Il figlio di Esmeralda, sviluppatosi, era il più bel bambino del mondo: la madre nello stato di pazzia se fu capace a nutrirlo del suo latte, certamente non gli avrebbe potuto dare quella educazione morale ch'è indispensabile anco ai fanciulli delle più povere classi. Di ciò si prese cura la ottima Teresa: essa amava Selvaggio come un vero e proprio figlio; e siccome nella sua giovinezza era stata cameriera, sapeva discretamente leggere e scrivere e la dottrina cristiana, cose tutte che rendevano la sua educazione e coltura molto superiore a quella di Neri. Il fanciullo in breve apparò tutto quello che gli insegnò la vecchia, la quale, per non infurbire il giovanetto, gli apprese a chiamar mamma la madre, zio Neri il pescatore e zia Teresa lei medesima. Selvaggio in breve aiutò la mamma e lo zio Neri nelle cacce e nella pesca e nel tessere i panni pescherecci, mentre (e qui va detto) anco lo zio Neri, avendo voluto fare sfoggio di qualche coltura, ricordandosi di avere in sua gioventù suonato il liuto (a quell'epoca fuor di moda), rimestati tutti i rigattieri di Livorno e di Pisa, riuscì a trovare un tal vecchio istrumento che, alla meglio raccomodato, pervenne a render suonabile, e ne istruì il giovanotto, il quale fece notabili progressi. Lieta così la famigliuola giunse all'anno 1831, epoca in cui pel povero Selvaggio incominciarono le sventure, e per l'Esmeralda ripresero con maggior violenza.
Esmeralda ed il figlio spesse volte si aggiravano soli pel bosco, fino al confine di quello sulla riva del mare; colà la donna farneticava cantando storie malinconiche, ed il figlio, che era un genio per la musica, l'accompagnava col liuto. Una sera, ahimè! madre e figlio più non tornarono alla capanna. Il dipingere le smanie della buona Teresa e dello zio Neri sarebbe cosa impossibile; invano si misero a girare il bosco per tutta la notte; invano li chiamarono qua e là. L'indomani pur troppo si apprese cosa fosse divenuto di loro: una banda di zingari, spinta dal desiderio di fare acqua in quel luogo, vide la madre ed il figlio che si aggiravano sul lido; il capo di essa nel mirare le selvagge vesti dei due formò subito l'ardito progetto d'impossessarsi di quegl'infelici, onde, traendoli seco, farli passare pel selvaggi tratti dall'Oceania. In un attimo Esmeralda e Selvaggio vennero circondati e rapiti dagli zingari, che, rientrati nella barca, presero il largo in mare.
In mezzo a costoro passarono quattro lunghi anni, e spesse volte Esmeralda, che nella sua pazzia aveva serbato il gusto per il canto, ed il giovinetto suonatore col lucro da essi guadagnato avevano servito al sostentamento di tutta quell'orda, colla quale a piè nudo aveano talvolta percorso gran parte d'Italia e di Europa. Il giovinetto Selvaggio aveva saputo resistere alle battiture ed agli strapazzi inumani di quella barbara e mercenaria gente; ma non seppe frenare il suo impeto giovanile quando un dì vide orribilmente frustare la madre perchè si era ricusata di cantare e far capriole e salti su di una pubblica piazza. Favorito dalla notte, venduto quel gioiello che la madre teneva al collo, ei si era procacciato tanto denaro quanto fosse occorso per fare il viaggio da Genova a Livorno. Giunti in questa città, noi accennammo come col mezzo del canto e del suono andassero campando la vita per effetto della pubblica commiserazione. Oh! se Selvaggio avesse saputo che lo zio Neri e la Teresa erano tanto vicini a loro! Ma chi mai avevagli detto che quel luogo ove nacque fosse il bosco di San Rossore? Ignaro di quel rifugio, ei campò la madre fino a che, sorpresa questa dal terribile chólera, venne con esso lui trasportata al da noi mentovato Lazzeretto.
CAPITOLO XX.
L'agonia di un empio.
La cantatrice di storie ed il figlio, che noi or conosciamo per Esmeralda e Selvaggio, entrati che furono nel Lazzeretto, vennero collocati l'uno accanto all'altra: sebbene il sesso fosse diverso, pure il fanciullo aveva così teneramente scongiurato il severissimo soprintendente che costui, a malgrado dell'abituale rigore, si era lasciato vincere e fatto aveva un'eccezione alla regola. Ma il giorno dopo le cose avevano mutato di aspetto. La donna aveva vinta tutta l'ira della malattia; e sebbene fosse stata portata colà in stato grave, e lo stento l'avesse sì terribilmente prostrata da farla parere moribonda, il male era cessato. Ciò non sfuggì al vigile occhio del medico di turno: costui dichiarò che la donna avrebbe potuto dopo uno o due giorni rinviarsi perchè guarita. Ma ben altra era la situazione del misero fanciullo: egli era soprafatto dal male in modo sì violento che temeasi della sua vita. La infelice Esmeralda, che nel tempo stesso di sua pazzia non aveva disconosciuto il figlio, renduta alla ragione, sentì di amarlo oltre ogni umana idea; ma buon Dio! in qual mai tristo momento aveva ella ricuperata la mente! in una miserissima soffitta e nel Lazzeretto del chólera; lassù, per essere soggetta alla tentata violenza del signor Basilio, quaggiù, per trovarsi nell'asilo della morte e per conoscere tutta la intensità della dolorosa sua situazione, senza mezzi, in uno spedale, presso un figlio, il suo unico figlio, agonizzante…. senza sapere ove rivolgersi per averne un soccorso. Ahimè! questo non era il solo suo immenso dolore; resa a sè stessa, ella sentì il terribile vuoto dell'anima sua, sentì più cocente l'affetto verso Alfredo, verso il padre di quella creatura ora morente. Oltre ogni dire intollerante e bramosa di sapere le nuove di quell'uomo che ella aveva adorato e che adorava, non aveva a chi domandarne a chi ricorrere. Quanto tempo era che ella nol vedea? domandava a sè stessa: per i pazzi il tempo della demenza non può calcolarsi, cosicchè ella si trovava come se il corso di quattordici anni fosse stato quello di un'ora, come se si fosse destata dopo aver dormito quel lungo periodo; ma che anni ed anni dovevano esser passati ella il comprendeva pur troppo dall'età in cui vedeva adesso quel figlio, forse sull'orlo del sepolcro. Gran Dio! qual riflessione! che sarà divenuto dell'amante dopo sì lungo tempo? che di Giovanni? saranno essi vivi? e dove, se lo sono, si trovano eglino? Tutte queste riflessioni l'avrebbero pur troppo gettata di nuovo nel disordine della mente, se un più grande pensiero, quello del momento attuale, quello del figlio, non l'avesse distratta dal fermarsi di troppo sugli altri. E il pensiero del figlio era angoscioso: non solo temea di perderlo, ma che le fosse pur anco negato di poterlo assistere nelle ultime ore. Ma la preghiera e la fiducia in Dio la sostenne; ella chiese di essere ammessa al cospetto dell'ufficiale soprintendente, ed ebbe luogo tra loro una scena che rivelava i franchi modi di ambedue: ella donna che si ricordava le selvagge sue primarie abitudini, egli che credeva sempre dover parlare coi soldati per comandar loro di attaccare i Cosacchi.
—Chi siete? che volete? sbrigatevi.
—Sono Esmeralda, una madre che ama.
—Il cognome? orsù….
—Artini.