo e che al di fuori mostrasi in vesta linda e civile non ha in casa pane per sfamarsi, letto per giacervi, lenzuola per coprirsi, a malgrado dell'operosità del travaglio. Terribile verità che un chólera può far conoscere; mistero che un romanzo può liberamente rivelare e darsi il vanto di storia. Ma come il morbo tanto si diffuse e così rapidamente? Ah! la ragione è la miseria; quella miseria che se dotto o filantropo potesse trovare un mezzo da estinguere, io lo saluterei novello salvatore degli uomini: sì, perchè la miseria è peste, peste sociale, peste morale, la qual produce il delitto, il disonore, la morte. Livorno come città popolosa ha due bisogni: che cessi la miseria delle classi più numerose; che si educhi e si satolli l'artigiano e la famiglia. E qui nella classe degli artigiani giova porre anco i facchini, i barcaiuoli; imperocchè in vece di commercio queste sono arti ed insieme industria. La fame è consigliere di tutti i delitti; quindi i furti, i lenocinii, tutto deriva da quel mostro, e per ultimo la ribellione. Quando le masse sono affamate, hanno perduto fra la ignoranza e i disagi quella poca ragione che loro rimaneva.
Un casamento della via San Giovanni, cui dava accesso un lurido e buio cortile, a quell'epoca conteneva in sè cento persone, divise in poche famiglie; e per lo più teneri fanciullini privi di vesti, di scarpe, con pochi stracci alla vita, fanciulli che per modestia non uscivano fuori non avendo di che coprirsi. Tutti, maschi, femmine, adulti, impuberi, tutti, famiglia per famiglia, dormivano in un letto! Ma che? quel giaciglio di paglia imputridita posto sul nudo ed umido mattonato, fra nere muraglie coperte di salnitro, in mezzo ad una stanza buia e senza sfogo d'aria libera, coperto di mille cenci, privo di lenzuola, a buon dritto appellar si potrebbe canile. Ebbene colà mesto il livornese artigiano, dopo intere giornate di sudori e d'immense fatiche, viene a posar le stanche membra martoriato dal pianto dei figli e della moglie, che spesse volte il vedono riedere senza pane. Colà in quelle oscure tane la figlia perde l'onore, perchè l'orribile miseria la getta in braccio della seduzione e dell'infamia. Colà il giovanetto, senza nozioni di bene, perchè il padre stanco ed affamato non può dargliele e forse non le possiede, ed egli non può riceverle, spinto negli orribili stenti, educato alla bestemmia, al vedere il brutale commercio della sorella che si vende per fame, impara il furto e l'assassinio. Ah pur troppo! di quei sozzi tugurii abbonda la città, mentre ben pochi Livornesi abitano i bei palagi moderni che sono stanza degli scaltri forestieri, i quali venuti in sul bel suolo hanno saputo arricchirsi col sudore del povero che lasciò morendo un'eredità di dolore e di maledizione. La casa detta delle cento anime, a sinistra della vecchia dogana venendo di verso la Piazzetta dei grani, era situata a metà di via San Giovanni, che a quell'epoca non avea sfondo; strada pericolosa per le aggressioni, per i ferimenti, per i furti, per gli stupri, che negli oscuri pianerottoli delle sue case sporche e povere potevano impunemente commettersi. La casa delle cento anime doveva in breve rimanere deserta, sì; poichè il chólera, introdottosi colà, era venuto a mietere la vita di tutti quei miseri abitanti dal primo fino all'ultimo. Morti e moribondi, privi di conforto in quel trambusto di ammalati e di tali che assaliva il morbo, giacevano sull'istessa paglia. Gemiti, urli, maledizioni rendevano quel luogo un inferno in terra che dava un'idea di quello dell'altra vita. Molti e molti quadri simili a quello che ho cercato di descrivere offrirebbero la scena eguale a quella ch'io debbo narrare, ed il farei, se raddoppiare potessi le scene di sensibilità e disinteresse, quando nol fossero d'infamia, di cupidigia ad un tempo. Però da uno dei quadri potremo averli tutti per dipinti, poichè l'imaginazione, primo dono di Dio, crea imitando. Nel casone delle cento anime all'ultimo piano, cioè dopo il sesto, è una soffitta composta di una sola stanza, il cui focolare strettissimo è al pari del solaio. A metà della cappa del camino si trova un'apertura, larga un quarto di braccio, lunga altrettanto, che dà la luce a quell'abituro; il quale è ad un tempo cucina, camera e salotto, mentre ha appena sei braccia di lunghezza e quattro di larghezza. Quell'abituro, posto sovra i tetti, non ha veduta, è privo del palco, che coprono poche tegole sconnesse, e viene spesso inondato nelle grandi cadute della pioggia. Il mobiliare che andiamo a descrivere sta pur troppo in armonia colla bruttezza di quel locale: un saccone ripieno di foglie di granturco giace sull'umido pavimento nell'angolo opposto al camino. Accanto a quello stanno una brocca di coccio, una sedia rotta e spagliata, un candeliere di legno con una candela di sevo, due o tre tondini, una scodella di legno, una pignatta. Presso al focolare, una tavola fissa nel muro e mezzo tarlata, ha sopra una saliera, due forchette di ferro, un bicchiere di vetro ed una piccola boccetta di olio, un fascetto di erbaggi e un pane nero. Accanto al letto dal lato della porta è un piccolo baule, e sopra quello un liuto ed alcune carte da musica. Sovra il letto è una coperta a colori, e ciò che fa contrasto col rimanente è la nitidezza del lenzuolo. Poche paia di scarpe, un tempo di forma elegante, veggonsi poste ad asciuttare accanto al fuoco.