E curvossi su lei pietoso ma invano. L'inumano stringeva un cadavere;
Angiolina era morta.
CAPITOLO XXIX.
Ultima scena.
Per la prima volta il signor Basilio fu tocco da un sentimento che molto si avvicinava all'affetto ed alla pietà: il pungolo del rimorso entrò pure per la prima volta nell'egoista suo cuore; nel contemplare quelle angeliche sembianze, or fatte cadavere, sentì un brivido corrergli per tutte le membra. Gran Dio! Egli contemplava il cadavere della più infelice creatura; un'immensità di avvenimenti gli tornava al pensiero, e, convien pur dirlo, nel vedere spenta quella soave fanciulla, il dolore penetrò nelle sue viscere, desiderò la vita di lei; perchè mai? per far felice quella creatura. Ah! guai a coloro che, per beneficare, hanno bisogno di vedere innanzi a sè cadavere chi dovrebbe risentirne il benefizio.
La brutalità dell'empio era cessata. La prima lacrima era spuntata su quel ciglio che aveva saputo rimanersi asciutto al cospetto delle umane infelicità e dai tanti misfatti di cui era stato continuo autore. La benda dell'egoismo, la più fatale perchè l'uomo s'inabissi nelle colpe, era alfine caduta. Ahimè troppo tardi! La infelice ma sempre ognor più cara Angiolina lo aveva detto nell'eccesso del suo delirio, allo scoppio di quelle salve di artiglierie che aveva intronato le finestre del superbo palagio: Ecco la giustizia di Dio! Il dolore pertanto di vedere che questa era pur per piombare sul capo del padre suo aveva affrettato il termine di quella vita sempre dolorosa da lei menata quaggiù; ed era volata al cielo quale anima purificata dalle sventure, con la speranza di chiedere al Dio delle misericordie perdono per il padre, protezione per quel figlio che la misera madre, ahimè! più non doveva rivedere quaggiù.
Ma la giustizia di Dio è inesorabile. Quella detonazione di artiglieria annunziava che erano giunte pur troppo armi straniere alle mura della città. Essendo state serrate le porte al primo apparire delle falangi ostili, queste avevano tosto incominciato il cannoneggiamento. Al rimbombo di questo il signor Basilio si scosse dal suo letargo o meglio dal suo stupore: un brivido l'assalse; la profezia dell'infelice sua figlia gli romoreggiava alle orecchie più che il suono fragoroso del cannone e della moschetteria. Sollevato il corpo esanime della giovane, con atto dolce e mesto lo depose su quello stesso divano su cui un'ora prima aveva seduto con pensieri tanto diversi. Quasi mentecatto, era per uscire di casa abbigliato siccome si trovava, quando disperate grida dei suoi proseliti che ad alta voce il chiamavano lo fecero ritornare in sè stesso.
—Eccomi, eccomi, gridava come forsennato, eccomi, che volete da me?
—Alle mura, alle mura, schiamazzavano centinaia di cittadini armati chi più chi meno, alle mura: ne abbattono la cinta.
—Eccomi, eccomi! seguitava a dire il signor Basilio mentecatto, senza pure trovare l'uscita della stanza.
Intanto il suono di tutte le campane a martello, le grida feroci del popolo eccitato dai facinorosi, gli urli e i gemiti delle donne e dei fanciulli, lo scoppio dei razzi, delle bombe, delle palle di cannone e dei moschetti assordavano l'aria.