Durante l'esercizio del supremo potere nell'anarchica città, invano aveva tentato d'impadronirsi di Rosina e di Esmeralda, da lui sapute sulla corvetta; quell'asilo era inviolabile: invano procurato di avere fra gli artigli Alfredo e Selvaggio; di costoro ignorava l'asilo, eran essi scomparsi sotto l'egida formidabile dello zio Neri, il capoccia dei pescatori di bocca d'Arno e del Calambrone. Tutta l'ira dunque dell'uomo feroce erasi concentrata sulla persona di Giovanni, e questa non aveva potuto ancora sfogarsi, dappoichè a guardia del misero si stavano armati appartenenti a due partiti.

Così volgevano le cose, mentre le calde preghiere di Rosina, di Esmeralda, di Ofelia e delle altre creature delle infelici famiglie disarmavano la collera celeste, e la operosità di Alfredo e di Selvaggio, coadiuvate potentemente dallo zio Neri, andavano pensando ad un mezzo di salvezza del prigioniero. Noi lasceremo frattanto le donne ed i fanciulli pregare sulla corvetta; Alfredo, Selvaggio con lo zio Neri: e lasceremo Giovanni a meditare ed alternativamente a far lo stoico in prigione, per assistere alle più bizzarre funzioni che un popolo aberrato potesse inventare. Prima di lasciare Giovanni, peraltro conviene avvertire che nell'ultima visita il signor Basilio fu accompagnato da un giovane con capelli rasi, vestito da marinaro, di svelto portamento e di occhi languidissimi, d'incarnato simile ad un mulatto. Costui non aveva mai parlato durante il colloquio o piuttosto monologo del signor Basilio, inquantochè, come già sappiamo, Giovanni non degnossi rispondergli; ma quando l'occhio del prigioniero si affissava sul volto del compagno del signor Basilio, cercando di richiamarsi a memoria i tratti di un volto che credeva per certo aver veduto altre volte, quel marinaro non si stancava di rispondere a quelli sguardi scrutatori con altrettanti di significante intelligenza e di marcatissima pietà. Giovanni questa volta possiamo dire che non dette neppure materialmente ascolto al velenoso Basilio, tanto era occupato dalla presenza di quell'incognito misterioso, i cui sguardi eran così espressivi; s'andava lambiccando il cervello per indovinare chi mai fosse, e pel raziocinare il più sottile andava lungi mille miglia. Gli parea aver veduta quella stessa fisionomia e come di volo, come una visione, fra i componenti il drappello di Selvaggio; ma d'altronde non avea idea di aver veduto quel mulatto fra l'equipaggio della corvetta. D'altronde pensava: come mai? se costui fosse stato in quel drappello di valorosi, sarebbe adesso al servizio, dirò di più, nella intimità del signor Basilio? Ma il tempo in cui il signor Basilio tribolava il prigioniero ebbe pur fine, e così il nostro Giovanni rimase privo della gradita vista dell'incognito; la sua sorpresa crebbe allora che, nel voltarsi che fece il vile persecutore verso la porta della carcere, l'incognito popolano, alzati gli occhi supplichevoli con dolcezza, gettò nella prigione un piccolo foglio ripiegato che, appena partiti i visitatori, Giovanni raccolse premurosamente, ed apertolo vi lesse in inglese queste parole:

Giovanni, confortatevi, i vostri vivono in libertà, voi la riacquisterete: fermezza e coraggio!

ANGIOLINA

Dopo tal biglietto Giovanni non ebbe più dubbi; tutto gli faceva ravvisare nell'amabile incognito la virtuosa e sensibile donzella che al certo era una molla principale della salvezza comune. Giovanni si sentì come rinascere a nuova esistenza, benedisse il cielo, benedisse la cara giovane e sperò.

Io qui vi descriverei la più bizzarra delle popolari aberrazioni, una funzionaccia plateale in cui più d'un facchino sperò diventare un Ercole novello e più di un ladro d'aringhe oscurar la fama di Bacco, se avessimo bisogno di tenere dietro agli errori del popolo per convincerci che questi nella maggior parte hanno origine dalla miseria, dalla fame, dall'abbrutimento, dall'ignoranza. Lasciamo adunque la scena e ritorniamo ad Angiolina, che abbiamo già veduta al fianco del signor Basilio, persuasi che i nostri lettori saranno desiderosi di conoscere se costui nel gentile domestico mulatto sapea di aver al fianco la figlia.

Noi ci ricordiamo certamente che il signor Basilio intervenne alla colazione demagogica nel palazzo di Catone, ove terminarono per essere tutti ubriachi; anche il nostro eroe bigotto si ritrasse mal reggendosi sulle vacillanti gambe e si diresse appoggiandosi sulla sua canna d'India verso la propria abitazione. Angiolina, appena vide in salvo Alfredo e Selvaggio, risolse di restare in città, di accostarsi al signor Basilio anche col fine di giovare al povero Giovanni rimasto in preda dei forsennati. Senza deporre il suo marinaresco abito e senza punto togliersi dal viso quella vernice applicatasi con unto di noce di cocco, che le dava una tinta di mulatto; senza in specie lasciare il pugnale che teneva a cintola e la carabina che avea sulle spalle nè le cartucce che teneva nella giberna legata ai fianchi da una striscia di cuoio, si pose sulle tracce dell'uomo da lei cercato e che ella aveva ravvisato benissimo a quei lineamenti, ahi! troppo impressi nella sua mente e nel suo cuore fin da quando si era incontrata nella turba di coloro che menavan legati Giovanni ed Alfredo, ma che poi aveva veduto sparire dopo la disgrazia del primo e la salvezza del secondo. Rivoltasi ad un popolano, gli aveva domandato:

—Di grazia, cittadino, vorresti tu indicarmi l'abitazione del signor
Basilio, di casato….?

—Non occorre il casato, aveva risposto il popolano sogghignando, mio bel marinaro; il signor Basilio è uno di quegli uomini che per essere conosciuto universalmente non ha bisogno di un cognome. Esso è così celebre che anzi lascerà che il suo nome battesimale si trasformi in casato e che tutti coloro i quali al mondo avranno la felicità di possedere i suoi requisiti possano chiamarsi la famiglia dei Basilii.—

Angiolina, che sapeva pur troppo qual fosse la specie delle virtù del padre suo, si affrettò a soggiungere: