—Certamente: vi ho quasi veduta nascere, vi ho tenuta sulle ginocchia intere giornate quando…. Ah! io pure cadeva a parlare della guerra moscovita.

—Cosa vuoi ch'io canti? soggiunse Rosina con un sorriso di compiacenza infantile.

—Oh! su questo poi… fate voi, padroncina: tutto mi piace da quel bel bocchino di corallo.

—Ho capito; canterò a capriccio, disse risoluta la fanciulla, improvviserò: andiamo nel mio gabinetto al piano-forte.

E, spiccato un salto, penetrò nella stanza favorita e, assisasi innanzi all'istrumento, preludiò una musica fantastica, tutta di sua idea, oltremodo appassionata, a cui unì con voce angelica le appresso parole.

O amor, possente spiro,
Dolce alimento al cor,
Recasti dell'empiro
Sovra la terra i fior.

Per te del padre mio
Sacro è il ricordo ognor;
Ben può sfidar l'oblío
Di figlia il casto amor.

Nel virginal mio petto
Non vo' diverso amor:
Mi basta il puro affetto,
Quello del genitor.

Ma se d'un altro fuoco
Arder potesse il cor,
Può sol trovarvi loco
Di patria il santo amor.

Rosina cantava queste strofe, le quali con tutto il fuoco dell'animo virginale accompagnava con soave melodia sugli armoniosi tasti, quando, posato l'occhio sopra un mobile di mogano sul quale vedevasi un magnifico specchio, vi scôrse un oggetto che attrasse tutta la di lei attenzione deviandola dall'argomento del canto.