—Ebbene che pensi tu fare adesso?

—Il mio piano è fissato; il segreto che per tanti anni ho tenuto nel fondo del cuore è svelato. Fra poco noi ci diremo addio, e voglia il cielo non sia eterno: scenderò a terra travestita da uomo; già, vedete, ho fatto tagliarmi i capelli, che vi lascio per eredità.—

Sentendosi cadere le lacrime dal ciglio per la commozione, fu pronta a dire:

—Scenderò a terra; è duopo che mi trovi a faccia col mio…. (e non ebbe forza di proferire i nomi che al mondo sono i più cari ma che per quella misera erano un argomento di orrore). Lo vedrò colui, deh! potessi ritrarlo dal lezzo de' suoi misfatti…. Dio mi aiuterà…. e…., non oso concepire questa speranza, se una sola, una sola consolazione, la più grande ch'io possa imaginare…. se mio figlio….—La forza delle lacrime le tolse la parola.

Di lì ad un'ora Angiolina, armata e vestita da marinaro, era a Livorno nel drappello dei giovani che Selvaggio aveva condotto in città alla ricerca di Giovanni e di Alfredo.

CAPITOLO XXVII.

Varietà.

Otto giorni dopo i fatti descritti nel capitolo decimoquinto, Bruto e Catone non si trovavano più a Livorno: la loro ambizione aveva trovato il modo di collocarli in seggio più alto; il che a noi basta indicare, non ci volendo spiegare di più, poichè non scriviamo una storia, ma bensì un romanzo. E non ci faccia specie la celerità con cui s'incalzavano gli avvenimenti. Succedevano mutamenti di ogni genere a quei giorni, inquantochè questa sorprendente celerità non è finzione romantica, ma è una verità che sarà oggetto di maraviglia nei posteri.

Dunque, tornando al filo del discorso, vi dirò che i due caporioni demagoghi erano iti più su di quello che credevano, e nei loro posti a Livorno erano subentrati per la parte civile il famoso signor Basilio e sul militare il capitano Grongo con altri loro pari, e certo non passeremo sotto silenzio che fra questi vi erano il vecchio oste dei Tre Mori ed il degno suo genero, il marito della elegante signora Concetta. Costoro, assunte le redini della città, spalleggiati da un numero straordinario di seguaci, ordinavano, disordinavano, abbattevano, creavano, insomma erano gli arbitri di tuttociò che costituisce il potere. I giornali in tanto trambusto magnificavano la longanimità di quelle turbe sfrenate che ebbero tanta virtù di non svaligiare i pacifici cittadini, di non dare il sacco a quella città ormai in potere dell'anarchia; e se ciò avvenne, parrebbe cosa sensata attribuirne tutto il merito alla provvidenza, la quale per i suoi ammirabili fini volle risparmiare ai buoni una nuova e più terribile sequela di dolori, e non alla mitezza del mostro popolare scatenato; e se questo rimase innocuo, fu certo per uno di quegli strepitosi miracoli in forza dei quali furon talvolta veduti girare innocui per fiorenti città leoni scatenati e fuggiti dal serraglio.

L'inalzamento vicendevole dei capi demagoghi e del signor Basilio e due sette formatesi nella stessa città, una delle quali avea per capo il nominato zio Neri, giunte ad azzuffarsi tra loro, ritardarono il supplizio a cui dal signor Basilio era stato destinato il misero Giovanni, coperto di ferri e languente nelle segrete più dure della fortezza vecchia in quel torrione che ha le pareti esterne tuffantisi nel mare di là dalla darsena. Giovanni in quel profondo dava luogo ad amare riflessioni e ripensava come circa ventott'anni addietro, tutto infiammato di amore per quel popolo che adesso lo aveva destinato a morte, sfidando immensi pericoli, sprezzando disagi, si era fatto a penetrare in città sotto il travestimento di un caprone, scalando una muraglia vicino al forte ove si trovava or detenuto. Nel fare quelle riflessioni, alfine compiangeva il popolo che in pochi giorni fa passare dall'Osanna al Crucifige i suoi protettori; non disgiungeva queste riflessioni dal pensiero della propria salvezza, rimulinando come frangere i suoi ferri, come salire alla prima ferriata della torre, come da quella precipitarsi nel mare e nuotando raggiungere la corvetta. In questi pensieri passava notte e dì, non osando chiedere ai custodi notizie della moglie e dei figli, per non esporli alla tremenda ira popolare, consolandosi nel supporli tuttora sul naviglio e credendo di sicuro che Alfredo o Selvaggio li avrebbero potuti raggiungere colà. Disperando poi della propria salvezza, misurava con freddo occhio l'avvenire; e quando tutto, ahimè! dicevagli impossibile la sua fuga, si rassegnava alla morte con quel ferreo coraggio che non gli era mancato giammai nelle tante vicende della turbolenta sua vita. Io sono stato infelice, diceva fra sè, dalla nascita, dovrò esserlo fino alla morte immatura che mi si prepara: così era scritto nel destino. Ma se non lascerò ai figli in retaggio la mia vendetta…., io lascerò loro il più eloquente esempio del come fuggir debbansi i matti delirii di emancipazione sociale la mercè di sêtte. Deh, diceva l'ex-demagogo, voglia il cielo che lo spirito bollente e cieco del padre non siasi instillato nei figli e che essi già non sieno infetti dalla tabe delle rivoluzioni e delle segrete società! Questi presso a poco erano i soliloqui ed i pensieri di Giovanni durante la sua detenzione, nel periodo della quale l'audace signor Basilio aveva osato di fare più visite alla sua vittima pel piacere di aggravare colla sua odiosa presenza lo stato del prigioniero. Ma i suoi desiderii erano rimasti frustrati: imperocchè Giovanni non era una di quelle femminelle a cui gli stenti della prigionia indebolissero gli spiriti, e la vista del persecutore facesse paura. Giovanni in ognuna delle insultanti visite del signor Basilio, per qualunque modo che tenesse quel proteiforme birbante, aveva opposto un invincibile silenzio. Il più pretto stoicismo stava impresso sulle labbra dell'ex-capitano dei demagoghi. Perciò agl'insulti sanguinosi, alle melate parole, alle frasi dolcissime o minacciose del signor Basilio aveva risposto con uno di quei sogghigni da far sempre rientrare e rannicchiarsi in sè stesso il corpicciolo basiliesco. Alla perfine il persecutore aveva risoluto di non più tornar a visitare il prigioniero, dappoichè ne soffriva più il visitatore che il visitato, e risoluto altresì di affrettare l'invio all'altro mondo dell'odiato rivale.