«Brava! urlarono insieme coloro che abitavano quella spelonca; uccelli con queste penne mai non vedemmo entrare nella gabbia dei Tre Mori.»
E così dicendo mi si affollarono attorno per toccarmi con villana curiosità l'uniforme. Io fui per snudare la spada, tanto l'ira mi accese.
«Zitti là, temerari, esclamò la fanciulla, il cui viso era raggiante di beltà. Zitti, questo signore è mio sposo.
«Tuo sposo?… Oh graziosa! e da quando in qua ti sei fatta sposa, o
Esmeralda?
«Da un anno, da un secolo, da quando mi pare. Giovane, amante della libertà, io ne seguo le leggi: ho scelto e basta.
«Ha ragione la piccina», urlarono quasi tutti e dall'ammirazione si fecero ad accarezzarmi con le mani ruvide, callose e sporche.
Non potei trattenere lo sdegno: snudai la spada sino alla fine del fodero, ma in quell'istante dieci pugnali scintillarono ai miei occhi; io mi giudicai perduto. Esmeralda trasse il suo, e fu per vibrarlo nel petto di quello dei bevitori che mi stava più vicino.
«Ah! esclamò costui, quando minacci è un'altra cosa. Orsù statti in pace col tuo ganzo; ma lévati di qui, perchè tenerume non ne vogliamo.»
Anche gli altri riposero i loro pugnali nel fodero, ed io mi sentii dolcemente tirare per la veste ed introdurre in una camera; era quella di Esmeralda. Là io doveva divenir preda del fratello e della sorella.
Questo monologo, che noi per intiero abbiamo riferito, venne fatto da Alfredo in lungo spazio di tempo ed interrottamente, ora nel fermarsi lungo la solitaria via per accendere o spuntare i sigari, ora dopo essersi qualche tempo riposato sugli scogli che fiancheggiano il mare.