—Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a più tardi lo sfogo della vostra pietà, non mi togliete colle vostre lacrime quel coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi sa se, perdendolo adesso, potrei mai più ricovrarlo? d'altronde mi è necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha diritto che sia svelato: questo segreto non può nè dee rimanere sepolto nella mia tomba.—
Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel promisero, ed ella continuò:
—Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere per me sciagure più tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate. Sappiatelo, sì, sappiatelo…. io pure sono madre!…—
Alle due donne sfuggì un'esclamazione di sorpresa.
—Cielo! e la tua creatura?
—Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di tribolazione.
—Ah!… esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda.
—O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari dell'essere infelice che diedi alla luce.
—Prosegui…. ah! prosegui.
—Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi, abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finchè non piacque a Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto meraviglia. Ma ahimè, ahimè!…—Giunta a tal punto Angiolina non ebbe più forza di proseguire, chè un dirotto pianto ed opprimente singulto alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un poco rimessa,—Ahimè! proseguì, era segnato nel libro fatale del destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar madre, perchè il figlio non dovesse arrossirne, perchè il mondo non stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor più! Ma come scoprire il padre del frutto delle mie viscere?… Cresceva intanto nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi può narrare ciò che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poichè il primo di lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che può mai impedire ad una madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un dì su questa terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei luoghi ove la pietà degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del disonore. Una vertigine mi colpì: un segno, un segno era indispensabile onde se un dì sulla faccia di questa terra lo avessi scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti volavano; il più piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gettò uno strido: io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il frutto della povertà! il frutto del disonore! Orrore, sangue, maledizione: eppure io era nata innocente.—