—Sì, signora, il savio dei vallombrosani del monastero, che vi ha tenuta a battesimo e, come sapete, vi ama qual figliuola.
—Fallo passare, rispose Rosina; ma poi, risovvenendole dell'abbigliamento da festa di ballo, continuò: No, fallo trattenere un momento nel salotto, ripetigli le mie scuse; in cinque minuti metterò giù queste vesti capricciose per indossare quelle più semplici e a me solite.
—Volete ch'io v'aiuti? disse Mary.
—No, no, replicò Rosina: tieni un momento compagnia al buon monaco e, quando senti sonare il campanello, lo farai entrare.—
Mary si allontanò assentendo col capo, e Rosina si accinse a ricevere il vecchio religioso.
Non molto diversa dalla situazione di Rosina era quella di Alfredo suo fratello. L'ufficiale, terminata la festa, lungi dall'entrare nella propria camera, aveva incessantemente tenuto d'occhio le maschere col domino bianco e la camelia rossa, nella speranza d'imbattersi nuovamente nella capricciosa Esmeralda; ma alfine, avendo veduto allontanarsi a gruppi le maschere stesse ed uscire dalla festa, deposto il pensiero di vedere l'amante prima di sera, si era deciso di uscire piuttosto che serrarsi in camera, nella quale era certo che, a malgrado della veglia della notte, non avrebbe potuto prendere sonno. Avvezzo ai militari disagi, non temeva al certo la rigida stagione di mattina, ed anzi era certo che un bicchiere di rhum ed un eccellente sigaro di Avana gli avrebbero fatto obliare il sonno che andava a perdere.
Preso adunque il mantello, acceso un sigaro, uscì prendendo la via lungo il mare allora detta dei Mulinacci; pensieroso costeggiava i flutti, e l'imagine di Esmeralda incalzavalo incessantemente. Possibile, dicea fra sè, possibile ch'io, giovane e di cuor generoso…, mi sia lasciato sedurre da colei? sì, colei… questo è il miglior modo d'indicare l'incomprensibile persona. La mia amante!.. ma, gran Dio, posso io qualificarla come amante? non mi vergogno io? sì, l'amo e appassionatamente l'amo, ma i suoi costumi…. Ahimè! essa di donna non ha che la bellezza, bellezza angelica ed unica al mondo. Ma poi con chi vive?… ciò mi fa orrore… eppure non posso staccarmi da lei; pure ha una bontà, una virtù… qual può mai essere la virtù della orgogliosa Esmeralda? L'amor patrio, tenace, vero; ma ma quest'amor patrio sarà egli sincero? Non è possibile che miri al secondo fine d'inalzarsi? Ah! no, essa non lo desidera, no; e se il volesse, non starebbe che in lei a divenire la donna più famosa del mondo. La sua voce non è ella tale da formare l'ammirazione dell'Europa? Le sue cognizioni letterarie, quelle di musica, di belle arti non la renderebbero l'idolo dell'universo? Non potrebbe ella circondarsi dei più brillanti corteggi? erigersi un trono su tutti i cuori? Ma no; libera di costumi, ella sdegna il cuore d'un mondo intiero, perchè si contenta del mio, anzi facciamo, da ragazzi, a chi è più geloso. Ma ahimè a qual duro prezzo posseggo io quell'angelica persona! a qual prezzo! Ne abbrividisco: doverla vedere quasi tuttodì nella più abbietta dimora del popolaccio, circondata da femmine perdute, in mezzo alle orgie dei marinai e degli artieri, nelle bische di giuoco, nelle osterie, vestita ora da uomo ora da donna del volgo, sentirla ridere alle sfacciate e stolte parole di coloro presso cui frequenta e applaudire alle loro bestemmie! Ella così perfetta, così amabile giovane! eppure, ecco le sue continue parole. «Alfredo, io non sono di sangue nobile: lasciami coi pari miei; un giorno o l'altro io dovrò dirti: Va, va, Alfredo, con le sentimentali tue damigelle; io posso avere quanti amanti voglio, e vattene con Dio.» Ed io? figlio di un prode guerriero, non posso distaccarmi dal cerchio magico di questa amabile fata!
Ma che? tutto questo è poco. Quel suo incomprensibile fratello cui ho dovuto giurare obbedienza! io soldato giurare obbedienza e cieca obbedienza a colui? Ahimè! l'ho giurato e bisognava giurarlo. Ho ancora presente quella terribil notte in cui, ammaliato dal fascino delle potenti attrattive di Esmeralda, io la seguitai per tutti i più luridi vicoli della Venezia nuova; or compie l'anno da quella notte tremenda. Ella parea prendersi giuoco di me: finalmente ecco che bussa ad una porta orizzontale alla via, urtandovi replicatamente col piede; io mi arresto, ella mi guarda.
«Hai tu paura di me, giovinotto?» mi disse. Io sorrisi e non risposi; la botola si aperse, ma ella trattenendosi anco un istante pria di scendere: «Addio, dunque, addio: non valeva la pena di seguitarmi per lasciarmi così.»
Non permisi che proseguisse, ma con uno slancio di che conservo memoria fui accanto a lei nella tenebrosa scala della botola: scendemmo alla vista di coloro che stavano dirò ammonticchiati nella fetida stanza, dove non si vedeva che a pena a causa del fumo dei sigari e del camino, ove non si respirava perchè niuna finestra metteva in quell'antro. Mio primo pensiero fu di retrocedere; ma ella mi prese pel braccio e «Ho fatto preda», esclamò con gioia infantile, gettando su d'una sedia lo scialletto che le copriva il seno.