—Lo credo.—

I due amici, nelle cui mani stava pur troppo la misera Livorno, sorridevano di compiacenza e si fregavano le palme delle mani; quando un romore di popolo che si avanzava con urli e fischi a suono di acclamazioni e di tamburi troncò i loro ragionamenti. A tal romore la curiosità spinse quei due ad affacciarsi al verone che dà sulla piazza, sicchè ebbero agio di vedere, dalla parte di via Grande ossia dalla tromba, immensa folla di popolo che teneva dietro ad una fila di militi in mezzo ai quali sembrava fossero delle persone arrestate.

Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a malgrado di una vigorosa resistenza, a malgrado che facessero conoscersi antichi amici del popolo, a malgrado i loro generosi sensi di oneste speranze, aveano dovuto soccombere sotto il peso degli oltraggi dell'armi e dei più violenti trattamenti. Procedevano essi colle mani legate a tergo e stretti ai fianchi da quattro manigoldi che loro tenevano a forza le braccia; imprecazioni orribili echeggiavano per l'aria, e li accompagnava il suono di scordati tamburi. Il signor Basilio eccitava sempre più l'ira della sfrenata plebe contro i miseri arrestati, e brandendo per l'aria la canna d'India a guisa di spada, avendovi posto il suo fazzoletto di seta rossa a mo' di bandiera, urlava fino a perdere il fiato:—Fucilate costoro, fucilate gli empi che vengono a spargere la zizzania fra noi! costoro vorrebbero venderci.

—Morte, morte! urlava il popolaccio.

—Ammazziamoli subito! gridarono più voci di forsennati.

—Intanto la piazza sempre più e più si gremiva di gente che sboccava al trambusto da tutte le vie, e cresceva la folla ed il trambusto stesso. Le finestre pure delle abitazioni erano gremite di persone curiose.

—Ammazziamoli subito! seguitavano ad urlare quei demonii.

—Facciamoli prima confessare, gridavano i pacifici.

—Facciamoli palesare i loro compagni, urlavano i prudenti.

—Li faremo fare doppia confessione, dicevano i filosofi.—