—Cessa deh! cessa, cognata mia; io non ho più forza di udirti, manco già.—E sì dicendo proruppe in amari singulti.

Rosina, che pur singhiozzava, tratta dal seno una carta, dopo averla replicatamente baciata la dispiegò e lesse:

Mia sposa adorata, mia cara famiglia: Giovanni, il vostro sventurato Giovanni, vi dà l'estremo addio. Io non posso resistere all'aspetto della distruzione delle mie più care speranze. Io volo a raggiungere il solo essere col quale le ebbi sempre comuni, per piangere e per morire al suo fianco. Non ricercate di me, inutili sarebbero le vostre ricerche. Io prendo le misure per eluderle. Se io restassi fra voi, sarei oggetto di continuo vostro dolore. Io vi lascio: sa Iddio quanto pesi il mio affanno; il cuore mi si spezza al doloroso passo, ma io non posso resistere al ferreo destino che mi opprime. Tutto è perduto fuorchè l'onore. L'unica mia consolazione, se pur posso vergar questa parola, è il pensar che il mio fine sarà di esempio ai miei figli, a' miei nipoti, onde misurino a che si riduce la vita per un cospiratore.

La mia perdita vi affliggerà meno che la presenza di un uomo disperato. Il tempo calma gli affanni; a lui affido la vostra calma futura. D'altronde a te, Rosina, lascio i nostri figli, essi ti consoleranno della mia assenza. Noi ci raggiungeremo in cielo. Desidero che il giovane Sprinel, lasciate le bandiere nemiche, faccia parte della nostra famiglia: esso è lo sventurato figlio di Angiolina e terrà luogo di quell'angiolo volato all'empireo presso di voi, mentre la di lui madre, addivenuta spirito celeste, non cesserà di spargere sulle nostre famiglie la possente sua benedizione. D'altronde, le ricchezze dell'esecrabile Basilio (cui possa aver Iddio perdonati i molti delitti) appartengono a questo giovane. È vero che quell'uomo doveva alla famiglia tua, o Rosina, una riparazione di sostanze, ma Iddio ne ha largamente provveduti senza il retaggio del reprobo. Ogni obolo che se ne versasse nella nostra cassa mi farebbe orrore; esso stilla sangue di sventurati; io l'abborrisco. Non così Sprinel: esso è legittimo erede di quell'uomo; ei ne goda i beni. Deh possa il tempo unito alle vostre carezze mitigare nel giovane Sprinel l'affanno di aver ordinato la morte del barbaro padre; pensi che così volle Iddio per punire quel peccatore delle sue moltiplicate scelleraggini, e il fine dell'iniquo serva di terribile esempio che nissuno sfugge alla meritata pena. Nel luogo che sceglierete a dimora vi accompagni la mia benedizione e quella del cielo; non vi scordate di far celebrare ogni anno una funzione religiosa per la memoria della amica nostra Angiolina. Addio: sento che sono uomo e che, se più oltre mi intertenessi a scrivere questa dolorosa mia lettera, il mio proponimento causato dall'ultimo rovescio di ogni mia speranza correrebbe rischio di vacillare. Diffido del mio coraggio di fronte ai cari sensi di padre, di fratello e di sposo. Addio, addio. Riprendi, o Rosina, il primo mio dono di amore che per tanti anni ho tenuto sul cuore come religioso deposito. Addio, addio: non piangete, addio.

Il vostro amoroso GIOVANNI.

—Amoroso? gridò Rosina, dopo avere a ciglio asciutto e con ferma voce letto la lettera sulla quale il sole che si tuffava nel Mediterraneo gettava un ultimo e patetico raggio. Amoroso? ah no, crudele, crudele! dovevi tu lasciarmi così? lo aveva io meritato? ahi misera, ahi misera!—

La forza dell'affanno aveva essiccate le lacrime sue, ma dopo quella dolorosa e ripetuta esclamazione cadde priva di sensi; la Esmeralda ed il religioso a fatica la condussero alla villa.

L'indomani cadeva l'anniversario de' funerali di Angiolina. L'oratorio venne parato di lugubri arazzi; ghirlande di cipresso coronavano la facciata del piccolo tempio, e la via che menava a quella era pur tutta sparsa di cipresso e di fiori; tutta la famiglia abbigliata a gran lutto assistè, secondo il pio costume, alla cerimonia, ed invano si era pregata Rosina di non intervenirvi.

—E che? aveva ella risposto ai figli ed ai parenti, e che? pensate voi forse che il doloroso apparato e la pia memoria mi funestino? no, anzi io non desidero che scene lugubri; sono esse sole che ponno farmi gustare la mesta voluttà di cui è capace il mio cuore straziato. Nel celebrare la funerea pompa per la memoria dell'amica, il mio pensiero vola alla memoria del caro sposo mio, che or certo è lassù fra i cori degli angioli, collo spirito di colei che lo amò quanto me, e che quanto me ne fu amata di un amore per cui sarebbe delitto l'aver provato gelosia.—

In mezzo al tempietto avanti all'ara maggiore avevano collocato il cenotafio, su cui pendeva un tappeto di velluto nero a frangie di oro ricamato dalle mani di Rosina e di Esmeralda; ai lati del monumento leggevansi queste patetiche e brevi iscrizioni: