Fa duopo lasciare per il momento i due nostri perseguitati in mano del popolo furibondo; il che certamente starà loro in luogo di terribile lezione. Lasciamoli dunque, sicchè abbiano tempo di fare amare riflessioni e pentirsi delle utopie di cui furono vaghi, sto per dire, tutto il tempo di loro vita. Il periglio in cui si trovano, se non servirà loro di emenda, servirà, non vi ha dubbio, di esempio a chi, nutrendo nel cervello le idee più fantastiche, fosse preso dalla smania di imitarli. Intanto noi anderemo al palazzo del proconsole, dove già ci ha preceduto il nuovo Bruto.

Costui, tuttora coll'animo inquieto per la comparsa improvvisa degli antichi compagni di partito, si stava pauroso che essi volessero rovesciare il piano di cose da lui con fatica di tanti anni edificato, rapirgli, non dirò la gloria, poichè la gloria era la vernice del quadro, ma il tesoro ed il potere, preziosi gioielli per quel genio di cupidigia e di superbia. Cresceva il malumore del nostro personaggio la nuova che il bravo Catone così di slancio si fosse impadronito del posto eminente e, come dice il proverbio, gli avesse fatta una finestra sul tetto. Pieno d'ira avrebbe veduto volentieri fucilare i vecchi compagni Giovanni ed Alfredo e per giunta anco Catone: se non che la prudenza e la finzione gli suggerivano di spingere solamente lo sdegno popolare contro Giovanni ed Alfredo, ch'ei ben sapea poter avere pochi aderenti in città ed essere venuti alla ventura ed a pescar nel torbo; mentre era a lui vantaggioso adulare ed avvicinare Catone, presentarsi col miele sulle labbra ed allargarsi il meglio possibile, simulando un affetto dei più sviscerati. E perciò, fattosi annunziare dalle guardie del nuovo reggitore, si fu al di lui cospetto in una sala delle più leggiadramente adornate dell'appartamento.

—Si può inchinare la novella Eccellenza, prese a dire tenendosi fra il brioso ed il serio e facendo per altro cenno di rispetto curvando la schiena.

—Poffare! sei tu che mi vieni con queste nonnate? a banda gli scherzi; appunto aveva bisogno di te: tu mi lasci negli impicci….

—Per…. sclamò Bruto rassicurato che almeno in apparenza il potente non voleva omaggi. Per…. sei tu che mi rimproveri? è strano; ed io invece doveva rimproverar te.

—Mi burli?

—Dico sul serio per…. ti cacci nientemeno nel posto di timoniere di questa barca e non avvisi il piloto.

—Graziosa questa metafora e non mi dispiace; ma che vuoi ch'io ti dica? sarà forse due ore ch'io mi trovo qui a regere et gubernare, e tanto è lo sbalordimento del balzo o meglio della salita che non ho avuto tempo di ripigliar fiato per fare scrivere le officiali di nomina agli altri poteri della città. Ti prego dunque di disimpegnarmi dalle formule dell'etichetta diplomatica; d'altronde tu vedi bene che bisogna in prima che cominci a far conoscenza con queste superbe suppellettili dalle quali sono circondato, poscia coi miei segretari e per ultimo col portinaio. La mia elevazione subitanea non mi ha anche permesso questa indispensabile ricognizione, fra cui vuolsi por per la prima quella della cassa proconsolare. La mia è stata a un dipresso come l'elevazione di Vespasiano; le turbe lo acclamarono e sopra uno scudo lo elevarono al cospetto dei sudditi: io sono stato inalzato collo stesso entusiasmo sopra un fondo di botte nella piazza dell'erbe; ma ciò non vieta che sia valida l'elezione per acclamazione piuttostochè per plebiscito.—

Bruto si mise cordialmente a ridere e porse al caro amico un grosso abbraccio.

—Mi rallegro teco, riprese il primo con effusione di cuore. Tu stai bene dove sei, ed io ti ci sosterrò.