Tutti quei forsennati in mezzo a così luttuosa scena ebbero il cuore di ridere alla dotta osservazione del capitano. Terminato lo schiamazzo, il capitano riprese la parola dicendo:
—Dunque appena sapremo chi sono, li potremo per la più lesta spellare vivi, ossia scorticare.—(Ognun sa che il capitano era uno scorticatore di pesci.)
Dopo di lui vennero a parlare i beccai, i fabbri, i falegnami, ecc., ed ognuno insisteva perchè i due sventurati fossero fatti morire per mezzo di istrumenti propri del loro mestiere. In tanta lascivia di sangue, in tanta sfrenatezza di popolare licenza, due soli uomini che mestamente seguivano i furibondi e, forse con l'animo pio di sottrarre le vittime a tanti carnefici, fra loro bisbigliavano:—Ah! ci aiuti Dio: in quali mani siam caduti!
—Eh! ma non sento l'ira per questi di quaggiù, bensì per quelli di lassù.—Ed indicava Bruto e Catone che dalla loggia del palazzo proconsolare guardavano con indifferenza e brutto sogghigno la turba insultante e fremente.
—Mi sdegno con quei due e con quel seguito di congrega; e che sì, sono pochi ed hanno ammaliato tanti! ma guarda veh! soggiunse in tono profetico, ha da venire anche per loro il Dies magna.
—Et amara valde.—
Quindi tacquero: e buon per loro che nessuno li intese, altrimenti la festa che quei manigoldi eran per fare ad Alfredo e Giovanni sarebbe pur troppo toccata anche ad essi.
Peraltro alla scena di terrore e di pietà doveva succederne altra.
Dalla parte del porticciuolo ecco venirne un drappello di giovanetti armati di fucile, i quali avevano per capo un elegante giovane di forme robuste che, sguainata la spada, si cacciò urlando di fronte a coloro che tenevano i due prigionieri, e in un attimo i suoi compagni trassero i colpi di fucile; cui fu risposto dai militi che guidava il capitano pescivendolo.
—Furfanti, gridava il giovane eroe, furfanti! lasciate le vittime, lasciate le vittime.