Il soprintendente aveva risoluto. Esmeralda, così operosa, così ferma, così pia nel ministero di assistere i miseri infermi della corsia ove stava malato il figlio, veniva nominata ispettrice di quello spedale ove avevanla portata insieme con la sua creatura. Colà aveva raccolto abbondante frutto di benedizioni, e colà doveva ricevere la consolazione di essere informata delle vicende corse dalle persone tanto care alla misera donna. Nelle ultime corsie dalla parte di settentrione di quello stabilimento giaceva in un letticciuolo un povero e vecchio negro, cui, per la differenza del colore e per quella ripugnanza che le persone del volgo di cui si componevano gl'inservienti di quel luogo ben minor cura prestavasi che agli altri. Esmeralda si appressò al letto di lui: quel negro che ella consolava al letto di morte era quel tenero Iago che avevala veduta nascere, quell'uomo che dopo la morte de' suoi genitori era stato un secondo padre a lei ed a Giovanni. Il conoscersi, il rendere vive grazie a Dio fu un punto solo; e dopochè la malattia del vecchio negro volse a un più lieto fine, servendosi della lingua dei naturali di America, ei palesò a colei che amava qual figlia come Giovanni fosse ritornato in America, come Alfredo pur militasse in quel nuovo continente, ma che ignorava il preciso luogo di sua dimora. Di più non ne sapeva il misero vecchio; poichè, dopo la partenza del padre Gonsalvo per la missione dell'Indie, il resto dei frati non si era gran che curato del povero negro, e lunghi anni era stato senza pur lasciare il convento. Ma Esmeralda si contentò di sentire almeno qualche nuova: essa aveva un punto ove dirigersi in traccia del fratello e del padre di Selvaggio. Il solo stato di inopia la spaventava, e lo confessò al negro; ed il negro confortavala a farsi conoscere all'autorità od almeno al soprintendente. La donna peraltro, che ben sapea quali accuse pesassero pur sempre sui settari, severamente proibiva al fedel negro di palesare a chicchessia l'esser suo. Il negro obbediva, giurando che da quel momento, posto che Dio gli avesse reso la vita mercè della sua cara padroncina, egli avrebbe seguito la sorte di lei e del figlio suo. Ad Esmeralda rinacque in cuore la speranza; ella sentiva di non esser più sola, nè parvele essere tanto lungi da coloro che amava. Iddio le aveva mandato il povero negro.

—Padrona, le diceva Iago, ecco qui (e levava di sotto al capezzale del letto un involto) ecco qui; questi sono quaranta scudi in oro, altri ne ho al convento; perciò torneremo in America.

—Ah! mio Dio… mio Dio, affretta quest'istante. O Iago, io non ho altri che te al mondo che mi possa assistere.

—Padrona… la mano, la mano.—E su v'impresse un bacio rispettoso.

Quindici giorni dopo questo dialogo, Esmeralda, Selvaggio ed Iago uscivano dal Lazzeretto; ma, prima di uscire, la tenera giovane era stata presente alla scena che andiamo a descrivere.

Uno dei giorni più terribili era stato quello del 31 agosto: la morte aveva mietuto maggiori vittime; nella seconda corsia dello spedale un uomo agonizzava.

Quest'uomo, orribilmente contratto dagli spasimi della più angosciosa paralisia, era il signor Basilio. Una donna genuflessa da una parte del letto ed un fanciullo prostrato dall'altra pregavano. Essi erano Esmeralda e Selvaggio…. pregavano per il loro persecutore.

—Mamma, mamma (aveva detto Selvaggio già in convalescenza e che girava per la corsia, aiutando nelle sue incombenze la madre), accorrete, accorrete quaggiù: al N. 12 vi è un uomo che muore; quell'uomo che voleva pigliarvi l'anello e cacciarci fuori della soffitta.

—Eccomi, figliuol mio.

—Sì, mamma; il Salvatore del mondo ci ha insegnato a prestarci per i nostri nemici. E qual più nemico nostro di questo?—Selvaggio infelice! non sapeva tutto il male che gli aveva fatto il signor Basilio. E madre e figlio pregavano il Dio delle misericordie; ma era Iddio il terribile Dio dell'ira che passeggia sui fulmini e sulle tempeste, conculca i draghi e i leoni.