—Quanto vuoi?

—Oro ne avete? sclamò Neri guardando la scarsella de' suoi protetti.

—Abbiamo gioie, zecchini e cedole di banco alla corvetta.

—Bene benissimo! e tirò giù una delle solite sorsate del da noi conosciuto rhum di contrabando. Bene benissimo! quattrini, ed al resto penso io…. Domani all'alba col mio battello alla vela io e voi andremo alla corvetta e porteremo qui Rosina, Esmeralda, i ragazzi, le bambine, insomma chi vorrete. Per Sant'Andrea protettore dei pescatori, che caschi il mio naso nell'Arno se non siamo più sicuri qui fra queste alghe, fra queste macchie che sotto il cannone della corvetta. Sì, signori miei: e chi vi dice che ad un rovescio di cose non potessero ricovrarsi sulla corvetta stessa i vostri nemici? e allora, oh che brutta mescolanza! non sapete che costoro tengono il miele sulle labbra e il rasoio a cintola? Su, su dunque: dimani a bordo; e poi è tempo di finirla con queste faccende; alla demagogia (come la chiamate voi altri dotti) tien dietro la rovina della libertà.

—Voi mi fate stupire, disse Alfredo.

—Perchè son un pescatore: ah! ma non sapete che val più l'esperienza che non i vostri libracci? so che voi siete un famoso capitano, ma quanto alle furie e alle bravate popolari ne saprò più di voi: fuoco di paglia fa molto fracasso e più fumo e poco dura; ne ho vedute tante dal 93 in poi! che so io? le son faccende le quali van sempre a terminare poco bene.—

L'indomani del colloquio che noi riferiamo l'antica dimora di Esmeralda e di Selvaggio quella divenne di tutti i nostri personaggi che sappiamo rimasti sulla corvetta. Il loro arrivo, la loro dimora fra quei boschi fu cosa tanto celata che non vennero a saperla neanco i pescatori vicini; d'altronde noi già conosciamo come il vecchio zio Neri sapesse cacciarsi le mosche dal naso in proposito di curiosi.

S'avvicinava un momento terribile.

A Livorno il signor Basilio aveva avuto qualche sentore di mutamento di cose; e siccome la vita di libertinaggio che gli permetteva l'attuale sua posizione demagogica gli andava a genio più d'ogni altra, egli ch'era stato, diremo, di diversa fazione, quando i pensatori di quel genere erano in fiore s'era finto liberale per prudenza. Al primo bucinare di progressismo, era adesso proprio di cuore e di mente un demagogo indiavolato; e se qualcheduno storcerà i labbri e tentennerà le spalle in atto dubitativo, noi lo inviamo al frontespizio del libro, ove, conoscendo che si tratta di un romanzo, capirà che non siamo obbligati che a star nei limiti del possibile.

Il signor Basilio aveva avuto sentore, io vi diceva, di un certo movimento di truppe straniere, aveva stretto intorno a sè i più fedeli, aveva divisato sè resistesse colla forza a qualunque armata minaccia; e, fatte sul serio cose ridicole, si apprestò a qualunque evento a vigorosa difesa. Già Livorno, convien dirlo ad elogio di molti buoni di cotesta città, era divenuta una fogna, ove era penetrato ogni genere di colaticcio demagogico da tutte le parti del mondo, ed il signor Basilio poteva disporre di molte migliaia di disperati i quali senza patria, senza tetto, senza onore, senza un soldo, senza religione, senza speranze, vivendo alla giornata, erano riputati talmente capaci di ogni eccesso che i savi ed onesti Livornesi temevano più di essi che di quanti potessero piovere addosso di fuori. Taluni dei buoni, per sfuggire il prospetto continuo di esecrabili intemperanze, erano emigrati dalla città più solleciti, più premurosi di quello che anni indietro non lo erano stati nel fuggire dal choleroso contagio. In mezzo al coraggio ed alla paura il signor Basilio, lasciato il circolo popolare ove discutevasi ed approvavasi la proposta di difesa all'ultimo sangue in caso di assalto, tenendo attivi i fili elettrici che non avevano tregua nella trasmissione dei consigli e dei progetti fra il signor Basilio et adepti ed il potentissimo Bruto, si condusse nel segreto del suo palagio, ove il nuovo suo servo indiano Angiolo, a lui versando il caffè in una tazza di porcellana del Giappone, si decideva al gran passo della rivelazione.