Quando il sole comparve sull'orizzonte e tracciò il primo suo raggio sul volto del reprobo, ei ne provò un brivido mortale: quell'astro sorgeva ed ei non doveva vederne il tramonto; la profezia della figlia gli si era cacciata nel cuore.

L'assalto ricominciò più furioso; a centinaia cadevano quei forsennati che si appressavano alle debolissime mura della cinta: La città, fatta più saggia, parlava di capitolare, ma la fatale bandiera nera, funereo segno di provocazione e di esterminio, tuttora stava sventolando per l'aere.

Ma chi può dire di qual palpito battesse il cuore di Giovanni? egli sentiva giunto il momento o della sua liberazione o del suo fine; il suo cuore, aprendosi all'allegria, quasichè presagisse il termine delle sue sventure, si spezzava all'idea medesima del trionfo degli assalitori. Egli non poteva ristarsi dall'amore verso il popolo, ei lo sentiva davvero, ma, traviato da erronei principii, anche egli, non volendolo, aveva contribuito a quell'accecamento di cui noi lo vedemmo sui primordi di questo libro gettare i semi funesti.

Poche braccia lo separavano dai suoi più cari.

Su questo piede andavano le cose, quando i partigiani dello zio Neri, alcuni dei quali erano a guardia presso Giovanni, udendo come le cose dell'assedio potessero andare avanti poche ore, avvisaronsi di potere impunemente sciogliere dai ceppi il misero prigioniero; e gli altri custodi lasciarono che si aprisse il carcere dando ad esso la libertà.

Il primo movimento di Giovanni fu di cercare una spada, un fucile e di avviarsi al luogo del combattimento; quell'anima ardente aveva scordato tutti i torti, gli strazi del popolo ingrato; ripigliando la sua nobile energia, egli sperò far trionfare i principii che dal nascere aveva incarnati nel cuore, sperò di redimere il popolo, di farne un eroe; già si avviava per la via che conduce alla porta, e, al suo bollor guerriero rinato il coraggio in molti giovani, si vide quando men lo pensava circondato di una numerosa falange. Osò credersi fortunato, osò sperare; ma un lugubre spettacolo, in quell'ammasso di scene dolorose, venne a trattenere la sua marcia guerriera. Incontro a lui ed al suo drappello, ecco venirne una brigata di donzelle vestite di bianco con funebri ceri in mano e un velo nero in testa. Costoro accompagnavano un cadavere situato su di una barella, che era scoperto e circondato di fiori. Giovanni, diviso in due il drappello, si ritrasse alquanto…. Ahimè! sul funereo lenzuolo posava estinta la sventurata, la bella, la sublime Angiolina.

A quella vista il guerriero indietreggiò. Un gelido sudore gli cadde dalla fronte: era quella l'amica, quella che, dopo Rosina, amava più di quante al mondo. Stava per domandare spiegazione del tristo avvenimento alle donzelle, quando il convoglio proseguì silenzioso. Giovanni fissò la mesta faccia dell'estinta, e nel fondo dell'anima parvegli udire la sua voce con queste parole:

«Giovanni, Giovanni, che io, posso ora dirlo, ho amato di amore appassionato, infelice e senza speranza (puro però quanto quello delle creature celesti), vuoi tu perire come un traditore se côlto colle armi alla mano in questa sventurata città? Vuoi tu far la fine che farà lo sciagurato mio padre?»

Giovanni, ristato un breve momento, era per riaversi da quella specie di visione; quando in realtà sentì afferrarsi per il braccio e togliersi la spada.

Era Alfredo che aveva fatto quel colpo. Alfredo, che in un attimo con tutta intiera la sua famiglia circondatolo, lo trasse ad un palagio che ormai era suo. E qual era questo? e chi poteva guidarveli?