—Sì…, proseguì con accento di amara ironia, i miei amori non sono coronati dal successo dei vostri; io scelgo le taverne per cospirare, voi le scegliete per tradire vergini.
—Ah! quale linguaggio? E non fu la vostra Esmeralda che con modi, non saprei come qualificarli, mi attrasse nelle sue braccia?
—Sciagurato!! tacete: non siete degno di lei; nobile superbo, voi ignorate i costumi della plebe e li qualificate per turpi. Disingannatevi. Esmeralda, giovane ingenua, sventurata, senza direzione, senza scuola di mondo, ama ed amò come una selvaggia nel mezzo ai deserti. Il canto, la musica, il disegno, le scienze che possiede gliele appresi io; io le feci da padre, madre, fratello e maestro: ma io, continuò più vivamente, non volli toglierla alla semplicità de' suoi costumi che a voi sembrano rei; no, io non volli che apprendesse dalla mia bocca come l'amore in società ha la sua grammatica, i suoi modi, la sua logica, la sua finzione, il suo orpello. Ella ne sarebbe stata scandalizzata. No; io quanto a quella passione lasciai che crescesse, divampasse a mo' dei selvaggi. Ella vi vide, vi amò, ve lo espresse; questo è il più grande argomento di suo virginale candore. Voi la chiamate colpa? E non difese colla sua la vostra vita? Ma ahimè! che pur troppo ella ama ed amò un ingrato, allevossi la serpe nel seno. La sua innocenza or vi pare sfrenatezza, il suo costume vergogna; ma intanto ogni delizia è fuggita da quel tenero cuore. Andate: vi ho compreso abbastanza; voi non la rivedrete mai più.
—Dio! quale orrenda minaccia!
—Quando la sorpresi nelle vostre braccia questo pugnale scintillò sulla vostra testa: l'infelice ne deviò il colpo; ad un solo patto io sospesi la ben meritata vostra punizione. Vel rammentate voi?
—Ah! pur troppo: vi promisi cieca obbedienza.
—Io però vi rendo la vostra parola, vi sciolgo dai vostri giuramenti; non temo per me, ma per la infelice. Prima di questa sera Esmeralda e la creatura che porta nel seno avranno cessato di esistere.
—Gran Dio! Ah no! per l'amore di Esmeralda e del suo bambino. Io sarò padre? Oh gioia! esclamò Alfredo gettandosi in ginocchio ai piè del marinaro, non proferite più minaccia sì orribile. Deh! guidatemi a lei, fate che io apprenda il dolce annunzio dalle adorate labbra di Esmeralda.
—Giovane soldato, continuò il marinaro, le tue lacrime promuovono le mie; il volgere in mente impresa lunga e marziale non mi tolse, no, la sensibilità. Accetto il tuo pentimento; vedrai Esmeralda: deh! ch'ella non sappia quali ingiuriosi sospetti osasti formare contro di lei: ella ne morrebbe d'affanno; ella, sì, che avria diritto di maledirti nel momento in cui sarà madre….
—No, giammai; v'intendo: un altare accoglierà….