Un cappuccino, posata sul letto dell'ammalato in quell'estremo la stola, recitava le preghiere degli agonizzanti.
Negli occhi del malato stava dipinto l'inferno; esso volgevali come carboni ardenti sulla donna e sul figlio, e con voce rauca ed interrotta urlava:—Satanno, Satanno, non vo' morire; non vo' morire; maledizione!…
—Exorcizo te, spiritus immunde.
—No, urlava il malato vomitando nera schiuma dalla bocca, no, non posso morire; il mio oro, i miei brillanti, le mie cambiali!
—Pax tibi.—
Ma il malato, sollevandosi in furioso modo sul letto, aveva afferrato la stola e, postasela in bocca, l'aveva messa in pezzi e tinta di sangue. Tutti gl'inservienti, meno Esmeralda e Selvaggio, erano fuggiti; anco il frate aveva con orrore abbandonato quel peccatore moribondo. Il malato nell'eccesso della smania che divoravalo facea orribili rivelazioni.
Se invece di Esmeralda e di Selvaggio, i quali soli udirono, vi fossero state altre persone, madama Guglielmi avrebbe ricuperato il suo palazzo, le sue gioie, Rosina sarebbe stata reintegrata nella sua fama presso i suoi concittadini, e la infelice e sensibile Angiolina avrebbe avuto il patrimonio del suo vero padre; ma sventuratamente non fu così.
—Morire!… urlava diabolicamente il moribondo, morire! dopo avere accumulate ricchezze immense, morire!… no, non voglio morire. Vieni, vieni, inferno, tu che ho sempre invocato, tu che mi hai protetto, opponi la tua potenza; io son tuo in carne e in anima; opponi la tua potenza a quella celeste… qua quei sacchi d'oro, qua quei diamanti, qua le mie belle concubine, qua tutto; voglio portare sotterra tutto all'inferno con me. Rosina…. Rosina…. beltà sprezzante che ho amata, che ho perduta, no, non ridere della mia morte, no; io dall'inferno riderò di te e ti sarò spettro persecutore, ti sarò demonio incarnato! Ma che?… no… non voglio morire.—
Mentre le più orribili imprecazioni e bestemmie venivano a mescolarsi a tanto tremendo soliloquio, Esmeralda e Selvaggio, innocenti creature, stavano genuflessi ai piè di quel letto di angoscia supplicando l'Eterno di dare all'ultima ora di quell'uomo la calma per prepararsi all'estremo viaggio per l'eternità. Seguendo l'esempio del divino Redentore, eglino pregavano per il loro acerrimo persecutore.
Il Dio di bontà e di giustizia ascoltava quelle preghiere, e nella sua immutabile volontà destinava il premio all'anima di quegli ingenui e la pena pure di quell'uomo delittuoso: ma era scritto nei suoi volumi eterni che l'uomo colpevole per quel momento dovesse vivere; ei lo serbava a più terribili tempi.