—Signor Basilio degnissimo, continuò il medico, non mi sorprende trovarlo in luogo ove la sua solida pietà e religione trova pascolo a confortare gl'infelici; ed il cielo e gli uomini le saranno larghi di ricompense: ma mi permetta il dirle che ella si azzarda di troppo; la sua carità le fa trascurare il pericolo maggiore. Ma non sa ella che questa malattia è terribilmente contagiosa ed in specie nel lezzo di simili abitazioni? non sente ella che questo tanfo, che questa puzza insopportabile possono accrescere senza dubbio il pericolo del contagio?—
Il signor Basilio fece come una specie di sorriso in disprezzo del male.
—Eh! comprendo, soggiunse il dottore, la sola pietà sfida i pericoli…. ma buon Dio! signor Basilio, che l'è mai sopraggiunto? ella trema: che veggio mai? ella vorrebbe rispondermi, ma la contrazione dei muscoli del mento indicherebbe un accesso di parossismo febbrile.
—Eh! eh! eh!… non è nulla…. un effetto nervoso.—E nel proferire queste parole il signor Basilio ansava terribilmente.
—Non si allontanino ancora, o signori, disse il dottore ad alcuni incappati della Misericordia che erano per andarsene.
Il signor Basilio volea rispondere a questo tristo preludio, come per confortare il dottore e confortarsi egli stesso; ma appena potè proferire il monosillabo no…. che il suo volto, di rosso scarlatto, divenne nero piombo; i suoi occhi s'iniettarono di sangue, la sua lingua s'ingrossò nella bocca, sentì ardersi la faccia. In sì terribile posizione, esso provò, non potendo parlare, di allontanarsi per sfuggire dalle mani del dottore; ma non sì tosto muovevasi dal muro ove era appoggiato che le gambe ricusarono di servire il suo corpo; ei fu preso dall'orrendo vomito, uno dei sintomi del fiero chólera e cadde al suolo privo di sensi.
—Signori, facciano il loro dovere; ecco un altro allo spedale, una vittima della compassione. E gl'incappati, preso il signor Basilio che la collera di Dio aveva finalmente colpito, lo recarono al Lazzeretto, ove lo avevano preceduto le due care creature.
Il Lazzeretto, in cui la polizia sanitaria aveva decretato doversi trasportare gl'infetti dal chólera, era un fabbricato assai vasto situato fra il così allora detto Mulinaccio e la chiesa di San Iacopo. Alcune palizzate o lunghi cancellati di legno tinto di nero lo accerchiavano, e le vicinanze istesse di quel luogo di pietà e di dolore ne indicavano con caratteristici segni tutto il tetro. Da lungi si vedevano alti fumacchi neri e cerulei salir verso il cielo, prodotti dalla combustione di letti marciti dai malati e di vesti avanzate ai morti, di masserizie sospette di contagio. Un silenzio lugubre regnava nell'interno, ed il timido viandante non avrebbe osato avvicinarsi a quelle temute barriere per tutto l'oro del mondo. Dalle finestre uscivano vapori di zolfo e d'altre materie adatte a disinfettare l'aere, vapori che, mescolandosi col fumo delle robe dei defunti, arse in vari punti del prato da cui era circondato lo stabilimento ed a quello di veri camini, giunti a certa altezza dal suolo, si coagulavano in una eterna nuvola che pareva formare un funebre baldacchino sopra quel luogo di dolore. Accenti di lamento dei malati, urli strazianti dei moribondi, voci di tanti e tanti guardiani e medici ed inservienti che qua e là accorrevano, chi per assistere un moriente, chi per medicare un ammalato, chi per togliere dal letto un morto, facevano un cupo e confuso mormorio che da lontano assomigliava al fiotto di un mare in burrasca. Soprintendeva a quel luogo un ufficial militare, onde stretta e severa ne fosse la disciplina, inquantochè ogni subalterno dovea rigorosamente obbedire agli ordini ricevuti senza farvi osservazioni, senza dilazione, senza mormorare, con fedeltà e con puntualità; ed in fatti, privo di questo severo disciplinare reggimento, come avrebbe potuto governarsi quel luogo, ove la confusione era pronta sempre a scaturire da ogni parte? Ed infatti colà abbisognava porgere agli ammalati a tutte le ore medicine di ogni sorta ed a seconda del grado del malore; trasportare i cadaveri e svestirli a tutte le ore; assistere i convalescenti, rinviare i sanati, il cui numero in specie nei primi tempi era sì raro che a tutti coloro che si trasportavano in quel locale funesto dicevasi per sempre addio. Conveniva riparare ai furti che nel trambusto avrebbero potuto commettersi a danno degli impiegati e degli ammalati e delle famiglie degli estinti; conveniva impedire scandali e delitti carnali fra persone di sesso diverso: era questo un caos novello che bisognava ordinare. La vigile sapienza del governo seppe por gli occhi sopra un ufficiale militare, il quale intrepidamente accettò il periglioso incarico: e siagli qui reso eterno e pubblico tributo di lode e di riconoscenza; imperocchè, oltre le immense difficoltà dell'ufficio, le fatiche egualmente grandi, più di quello v'era il pericolo sempre minaccioso di essere colpito dal contagio, e conveniva trovare un uomo che per virtù e per amor dei suoi simili mettesse in non cale la propria vita; imperocchè era un rinchiudersi fra quelle mura con la morte sempre pronta a vibrare la falce micidiale; faceva duopo di una vera e completa abnegazione di sè stesso, e bisognava avere un cuore di tempra adamantina per reggere a tanti colpi sulla sensibilità fisica e morale. Quest'uomo che sul campo di battaglia aveva mietuto allori e sprezzata la morte erasi accinto a sfidare la stessa terribile nemica dei viventi in campo chiuso, cioè nel Lazzeretto.
Erano le ore cinque di sera quando il cancello fu schiuso aggirandosi sopra i cardini, e il funebre convoglio accompagnava una lettiga su di un carro a due ruote tutto coperto di drappo nero e di stoffa incerata; il legno veniva tirato da un solo cavallo. Il vettore era esso pure vestito di tela nera; perfino i guanti erano dello stesso drappo; sul sellino del cavallo attaccato alla funebre vettura stava un campanello e sventolava una bandiera bianca e nera; il suono del campanello era procurato all'effetto che i sani i quali per la via lo sentivano si allontanassero il più presto possibile, onde evitare che i miasmi funesti i quali partivansi dalle vetture ripiene d'infetti propagassero il morbo. Per maggior precauzione a tutela della sanità, due o tre soldati scortavano la vettura stessa, allontanando da quella chi o non avesse inteso il suono della squilla o avesse creduto sprezzare il pericolo. Due inservienti dello spedale, aventi a tracollo una specie di stola indicatrice della loro qualità e armati di bastone a punta, terminavano il corteggio lugubre. Essi erano coloro che avevano nella vettura rinchiusi gli ammalati, che di quella li toglievano per affidarli all'altra consimile guardia detta di sanità, la quale aveva l'altro incarico di trasportare nelle cellette del Lazzeretto coloro fra i rinchiusi nella vettura che erano malati, e alla stanza mortuaria coloro che, troppo aggravati dal male, fossero periti nel fare il tragitto.
Oltre quel Lazzeretto che testè abbiamo descritto, anche altro luogo era destinato al ricovero degli infetti quando il primo era troppo ripieno, ed era la moderna chiesa di San Paolo, posta sull'antico spalto e che allora non era sacrata. Una pietra sulla porta maggiore ricorda e ricorderà ai fedeli come prima che al sacro uso venuto fosse quell'edifizio l'aveva già l'umanità consacrato a benefizio della languente progenie di Adamo.