La mattina, per esser d'inverno, era bellissima; un venticello leggiero leggiero increspava le onde dalla parte di tramontana, il qual vento non toglie loro quella graziosa tinta cerulea nel mare Tirreno. Si vedevano i flutti spumare su piccoli scogli e quella bianca spuma adagio adagio venire a perdersi alla riva. Il cielo era sereno ed il sole già sorto dalle colline della Valle benedetta, posta ad oriente dal luogo ove il nostro Alfredo si sfogava fra sè stesso. Alfine, uscendo dalla dolorosa meditazione, tratto l'orologio,
—Le otto? sclamò. È duopo che io mi decida; questa volta colui che impera a me non otterrà che per metà il suo intento. Sì, io avrò forza di resistere a tutti i suoi argomenti, a tutte le sue minacce. E proferì queste parole con tono piuttosto alto.
—E che farai tu? riprese una voce a lui ben cognita, mentre ei sentì persona che leggiermente lo percosse colla mano sugli omeri, e che farai? ripetè quella voce.
—Voi siete dappertutto, non fa meraviglia, rispose Alfredo rivolgendosi a colui che era sopravenuto; un démone vi guida.
—No, Alfredo…, riprese dolcemente quegli, no, Alfredo; dite piuttosto che mi guida il desiderio di compiere una grande impresa.
—Voi sempre dite così, e l'ora non vien mai.
—Ah! verrà, verrà.
—Lasciatemi, gridò Alfredo, invano mi avete seguito o incontrato; io ho bisogno di essere solo.
—E solo vi lascerò. Prima però desidero conoscere perchè volete negarmi di annuire alle mie giuste dimande.
—Ebbene… tanto varrà che io qui vel dica in faccia del mare e del cielo, soli testimoni i quali ci guardano e ci odono, o che io vel dica nell'orrenda tana della locanda infernale dei Tre Mori.