Il perfido signor Basilio non aveva perduto un istante di tempo per sfogare una vendetta da lungo tempo covata: qual gioia per lui, il percuotere di colpo mortale quel Giovanni che aveva posseduto colei per cui il vedemmo ardere di amore! qual sodisfazione di potere in un tempo schiacciare due abominate famiglie! e ben lo sperava, anzi tenevasi sicuro dell'esito, dal fermento popolare che esso era per destare contro le due designate vittime; sapeva bene che il popolo non ragiona, ed aveva presente con qual felice resultato i demagoghi del 1793 all'epoca della terribile anarchia avean fatto cadere le teste delle da loro odiate persone, gavazzando nel sangue più puro e più innocente, senza rispetto all'età, al sesso ed al grado. Basilio aveva in cuore l'anima di Robespierre e di Marat; e se fosse permesso di credere alla metempsicosi, io vi direi che l'anima infernale di uno di quei due mostri fosse trasmigrata nel corpo del signor Basilio. Ma nell'eccesso del suo sfrenato desiderio esso uscì dal gabinetto senza direzione veruna e come se, appena uscito, avesse potuto raggiungere i due personaggi, farli arrestare dal popolaccio e tradurli in prigione. Egli forse sperò incontrarli, riconoscerli alle loro vesti, alle loro fisionomie quando avesse comodo di fissarli. In questa speranza e per la fretta di giungere al suo scopo, non pensò a dimandare qualche schiarimento al demagogo o ai giovani dell'ufficio di lui. Giunto che fu sulla Piazza d'arme, si avvide del commesso sbaglio e se ne morse le mani. Dove saranno alloggiati? disse fra sè: in questo stato di disordine ei sapeva che le denunzie fatte al comitato di sicurezza circa i forestieri erano molto incomplete. Da una parte si rasserenò pensando che neppure Bruto avesse saputo dirgli qualche cosa intorno alla dimora dei due, ed infatti ciò era vero; tanta fu la sorpresa in cui gettò quell'agitatore la comparsa improvvisa dei due antichi colleghi che non aveva pensato a dimandar loro dove dimorassero e se si trovassero in Livorno sotto il loro vero nome; e forse, quando pure ciò avesse loro dimandato, noi abbiamo ragione di credere che non sarebbe stato soddisfatto nelle risposte. Il signor Basilio dunque si dispose almeno per il momento a far da sè ed a fiutare come un bracco le peste del cervo o della lepre; e pensando che più facile gli sarebbe stato rinvenire coloro nei luoghi più frequentati, si diresse quasi trafelante verso la bocca del Porto, urtando senza pur chiedere scusa or l'uno or l'altro di tanti che si trovavano sulla via, i quali, non conoscendolo, lo presero per un matto, mercanzia umana in grande abbondanza in quell'epoca a Livorno. Tali altri, conoscendolo, si guardavano in viso come per dirsi: Eh! esso oggi è l'uomo del giorno, l'uomo di affari, bisogna scusarlo; le grandi cure che lo molestano, non gli permettono di fare cerimonie.

Sul canto di via della Tazza, allora detta Via Marsillana, stava un banco di arance di Portogallo l'une sopra le altre a piramide; per sventura del povero rivenditore, un'acuta estremità del banco medesimo s'internò nella fodera delle falde dell'abito del corrente signor Basilio, il quale, non arrestandosi per il contrasto, fece sì che trassesi dietro per un poco la panca, ed ecco rotolare a centinaia le arance per terra, con gioia immensa degli sfaccendati, dei ragazzi, e risa anche degli adulti; mentre il signor Basilio, credendosi preso per le falde dell'abito da qualche persona che volesse alcun che, cui egli divisava di non dar retta, urlava senza guardare e gridava:

—Fermatevi, fermatevi, non mi trattenete; si tratta della salvezza della città.

—E si tratta della salvezza delle mie arance, urlava dalla sua parte il povero rivendugliolo; nessuno vi ferma, è voi che dovete fermarvi.—

Ma la corsa del signor Basilio doveva inevitabilmente essere trattenuta, perchè la panca che stava attaccata alle falde di lui, avendo nello strisciare per terra fatto cadere delle persone che passavano per direzioni opposte a quella dell'infaticabile persecutore, si levò un gridìo, una diavoleria, e ben tosto il signor Basilio si vide circondato da persone e ceffi minacciosi, e davvero questa volta preso per l'abito e tirato da tutte le parti.

—Perdio! questo è un procedere da bestia, gridava un tale rialzandosi a stento da terra e zoppicando colla gamba destra; ahi ahi! che sbucciatura! che frizzore! ma da quando in qua si cammina colle panche attaccate al vestito?

—Oh il mio occhio! strillava un altro lacrimando e turandosi l'occhio sinistro; ho avuto un bel fare a metter le mani avanti che un sasso mi si è cacciato sotto, e sarò per divenir cieco.

—Che impertinenza! che sfacciataggine! gridava come indiavolata una vecchia signora di circa sessant'anni che era, per causa di quella maladetta panca, caduta con la gonnella alzata sopra il marciapiede, ed aveva sopra di sè un ricco Ebreo, la cui grossa pancia non temeva confronto di quella del basso cantante Lablache, essendo del peso di cinquecento libbre almeno. Che birbonata è questa, saltare addosso in questa guisa? aiuto, aiuto!

—Per Mosè, per Aronne, per Baruch, ahi ahi! cara lei affogo! per Esdra e Neemia, signori, cioè cittadini, chi mi aiuta a sbarazzarmi da questa vecchiaccia la quale mi ha incatenato un piede con lo strascico di sua gonnella?—

Ed invano gridavan tutti quei poveri caduti; troppo ci vorrebbe a numerarli tutti ed a trascrivere gli accenti d'ira, di bestemmie, non meno che i lazzi curiosi che facevano crepar dal ridere: e, come ben pensate, lettori carissimi, neppur uno di quelli che erano all'intorno dei caduti divisava di dare aiuto ai meschini attrappati dalla panca del signor Basilio; ma invece si divertivano a far calca all'intorno di quel mucchio di gente, la quale dava uno spettacolo ridicolo. Così ognuno dei caduti, vedendo che da niuna parte veniva soccorso, pensava di alzarsi da sè, chi colle mani, chi col bastone, chi col gomito; ed in fatti si alzarono alla meglio che poterono, gli ultimi la vecchia e l'Ebreo, i quali, stirando le gambe e spolverandosi la giubba e tirandosi giù la gonnella, alzati che furono, si guardarono in cagnesco.