La città pareva deserta: tutte le botteghe chiuse rendevanla pari ad una città dissotterrata dopo tanti secoli e restituita alla luce, i cui fabbricati più non contassero abitatori; ed oltre le botteghe, non una finestra aperta con qualche viso confortante affacciato. Coloro cui le convenienze non permisero di emigrare nelle vicine campagne e città per fuggire il morbo desolatore in traccia di aere salubre e confortante, si erano rinchiusi rigorosamente nell'interno di loro abitazione, segregandosi dagli altri viventi e ricevendo da quei di fuori le vettovaglie per mezzo di corda incatramata, per sospetto sempre d'infezione: e queste vettovaglie accuratamente purgavano pria di toccarle, tanto era il riguardo e la paura, servendosi dei cortili per calar giù dei panieri ed altri recipienti. Ed appena i più divoti si azzardavano ad uscire per girne ai sacri uffizi; e questi pochi li avreste veduti tenersi per le vie e nel tempio a grandi distanze fra loro per non urtare veste con veste, dappoichè il solo tatto poteva essere veicolo di morte. Anche dalla città si levavano in alto colonne a spirale di fumo o per masserizie e vesti abbruciate, o per suffumigi di zolfo e di bitume, i quali poi rannodandosi formavano un nuvolone nero galleggiante per l'aere ed equilibrato, tenentesi fisso sovra la città quasi gigantesco ombrello. Il che aumentava la tetraggine di chi dall'alto dei vicini colli vedeva là quel vapore denso che, unito all'aere affannoso, dava una tinta lugubre alla città stessa e ne rivelava le dure calamità; e quei miseri che stavan là dentro trepidanti per la loro vita e per quella dei cari, volgendo l'occhio al cielo e vedendolo tinto di funebre velo, più e più si scoravano, quasi che il cielo coperto di un panno mortuario dicesse a note di terrore: Per ora è morte, e tutti morrete, così volendo Iddio sdegnato.
In quel doloroso periodo di comune dolore, gli uomini sentirono veramente il palpito di fratello che lor rivela esser tutti nati di un istesso sangue: e perciò mille e mille grandi esempi di carità, di amore, di abnegazione di sè stessi offrirono quei giorni di tribolazione; ricchezze non curate, nobiltà che scese a stender la superba mano al povero; povero che, obliando gli insulti del ricco, gli fu largo di aiuti che con l'oro avrebbero potuto pagarsi; là l'ammirabile e filantropica società della Misericordia, degna sentendosi della sua generosa divisa, operò tanti e tali eroici tratti di cittadina virtù che bene avrebbe meritato ad ognuno dei fratelli quella corona di quercia che gli antichi Romani solevano imporre ai cittadini che un cittadino salvavano. La compagnia della Misericordia imitò le altre consorelle d'Italia, in ispecie nelle orribili pestilenze de' secoli scorsi, tanto fu benemerita della umanità. E se in mezzo a tanta espansione di affetti generosi qualche indegno del nome di uomo si macchiò di delitti…. deh! non turbi il bel quadro delle eroiche di lei azioni tal ricordanza. Noi vedremo che il Nume seppe coglierlo sul fatto. Ed invero la vettura funebre che, siccome narrammo, alle ore cinque entrava nel Lazzeretto, vi conduceva l'infame signor Basilio sul doloroso letto di morte.
CAPITOLO XIX.
La capanna dello zio Neri.
Prima che facciamo ad introdurci nel locale doloroso in cui abbiamo veduto trasportare la misera cantatrice di storie ed il suo pargoletto, e rinchiudere il signor Basilio, ne fa duopo ritornare molti anni addietro, cioè a quel punto del nostro racconto in cui con tanta sorpresa e rammarico delle reverende madri priora e camarlinga di Santa Chiara, disparve da quell'asilo di pace la sventurata Esmeralda.
Quella entusiasta giovane, che improvvisa mania colpiva nella mente, alla quale peraltro gradatamente avevanla preparata lo strano modo di sentire e quel darsi alla vita della selvaggia in un mondo civilizzato, stava, come sappiamo, trattenuta nel convento senza sapere ove fosse, credendosi in riva ad un porto di mare e pronta a salire su di un naviglio che recassela in America alla rediviva sua madre. La fisionomia delle donne velate di nero che circondavanla, la ristrettezza della cella, il suono dell'organo, le voci femminili ed acute delle monache producevano nella sua mente una di quelle confusioni che ella non poteva e non sapeva spiegare, ma che pur troppo dovevano rendere più intensa quella passeggera aberrazione mentale che il discorso di padre Gonsalvo nell'osteria dei Tre Mori in un momento di eccitazione ed il colloquio col suo amante avevano fatta improvvisamente nascere.
Se il buon religioso avesse creduto che tanto sinistro effetto avessero a produrre in quella giovane le sue parole, oh! chi sa se le avrebbe proferite? Ed infatti una delle più crucciose rimembranze che angosciassero quel venerando, laggiù nel fondo dell'Indostan era quella del giorno torbido e fatale 17 febbraio 1821, in cui aveva sottratta la giovane al suo amatore. Ma chi mai può prevedere gli eventi? una delle cause più energiche che avesse preparato il tristo effetto della demenza della infelice fu quella di accorgersi di avere fecondo il seno. Avvezza a disprezzare là nei deserti dell'America un avvenimento che, a senso di quella selvaggia sua semplice vita, non aveva in sè vergogna; purchè rilevasse da affetto verso un sol uomo, e che quest'uomo fosse l'unico amante, ella non pensava che in Europa e nella moderna civiltà si giudica ben altrimenti. Ma un senso di dolore nel riflettere che la frenesia da cui sentivasi posseduta verso la causa di un fallace risorgimento, e da cui pure era invaso il suo amante Alfredo per la felicità della patria, potevano portare entrambi i giovani insieme sul patibolo, avevala scossa terribilmente, pensando di dovere salirvi o incinta o madre di fresco. Il crudele contrasto fra il dovere di cittadina e l'amore di madre, amore che voleva soffocare per vincere nella ardua palestra, avevale acceso il sangue.
Trovatasi al convento, ella s'imaginò di esser già stata giustiziata e di aver perduta la vita sul palco e di trovarsi in luogo di beatitudine eterna, a ciò suadendola le pie voci delle monache e la melodia dell'organo. Esmeralda, dai deserti dell'Ohio passata alle popolose città di Europa, ingolfata fra le turbe cospiratrici, immersa nei piaceri di una vita turbolenta e variata, internata dei discorsi e delle aringhe esaltate ed esagerate, non aveva la menoma idea di un convento, e quella pace di esso e quella maestosità dei sacri riti, non vi ha dubbio, doveva aver penetrato nell'anima della giovane, sebbene la sua ragione fosse smarrita.
Credutasi in cielo, la sua anima agitata parea acquietarsi; ma nell'interno bolliva più fiera la tempesta. In un momento di delirio più forte le venne in mente il figlio di cui era incinta: credè di averlo lasciato nel mondo, e sebbene ormai si credesse puro spirito, l'amor del figlio la riconducea alla terra; e la terra essere le parea quel giardino fioritissimo sul quale dava la finestra della sua cella, la quale era ben poco elevata dal suolo, ed ella nell'idea di avere le ali, giù si cacciò a precipizio. Ma avvegnachè fosse nei decreti della provvidenza che non dovesse risentirne danno veruno, sotto appunto la finestrella l'ortolano aveva trasportato per avventura una quantità considerevole di paglia per foraggio delle giumente e delle capre ad uso del convento, ed Esmeralda si rialzò subito e messesi a cercare per tutto il vasto giardino. Delusa nelle sue ricerche, incontrò la porta, che l'ortolano medesimo per disgrazia aveva lasciata aperta; uscita senza saper dove andava, errò per l'alta notte illuminata dalla luna, fino a che trovossi sopra di una sponda dell'Arno; curvatasi per vedere laggiù, scôrse la propria imagine riflettuta dalle acque limpide del fiume, e siccome l'onde movendo verso la foce facean vacillare l'imagine che parea fuggire sull'acqua,—Ah! ah! non mi fuggire, cattivello, esclamò la misera pazza; e non sai che io son tua madre e che quando ti avrò acchiappato torneremo insieme al paradiso?—Disse e di un lancio si gettò nell'acqua profonda. Non più vedendo l'imagine, ella, vigorosamente nuotando, nel che era espertissima, e seguendo la corrente, in breve fu verso lo sbocco del fiume nel mare; ma il lungo digiuno che ella aveva fatto in quel dì, in cui più che mai aveva farneticato, lo stato morboso in cui erano le sue fibre, il gelo dell'acque che avevanle inzuppato tutti i panni, fecero sì che prima di arrivare allo sbocco del mare ella aveva completamente perduto i sensi e come corpo morto seguitava la corrente, quando uno dei molti arbusti che scorgonsi sulla destra di quel fiume essendosi intricato nelle vesti, rattenne quel corpo quasi esanime. Volle fortuna che presso a quello si trovasse un tal Neri, vecchio pescatore e cacciatore ad un tempo; il quale da molti e molti anni passava la vita dentro ad un barchetto a pescare ed a cacciare gli uccelli acquatici: e sulla prossima riva estrema a confine degli spessi boschi di San Rossore, luogo tutto selvaggio e tutto pineti ed arbusti intricati fra loro, stanza favorita di daini, di cinghiali e di caprioli, il vecchio Neri teneva una capanna di cui la moglie avanzata in età era l'altra abitatrice. Neri, sentendo l'acqua rimulinare intorno al barchetto, nel quale quella notte era anche la moglie che accomodava alcune reti, voltossi a lei:
—Ohe, Teresa, le disse, guarda un po' quaggiù fra i salci; ci ha da essere qualche ingombro: l'acqua rimulina sotto il barchetto e lo fa girare intorno al palo (poichè il barchetto di Neri era legato ad un palo o remo confitto nell'alveo del fiume); se è così, è inutile gettar la lenza.—